Due Giorni Alis, burocrazia sotto accusa

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Franco Fenoglio, presidente di Unrae, lancia l’allarme sullo stato di salute del sistema italiano del trasporto. “Negli ultimi mesi assistiamo a un calo del mercato dei trasporti. Non siamo ai livelli preoccupanti del periodo più acuto della crisi, quando abbiamo perso il 70 per cento del giro d’affari e oltre 150mila occupati, ma all’orizzonte si addensano nubi minacciose”. Non manca una stoccata alla classe politica “perché nonostante il nostro comparto sia determinante per l’economia nei programmi delle forze politiche non ho visto alcun accenno allo sviluppo di logistica, trasporto, intermodalità. Manca del tutto una strategia globale e, cosa più preoccupante, non  c’è quella continuità decisionale di cui le nostre aziende hanno bisogno”. Sulle nuove fonti energetiche Fenoglio parla di “transizione da gestire per tappe, partendo dall’Euro 6 per poi arrivare al metano e biometano e successivamente a forme di alimentazione ancora più sostenibili”. Non manca uno spunto sul versante occupazionale. “Come Unrae abbiamo avviato un progetto di formazione per autisti, perché sappiamo che questa figura scarseggia molto in Italia. Purtroppo, causa burocrazia, portarli dall’acquisizione della patente di categoria alla qualifica di autotrasportatore è talmente complesso, per colpa delle regole italiane, che si rischia di veder andare tanti giovani a lavorare all’estero”.
Wolfgang Gobel, presidente dell’Ecg, si concentra sullo sviluppo integrato. “L’intermodalità è un settore di importanza cruciale per lo sviluppo economico dell’Europa. I membri della nostra associazione sono imprenditori di vari settori, dal trasporto su strada a quello via mare. Di conseguenza siamo i primi a chiedere delle politiche in grado di garantire lo sviluppo dell’intermodalità perché tutto questo si traduce in maggiore efficienza del sistema e profitti per le imprese”. Il futuro, secondo Gobel, “è nel coinvolgimento dei giovani, facendo loro capire che nel nostro settore c’è la possibilità di lavorare affermarsi”. E il mercato? “C’è una certa saturazione – dichiara – per cui credo si vada verso differenti modelli di sviluppo”.
Mario Resca, presidente di Confimprese, affronta il tema delle infrastrutture. “Nel nostro Paese continuano a essere carenti, un anello debole che penalizza l’intero settore del trasporto”. Sul sistema economico italiano osserva che “la burocrazia è ancora di più un disincentivo per chi vuole investire nel nostro Paese e nasce essenzialmente da un’eccessiva legiferazione perché per anni si è approvato tutto e il contrario di tutto”. Resca spiega che “nonostante le tante eccellenze presenti nel nostro sistema economico non riusciamo ad affermarci a livello globale, le aziende italiane sono spesso sottodimensionate rispetto al target minimo di riferimento del mercato internazionale”. Inevitabile l’accenno alla situazione politica attuale. “L’Italia ha bisogno di stabilità e di leadership forti, però essendo stato per qualche anno nel sistema delle istituzioni mi rendo conto che riesce difficile ottenere dei risultati perché manca una visione di lungo corso”.
Francesco Rotondi, founding partner di LabLaw, affronta il tema della legislazione. “Che, purtroppo, nel nostro sistema non è mai pienamente compiuta. Si legifera sempre in condizioni di emergenza e mai in forza di un disegno strutturato. Questo stato di cose ha lasciato alle parti sociali il compito di attualizzare il mercato e adeguarlo alle mutate condizioni economiche globali. Per questo motivo abbiamo bisogno – chiosa Rotondi – di una profonda riforma delle relazioni industriali e tale ruolo può essere ricoperto dalle associazioni di categoria”. In sintesi “è necessario creare un sistema di regole comuni e condivise”. Attenzione, però, “al costo del lavoro che in Italia è ancora troppo alto per le imprese”. Un appunto sulla legge che istituisce le reti d’impresa “che purtroppo funziona male perché le imprese che fanno parte della stessa rete non hanno riferimenti normativi comuni, inoltre questo sistema è concepito quasi esclusivamente per micro e piccole aziende. La risposta, secondo me, può essere rappresentata dal contratto collettivo di comparto”.