È andato tutto bene di François Ozon. Il diritto di scegliere

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di Erika Basile

Un giorno qualsiasi, uguale a tanti altri. Emmanuèle è seduta alla sua scrivania, concentrata davanti al computer. Una telefonata e d’improvviso il suo mondo è capovolto. “Dove sei? Sto arrivando”, risponde. Tutto accelera. La corsa verso l’ospedale, l’incontro con sua sorella Pascale e il suono ripetitivo e assordante della risonanza magnetica. Pochi fotogrammi bastano per essere catturati in questa cronaca di una morte annunciata. È andato tutto bene (Tout s’est bien passé) di François Ozon è ispirato al libro autobiografico di Emmanuèle Bernheim, scrittrice e sceneggiatrice, morta nel 2017, amica e collaboratrice del regista per Sous le sable, Swimming Pool, 5×2 (cinq fois deux) e Ricky. Il film, in concorso al Festival di Cannes e ora nelle sale, racconta il desiderio di morire con dignità di suo padre, Andrè, dopo essere stato colpito da un ictus, che lo ha lasciato semiparalizzato, costringendolo sulla sedia a rotelle. “Voglio che mi aiuti a farla finita”, chiede a Emmanuèle (Sophie Marceau), la figlia prediletta. La sua testarda determinazione non vacilla mai. Neppure i lenti e timidi progressi modificano le sue intenzioni. Ma la legge Claeys-Leonetti non consente l’eutanasia in Francia, affermando il diritto a una sedazione profonda in casi molto limitati. Per cui, dopo aver consultato l’Association pour le droit de mourir dans la dignité (APDMD), non resta che rivolgersi a un’organizzazione svizzera, che offre assistenza al suicidio. Hanna Schygulla interpreta un ex magistrato, membro dell’associazione, che informa Emmanuèle e Pascale (Géraldine Pailhas) di tutti i dettagli, dei requisiti, delle procedure e dei costi. E, alla fine, sarà lei ad assisterlo e a tenergli la mano, con dolcezza. “Come fanno i poveri?” domanda André, quando gli viene riferito il prezzo del suo ultimo viaggio (diecimila euro). “Aspettano di morire”, gli risponde Emmanuèle, in uno scambio di battute particolarmente significativo. Il tema, spinoso in Francia così come in Italia, viene affrontato dal regista in modo delicato, trasformando il diario di un “condannato” in un racconto di libertà. Classe ‘67, Ozon, dopo essersi dedicato a cortometraggi e documentari, dal 1998 a oggi, ha girato ben 20 film. Il ventunesimo, Peter Von Kant, è già pronto e inaugurerà il 10 febbraio la Berlinale 2022. Grazie a Dio (2019), atto di denuncia della pedofilia nella Chiesa francese, premiato con l’Orso d’Argento, e il nostalgico Estate 85 (2020) hanno preceduto È andato tutto bene. Che, al di là del filo conduttore, è un inno alla vita, il ritratto di una famiglia e del rapporto conflittuale tra un padre e le sue figlie. Pur tuttavia, suscita riflessioni su questioni etiche fondamentali, sui diritti, sulle scelte e sulle risposte personali di fronte a eventi estremi. “Ogni singola inquadratura comporta una scelta morale”, sostiene Jean-Luc Godard, e scegliendo con cura che cosa inserire nel campo, e come inserirlo, il regista veicola un messaggio e svela il suo sguardo sul mondo. Così Ozon lascia le sue tracce, fissando immagini che rivelano significati, senza, però, voler imporre punti di vista. L’alternanza di toni, presente anche nel libro, favorisce una leggerezza sorprendente e una varietà di sfumature, che evitano accenti tragici e non indulgono in sentimentalismi. Le dinamiche familiari disfunzionali sono riprodotte attraverso un umorismo pungente, riuscendo a far sorridere anche in situazioni drammatiche. Si mostrano lo smarrimento, il peso della responsabilità e l’amore che guida le azioni di Emmanuèle e Pascale, senza gravarli di eccessiva emotività. Il ritmo narrativo impedisce lo strabordare delle emozioni, ma nulla viene risparmiato allo spettatore per descrivere il percorso che conduce il protagonista a prendere la sua decisione. André Dussollier, attore teatrale e cinematografico, insignito di tre César e del Molière du Comédien, ha lavorato anche con François Truffaut ed Eric Rohmer, oltre a essere uno degli interpreti preferiti da Alain Resnais. In È andato tutto bene, trasformato fisicamente, colpisce per l’impronta di verità con cui riesce a fissare il suo personaggio. Un ottantacinquenne ebreo, colto collezionista d’arte, apertamente omosessuale, che ha amato follemente la vita e ne rifiuta il lento decadimento. Cinico ed egoista, ora indebolito e inerte. Impaziente e irascibile mentre, immobilizzato su un letto, dichiara di non volere persone in lutto intorno a sé. “È un cattivo padre, ma io lo amo. Avrei voluto averlo come amico”, confessa Manù, vezzeggiativo con cui si rivolge a sua figlia. Lei, tenace e sensibile, assecondando la sua volontà, gli dimostra un amore incondizionato. Sophie Marceau illumina il suo personaggio con grazia ed eleganza, riuscendo a declinare emozioni e sentimenti, tra passato e presente, attraverso flashbacks che riannodano lentamente i fili di un legame padre-figlia, fatto di luci e ombre. La sostiene Serge (Eric Caravaca), che impersona il marito di Emmanuèle Bernheim, Serge Toubiana, celebre critico cinematografico, direttore dei Cahiers du cinéma e poi della Cinémathèque française. Charlotte Rampling è Claude, moglie depressa e malata, prigioniera di un mondo senza colori, quello delle sue sculture. Inaridita dal dolore e accecata – come il volto del dipinto su cui si posa la camera – dall’amore per un uomo che non ha mai lasciato, nonostante i tradimenti e la sua lunga relazione con Gérard (Grégory Gadebois), l’amante che ostinatamente si aggira in ospedale per poterlo vedere. Claude è una donna che “con il suo cuore di cemento è già morta”, sentenzia impietosamente Andrè. Il conto alla rovescia, fino al 29 aprile, si complica per l’arrivo di Simone, che vola da New York a Parigi per opporsi alla decisione del cugino e per ricordargli che è suo dovere continuare a vivere in onore dei parenti uccisi durante l’Olocausto. Per giustificarsi, con l’insensibile e ironica sfrontatezza che lo contraddistingue, egli controbatte accusando le figlie di volersi sbarazzare di lui. All’ultimo momento, una soffiata avvisa la polizia che la famiglia si sta preparando ad agire in violazione della legge francese e obbliga le due sorelle a cambiare i loro piani, creando un effetto di suspense nel finale. Per evitare conseguenze penali, Emmanuèle deve restare in Francia insieme a Pascale. Un ultimo saluto e l’ambulanza parte. La storia si conclude così com’è cominciata. Con una telefonata. Andrè si è addormentato serenamente, accompagnato da una sonata per pianoforte di Brahms, dopo un ultimo sprazzo di ironia. Tout s’est bien passé.