Draghi, l’Italia e la globalizzazione

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in foto Mario Draghi

di Amedeo Lepore

L’intervento di Mario Draghi al Global Solutions Summit ha delineato, con una chiarezza non sempre colta dai commentatori, i cambiamenti del contesto internazionale e il ruolo che può concretamente svolgere l’Italia. È, infatti, su questo asse che si snoda la parte più rilevante della strategia del Presidente del Consiglio, interessato a ricomporre la frattura di questi anni tra il nostro Paese, la sua politica e le dinamiche mondiali. Dall’orientamento del Piano di Ripresa e Resilienza Nazionale alle scelte di decisa ricollocazione euroatlantica, fino alle posizioni da leader europeo determinato a valorizzare il ruolo dell’Italia, Draghi ha fatto intendere a quale livello voglia giocare la sua partita. Del resto, dopo una pausa del processo di globalizzazione e l’avvio di una riorganizzazione delle catene globali del valore su basi più ristrette, gli effetti della pandemia stanno spingendo verso nuove forme di multilateralismo. La ricerca di una soluzione ai complessi problemi scaturiti dalla crisi sanitaria, dal mutamento climatico e dall’ampliamento dei divari e delle disuguaglianze ha mostrato l’inadeguatezza dei sistemi chiusi e la necessità di riprendere le fila della globalizzazione. Inoltre, la guida del cambiamento di paradigma assunta dal nostro Paese, con la presidenza del G20, è strettamente connessa alla prospettiva indicata da Draghi, secondo cui: “Il mondo ha bisogno del mondo intero e non di un insieme di singoli Stati”. Dopo un periodo di enfasi eccessiva su fenomeni di deglobalizzazione dimostratisi infondati, come ha scritto Daniel Gros su Project Syndicate, si è tornati a prevedere la ripresa di un processo esattamente opposto: l’inizio di una nuova globalizzazione. Alcuni osservatori immaginano l’apertura di un “superciclo” differente dal passato, fondato sulla transizione verde e sull’innovazione digitale, con effetti sulla domanda e sull’offerta. Nel breve termine, a seguito del lockdown, la spesa dei consumatori nei Paesi ricchi è passata dai servizi ai prodotti, facendo aumentare la richiesta di materie prime e provocando alcune tensioni sui prezzi. In questo quadro, tuttavia, è stato possibile contribuire, con una riapertura delle attività più rapida delle attese, anche all’innalzamento degli investimenti e alla ripresa dell’economia. Nel lungo termine, l’attuazione dei piani di intervento pubblico e il rilancio dei processi di accumulazione produttiva rappresentano, insieme alle riforme strutturali, una poderosa leva di potenziale sviluppo e benessere. Il Centro per la nuova economia e società del World Economic Forum, nel recente white paper dedicato ai percorsi politici per una trasformazione economica, ha proposto una via di uscita dalla “prospettiva globale altamente incerta” indotta dalla crisi pandemica. Nel documento si sostiene che le sfide attuali richiedono un cambiamento economico di dimensioni senza precedenti, evidenziando la possibilità che l’emersione di nuovi settori guidati dall’innovazione, insieme a una progressiva metamorfosi dei sistemi fiscali, delle competenze e del mercato del lavoro, delle opportunità sociali e delle capacità di resilienza, dia impulso a un nuovo modello di crescita. Il consolidamento di questo scenario necessita di una svolta e di un coordinamento internazionale negli approcci di politica macroeconomica anche su altri versanti, come quello dell’indebitamento pubblico e dei rischi di inflazione nei Paesi più avanzati, o quello della diffusione del Covid e della fragilità sanitaria nei Paesi più indigenti. L’accordo del G7 per un’aliquota globale minima del 15% per la tassazione delle multinazionali Big Tech è, come ha affermato Draghi, un “passo storico verso maggiore equità e giustizia sociale”, che deve essere rafforzato da strategie e misure adeguate per affrontare le povertà e le disuguaglianze a livello mondiale. L’Italia può inserirsi a pieno titolo in questo contesto, avvalendosi di un’azione efficace di governo. Il nostro Paese non ha solo un presente in marcia, ma anche un passato da cui attingere. Negli anni del dopoguerra, l’età dell’oro fu considerata un vero e proprio miracolo perché fu in grado di unire due politiche diverse, quella della stabilità finanziaria e dell’apertura ai mercati esteri con quella dell’intervento pubblico e degli investimenti. È presumibile che la scommessa di Draghi di guardare a una nuova fase della globalizzazione e, in questo ambito, di puntare a una rinnovata competitività dell’Italia nel suo insieme, Nord e Sud, colga nel segno dei processi in corso e possa corroborare le speranze di un sovvertimento positivo del nostro destino.