Economia circolare, i traguardi del G20 tra regole condivise e priorità d’intervento

132
(foto da Facebook)

di Amedeo Lepore

L’accordo di Parigi, adottato nel 2015 da 196 Paesi, ha impegnato i governi in una collaborazione per il passaggio progressivo dell’economia globale dai combustibili fossili a un futuro più consapevole, salubre e innovativo. Nonostante uno sforzo comune per affrontare la crisi climatica con la riduzione drastica delle emissioni nocive e per incoraggiare le prospettive di crescita sostenibile (foriere di 35 milioni di nuovi posti di lavoro verdi), sono sorti contraddizioni e limiti che possono rallentare il percorso di una sempre più risoluta transizione ambientale. Basti pensare al pericolo paventato da Christiana Figueres sul “Financial Times” per la scelta delle principali potenze petrolifere, solo una settimana fa, di aumentare i loro livelli di produzione. Oppure alla necessità di approfondire i contenuti del piano della Commissione europea “Fit for 55”, che prevede il 55% di taglio delle emissioni entro il 2030, sapendo che l’Unione è responsabile del 10% circa dei gas serra totali e che occorre ripartire finalità, vincoli e costi della transizione ecologica a livello globale, sostenendo le aree più povere. William D. Nordhaus, nel recentissimo volume “The Spirit of Green: The Economics of Collisions and Contagions in a Crowded World”, ribadisce che una politica climatica efficace è “una questione di equilibrio”, indicando come la diminuzione delle emissioni abbia un costo variabile tra il 2% e il 6% del reddito mondiale. Questo peso potrebbe essere notevolmente decurtato attraverso “miracolose scoperte tecnologiche”. Tuttavia, le innovazioni – dato che non procedono in maniera lineare, ma seguendo un tragitto discontinuo e spesso raccogliendosi a grappoli – non sono prevedibili e, comunque, “gli esperti non le vedono arrivare nel prossimo futuro”. L’importanza del G20 di Napoli, perciò, non è rappresentata solo dai significativi impegni scaturiti da due giorni di intenso lavoro, ma dall’idea che soltanto in un quadro di regole condivise, strategie coordinate e radicale trasformazione dell’economia si potrà conseguire il traguardo di un maggiore benessere e una migliore qualità della vita. Il principale risultato concreto del vertice presieduto dall’Italia è stato quello di aver portato i grandi della terra, artefici di più dell’80% del Pil globale e responsabili dell’85% delle emissioni mondiali di CO2, a riconoscere dieci priorità di intervento (clima, degrado del suolo, sicurezza alimentare, risorse idriche, tutela degli oceani, rifiuti marini, economia circolare, città sostenibili, educazione, finanza verde) e, al loro interno, la centralità della cooperazione multilaterale per consolidare l’innovazione circolare. A questo riguardo, uno degli obiettivi essenziali stabiliti al tavolo dei 20 è il raddoppio del tasso di circolarità dei materiali con un intervento volontario da realizzare entro il 2030, dando corpo, in questo modo, a una delle forze motrici della bioeconomia. Con l’intesa raggiunta su ambiente, energia, clima e uguaglianza – un esito per nulla scontato alla vigilia – non solo si è aperta la strada alla Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2021, in programma per novembre a Glasgow, ma si è precisato il contesto per l’attuazione delle linee di ripresa economica dopo la pandemia. La decisione del G20 di rafforzare il contributo fornito dalla finanza verde, con investimenti destinati al clima, alla biodiversità e agli ecosistemi, si integra perfettamente con le materie del Recovery Fund e si inserisce a pieno titolo nella nuova stagione dello sviluppo sostenibile. Secondo Alok Sharma, presidente della Cop26 “ben 80mila miliardi di asset privati si sono impegnati per una crescita pulita”, poiché molti investitori privati ne hanno compreso la convenienza, come la più consistente opportunità di impiego delle risorse finanziarie dopo la rivoluzione industriale. L’Europa ha manifestato tutto il suo interesse verso questi scenari con il nuovo Piano d’azione per l’economia circolare, in linea con il Green New Deal, e con la relativa risoluzione del Parlamento europeo. In Italia, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza prevede interventi rilevanti per la bioeconomia, seppure ancora limitati ad alcuni ambiti. Questo metasettore, come evidenzia l’ultimo “Rapporto sulla Bioeconomia in Europa”, può insediarsi fortemente anche nel Mezzogiorno, un territorio già toccato da un’ampia presenza della green economy. Il complesso di tali iniziative, dunque, deve indurre a fare della bioeconomia circolare un fulcro per la rigenerazione delle risorse materiali e del tessuto produttivo, promuovendo intere catene del valore e creando nuove occasioni di crescita sistemica e di coesione, a cominciare dal nostro Paese.