E’ il tempo delle scelte. Ci vuole coraggio!

Testo di Enrico Giovannini* pubblicato su eastwest.eu il 16 febbraio

Si, ci vuole coraggio per affrontare questa fase della storia, così turbolenta e disorientante. E dunque ce ne vuole anche per leggere questo numero di Eastwest, così denso di contenuti di grande valore su cosa sta accadendo intorno a noi. Basta scorrere il sommario per capire che leggere gli articoli qui raccolti non sarà, come si dice, “una passeggiata di salute”. Cioè, non è qualcosa da fare con superficialità o per rilassarsi o evadere dalla quotidianità. Al contrario, si tratta di una lettura impegnativa, ma indispensabile per chi vuole provare a comprendere una realtà complessa, a tratti paurosa, ma anche piena di opportunità per chi si mette in grado di coglierle.

L’anno scorso avevo dedicato l’editoriale a ciò che “non sarebbe successo nel 2025”. Ero stato facile profeta nello scrivere che le organizzazioni internazionali non avrebbero prodotto “quello scatto necessario per rilanciare il multilateralismo e così trovare forme più efficaci per gestire i problemi che richiedono risposte globali” e che non ci sarebbe stata “la modifica dei Trattati europei nella direzione di una maggiore integrazione tra Paesi membri”. Avevo però valutato possibile che la diplomazia sarebbe stata comunque al lavoro per trovare accordi su tematiche specifiche, come è accaduto con il “consenso di Siviglia” di luglio 2025 sulla finanza per lo sviluppo, e che avremmo visto dei “segnali di media entità” da parte dell’Unione europea verso una cooperazione più intensa su temi specifici, come sta accadendo, almeno parzialmente, su quello della difesa.

Ma nel frattempo il mondo è cambiato radicalmente: il “ciclone Trump” ha sconvolto il commercio internazionale, le istituzioni multilaterali (gli Usa hanno recentemente annunciato di voler uscire da oltre 60 organizzazioni) e il diritto internazionale (e anche interno); l’aumento dei conflitti e della spesa militare (attuale e prevista per il futuro) spiazza investimenti per la transizione ecologica e politiche sociali; l’aumento del debito, pubblico e privato, drena risorse necessarie per accelerare il cammino verso uno sviluppo più equo e sostenibile; il tumultuoso sviluppo dell’intelligenza artificiale e le innovazioni tecnologiche ridisegnano le catene del valore internazionale e la mappa del potere. D’altra parte, appaiono sempre più evidenti sia la fragilità delle democrazie sia l’interesse di alcuni ceti popolari per i regimi autocratici, fenomeni alimentati non solo dall’incapacità delle classi politiche al potere di rispondere ai bisogni dei loro elettorati, ma anche dall’uso di mezzi di disinformazione di massa da parte di gruppi politici e anche di Paesi, tra cui la Russia.

Ovviamente, potrei continuare, allungando la lista dei fenomeni che stanno sconvolgendo (forse distruggendo) le basi su cui è stato costruito il mondo dal dopoguerra in poi, o almeno dalla fine della “guerra fredda”, ma invece vorrei sottolineare come in tale situazione siano tornati di moda modelli (analitici e politici) che assumono come normale, addirittura “giusta”, la divisione del mondo in sfere d’influenza da spartire tra le superpotenze: si pensi al caso del Venezuela e alle mire di Trump sul Canada e la Groenlandia, o alle analoghe mire cinesi su Taiwan o alla politica cinese in Africa. Così come quelli che giustificano le scelte di riarmo “a tutti i costi”. O che spiegano perché convenga fermare o rallentare la transizione energetica verso le rinnovabili in nome della “sicurezza nazionale”, rinviando sine die l’abbandono graduale dei combustibili fossili e scegliendo, invece, di prolungare la dipendenza degli approvvigionamenti di petrolio o gas dall’estero (nel caso italiano ora anche dagli Stati Uniti, da cui ora importiamo a carissimo prezzo gas liquefatto, il che contribuisce a tenere alto il prezzo dell’energia per famiglie e imprese). Ovviamente, si tratta di problemi complessi, spesso interrelati, da affrontare con equilibrio e lungimiranza, ma non si può trascurare il fatto che dietro a tali posizioni ci sono lobbies industriali molto influenti, non solo negli Stati Uniti ma in ogni Paese, inclusa l’Italia.

