“E così per non morire”, Paolo Roversi riporta alla luce i cold case degli anni Settanta

di Anita Curci

E così per non morire non è solo la canzone che Ornella Vanoni cantava negli anni Settanta. È anche e soprattutto il titolo del quarto romanzo che oggi Paolo Roversi pubblica con Sem. Qualcuno si domanderà: cosa c’entra la Vanoni con la storia di Roversi? E cosa c’entra l’epoca in cui è uscita la canzone? C’entra, c’entra. C’entra tutto.

Le pagine si aprono con il “Ciak” già avviato. È subito azione per la profiler Gaia Virgili e il suo gruppo. Questo fa immaginare immediatamente il ritmo avvincente e avvolgente che l’autore regala a chi legge. Siamo a pochi mesi dall’emergenza Covid, in un periodo di per sé terrorizzante che però non mette i freni al crimine. Ed è subito chiaro che non ci si trova di fronte a un poliziesco ordinario. C’è qualcosa di più. Ci sono due piani temporali che si parlano entrando in connessione attraverso un tunnel virtuale. A comunicare nel tempo sono delitti e persone, paure e accanimento. Momenti distanti cinquant’anni collegati da un filo misterioso, un filo che porterà alla risoluzione di un caso, o più di uno, decisamente complesso. La storia non è del tutto inventata, segue una trama con richiami reali, soggetti autentici, soprattutto donne. Ma chi sono? E perché si muovono, parlano, vivono e poi muoiono nel momento stesso in cui vengono ripescate dal passato?  Facciamocelo raccontare dall’autore.

Paolo, perché l’ambientazione durante l’ultima pandemia, e come mai due linee temporali? Ci spiega la necessità di riportare alla luce  la vera vicenda delle “donne sole” al centro del suo caso poliziesco?
“Ho scelto il febbraio del 2020 perché è un momento sospeso della nostra storia. Il Covid è già arrivato, ma non ci ha ancora travolti del tutto. C’è un senso di inquietudine che cresce giorno dopo giorno e che, secondo me, dialoga perfettamente con la paura generata da un serial killer. Mentre tutti iniziano a preoccuparsi di un nemico invisibile, qualcuno continua a uccidere nell’ombra. Non solo: vi siete mai chiesti cosa accadrebbe se un killer fosse obbligato a “interrompere” la sua attività per un lockdown?

Le due linee temporali nascono invece dalla convinzione che il passato non finisca mai davvero. Alcuni delitti continuano a vivere finché qualcuno non trova il coraggio o la determinazione di guardarli con occhi nuovi. Nel romanzo gli anni Sessanta e il 2020 si parlano continuamente: cambia il mondo e le tecnologie, ma la violenza contro le donne e certi meccanismi criminali rimangono sorprendentemente simili.

Le cosiddette “donne sole” sono realmente esistite. Donne che potevano essere la facile preda di un assassino. Tra il 1963 e il 1976 almeno sei donne furono uccise a Milano in circostanze che presentavano inquietanti analogie e per quei delitti non è mai stato individuato un colpevole. È uno dei grandi cold case irrisolti italiani. Mi sembrava una storia che meritasse di essere raccontata perché rappresenta una ferita ancora aperta della città. Non volevo scrivere un saggio, ma usare il romanzo per riportare l’attenzione su quelle vittime, restituendo loro un nome e una memoria”. 

Per elaborare la trama e scrivere una storia credibile è stato necessario avviare delle indagini, diventando detective lei stesso? Su quali canali di ricerca si è orientato?
“La documentazione è uno degli aspetti fondamentali quando si scrive un romanzo basato su fatti reali.  Ho consultato centinaia di pagine di quotidiani dell’epoca, verbali, libri di criminologia, studi sui serial killer, mappe della Milano degli anni Sessanta e Settanta e ho cercato di ricostruire non solo gli omicidi, ma anche il contesto sociale in cui maturarono.

Mi interessava capire come vivevano quelle donne, cosa significasse essere una “clacson girl”, come lavorava la Squadra Mobile, quali strumenti investigativi fossero disponibili allora e quali invece mancassero completamente.

La documentazione è durata molti mesi e, come capita spesso, le fonti mi hanno suggerito piste narrative che non avevo immaginato all’inizio. Credo che il lavoro dello scrittore crime assomigli molto a quello dell’investigatore: raccogli indizi, elimini ipotesi sbagliate e cerchi di dare un senso a fatti apparentemente scollegati”. 