Insomma, siamo immersi in una realtà nella quale sembra essersi realizzata quella famosa maledizione cinese che augura al destinatario di “vivere in tempi interessanti”. E basta leggere il recentissimo Rapporto del World Economic Forum sui rischi globali per capire quanto i tempi che viviamo siano anche densi di una profonda e crescente insicurezza. I circa 1.300 intervistati nell’apposita indagine valutano negativamente le prospettive globali sia a breve che a lungo termine: in particolare, il 50% degli intervistati prevede un futuro a due anni turbolento o catastrofico, quota che sale al 57% se si considerano i prossimi 10 anni. Un ulteriore 40% considera le prospettive globali instabili sull’orizzonte temporale di due anni (32% a dieci), mentre solo l’1% prevede un futuro tranquillo.

Si tratta di percentuali in netto aumento rispetto a due anni fa, ma solo marginalmente superiori a quelle indicate nel Rapporto 2025. Nella hit parade delle cause dell’insicurezza a due anni si segnala il balzo dal nono al primo posto degli scontri geopolitici (a causa del “ciclone Trump), la discesa dal secondo al quarto posto degli eventi climatici estremi e dal sesto al nono posto dell’inquinamento, la salita sul podio della polarizzazione sociale, mentre per gli altri fenomeni, dalla disinformazione ai conflitti armati, dalle disuguaglianze alle guerre digitali si rilevano minimi cambiamenti. A dieci anni, invece, la crisi ambientale e climatica, nelle sue diverse manifestazioni, continua ad occupare i primi tre posti della classifica (l’anno scorso erano quattro), incalzata dalla disinformazione e dalle conseguenze negative dell’Intelligenza Artificiale, che guadagnano ognuna una posizione rispetto all’anno scorso.

Il Rapporto nota anche come il protezionismo, la politica industriale centrata sugli interessi nazionali e l’influenza attiva dei governi sulle catene di approvvigionamento delle materie critiche siano segnali evidenti di un mondo sempre più competitivo. “Il 68% degli intervistati descrive la situazione politica globale nei prossimi 10 anni come un ‘ordine multipolare o frammentato’ in cui le medie e grandi potenze contestano, stabiliscono e applicano regole e norme regionali”. Solo il 6% si aspetta un rinvigorimento del precedente ordine internazionale unipolare e basato su regole, la cui mancanza indebolisce la capacità di affrontare sfide condivise come il cambiamento climatico, la salute globale e la stabilità economica, nonché di “generare la crescita locale necessaria per la prosperità e la stabilità nazionali”. Per essere estremamente chiari, gli autori del Rapporto hanno intitolato la prima sezione del suo primo capitolo “Il mondo nel 2026: sull’orlo del precipizio”, mentre per quella dedicata al percorso verso il 2036 è stata scelta la domanda “oltre il limite?”, con un chiaro riferimento al fatto che il mondo ha ormai superato ben sette dei nove “limiti planetari” identificati dagli scienziati (nell’ultimo biennio anche quello relativo all’acidificazione degli oceani) e che la crisi climatica ed ecologica non si ferma solo perché Trump non crede ad essa o perché i leader mondiali sono presi da altri temi.