Il killer cui fa riferimento è realmente esistito. Come è riuscito a creare equilibrio e sintonia tra realtà e finzione? E quanta realtà c’è nella finzione narrativa?
“L’equilibrio nasce da una regola semplice: i fatti reali rimangono intatti, tutto ciò che serve per costruire la storia appartiene invece alla narrativa.

Le vittime sono realmente esistite (anche se nel romanzo ho cambiato i loro nomi per ovvie ragioni di privacy), così come le date, molti luoghi e gran parte del lavoro investigativo svolto all’epoca. Tutto il resto è frutto della mia immaginazione. Ho costruito una spiegazione narrativa plausibile partendo dagli elementi concreti che conosciamo, senza pretendere di riscrivere la storia o di indicare il vero colpevole.

È importante distinguere sempre tra realtà e romanzo. Il mio assassino è un personaggio di fantasia, ma i meccanismi psicologici che lo guidano sono stati costruiti studiando decine di casi reali. Credo che sia proprio questo a rendere credibile una storia: inventare rispettando la realtà, non sostituendosi a essa”. 

Attraverso lo studio del comportamento e del metodo dell’assassino, Gaia disegna un profilo psicologico che le consente di tracciare quello che lei definisce “il triangolo della morte”. Una geometria che attraversa il tempo per tornare ancora utile. Un profiler di oggi potrebbe svolgere indagini guardando ai delitti irrisolti del passato? In caso positivo, ci fa qualche esempio, se possibile?
“Sì, ed è già successo. Oggi disponiamo di strumenti investigativi impensabili cinquant’anni fa: banche dati, genetica forense, geoprofiling, intelligenza artificiale e soprattutto una conoscenza molto più approfondita del comportamento criminale.

Si pensi solo che all’epoca l’espressione serial killer semplicemente non esisteva!

Un profiler moderno non guarda soltanto la scena del crimine, ma cerca schemi ricorrenti, rituali, scelte delle vittime, percorsi geografici e modalità di azione. Tutti elementi che possono emergere anche decenni dopo.

Negli Stati Uniti diversi cold case sono stati risolti proprio grazie a una rilettura moderna dei fascicoli. Penso al Golden State Killer, identificato dopo oltre quarant’anni grazie all’incrocio tra nuove tecnologie, prove del DNA e una diversa interpretazione del materiale investigativo.

Nel mio romanzo il “triangolo della morte” rappresenta proprio questo: non una formula magica, ma un modello comportamentale che permette di collegare eventi apparentemente lontani nel tempo”.

Libri come il suo riescono in qualche modo a consolare chi è rimasto per anni senza ottenere giustizia?
“Non credo che un romanzo possa sostituire la giustizia. Sarebbe presuntuoso pensarlo. Però la lezione di James Ellroy ci dice che raccontare la storia, anche attraverso la fiction, ci aiuta a comprenderla meglio.

Un romanzo però può ottenere un altro risultato: impedire che quelle persone vengano dimenticate. Quando un caso irrisolto sparisce dai giornali, spesso scompare anche dalla memoria collettiva. La narrativa può riportarlo all’attenzione, far nascere nuove domande e ricordarci che dietro ogni fascicolo esiste una persona, una famiglia e una vita spezzata.

Se, dopo aver letto il libro, qualcuno sentirà il desiderio di conoscere la vera storia di quelle donne o di riflettere sulla violenza di genere, allora il romanzo avrà raggiunto uno dei suoi obiettivi”.

Non faccio mistero del fatto che mi sono innamorata di questo romanzo, e lo consiglio a chi ci legge. Le chiedo, allora: sta pensando a una quinta puntata con la Virgili?
“Gaia Virgili è un personaggio che continua a sorprendermi. Ogni libro la cambia un po’, proprio come succede alle persone vere. In questo romanzo la vediamo confrontarsi con il peso della memoria, con il passato e con un’indagine che la coinvolge anche emotivamente.

Quanto a una prossima puntata, Gaia tornerà solo quando avrò trovato una storia vera da raccontare. Perché tutte le sue indagini nascono da fatti realmente accaduti, e voglio che continui a essere così”.

https://www.semlibri.com/opera/e-cosi-per-non-morire/