Quanto ho qui brevemente ricordato spiega perché ci vuole coraggio per accettare la sfida che questo numero di Eastwest pone al lettore, soprattutto a chi si sente tentato dall’idea di rinchiudersi nel proprio “piccolo”, magari delegando all’uomo o alla donna “forte” le scelte, un atteggiamento che fa a pugni con l’idea di preservare e anzi rafforzare i processi democratici. Ma il coraggio di cui parlo riguarda anche l’Unione europea e soprattutto l’Italia, talvolta accusata di rinviare scelte lungimiranti (si pensi alla mancata accelerazione nella produzione di energia rinnovabile) o di barcamenarsi tra il Trumpismo e un europeismo convinto (si pensi al rifiuto di sostenere un sistema decisionale del Consiglio europeo basato sulla maggioranza e non sull’unanimità).

Come scrisse il filosofo Karl Popper “Il futuro è aperto e dipende dalle azioni di tutti noi, dalle nostre speranze e timori, e da come vediamo il mondo”. Una plastica rappresentazione di ciò è costituita dal ben noto confronto tra due planisferi: nel primo, usato in Occidente, le Americhe sono a sinistra e l’Asia a destra, cosicché il “centro del mondo” è l’Oceano Atlantico, sulle cui rive si affacciano gli Usa e l’Europa. Nel secondo, usato in Cina, le Americhe sono a destra, cosicché il centro del mondo è l’Oceano Pacifico, su cui si affacciano la Cina e gli Usa, mentre l’Europa appare completamente isolata all’estremo sinistro della mappa. Ebbene, la rivoluzione Trumpiana sembra aver assunto come riferimento la seconda rappresentazione, dalla quale appare molto evidente che la Groenlandia “appartiene” agli Usa, che il vero confronto è tra i Paesi rivieraschi del Pacifico (cioè Usa e Cina), che al fine di vincere quest’ultimo l’Unione europea è marginale e che la visione super partes dell’Onu (nel cui simbolo il mondo viene rappresentato “dall’alto” e i continenti sono disposti intorno al Polo Nord) è totalmente irrilevante.

In questo ribaltamento di prospettiva l’Unione europea dove vuole collocarsi? E qual è la posizione dell’Italia sul tema? Forse i leader europei dovrebbero soffermarsi di più sulla “nuova” geografia politica che va configurandosi e, per citare ancora Popper, spiegare chiaramente alle loro opinioni pubbliche come loro vedono il mondo, per costruire quale mondo intendono impegnarsi e come pensano di rispondere alle speranze e ai timori dei popoli che li hanno eletti. In una situazione come l’attuale, lasciare che qualcun altro si occupi del nostro futuro o rinviare le decisioni in attesa di tempi migliori non mi sembra proprio una scelta lungimirante. Come dice una bella canzone di Guccini “bisogna saper scegliere il tempo, non arrivarci per contrarietà” e il tempo delle scelte è questo, ma bisogna avere il coraggio di immaginarle, spiegarle e costruire faticosamente il consenso per realizzarle. I recenti discorsi del primo ministro canadese Mark Carney a Davos e di Mario Draghi a Lovanio indicano chiaramente cosa fare per affrontare, con coraggio e lungimiranza, questa nuova fase della storia.

Questo è il fondamento della democrazia in cui diciamo di credere e questo è quello che ci aspettiamo da veri leader politici. Ma questo è quello che ci aspettiamo anche dagli esponenti della società civile, una società civile che vorremmo informata (anche grazie a Eastwest) e più lungimirante dei leader politici, perché i governi passano ma la società civile resta, a meno di torsioni autoritarie (sempre più dietro l’angolo). Ecco perché a ciascuno di noi spetta l’obbligo di informarci sui temi da cui dipende il nostro presente e il nostro futuro, elaborare le nostre opinioni e poi avere il coraggio di esprimerle con convinzione, ma anche con rispetto di chi la pensa diversamente. Buona lettura a tutte e a tutti.

* Enrico Giovannini è stato Chief Statistician dell’OCSE, Presidente dell’ISTAT, Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali nel governo Letta, Ministro delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibile nel governo Draghi, co-fondatore e attuale direttore scientifico dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile. È il presidente del Comitato Scientifico di Eastwest