Ecosistema umano e big data, così vibrano le città

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Prima ancora di essere un insieme di case, palazzi, strade, piazze e quartieri, la città è un ecosistema umano. Un ecosistema è tanto più vivo quanto più intensa e diffusa è la collaborazione tra i cittadini. Le amministrazioni comunali, quelle non chiuse con la chiave della saggezza convenzionale nei magazzini del Bazar delle Follie, si propongono di cavalcare l’onda delle molteplici forme d’interazione comunitaria. I big data – la grande raccolta di dati grazie alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione – ci permetteranno di osservare nei particolari la configurazione dell’ecosistema. Quali sono gli argomenti più discussi dai cittadini? Quali le loro emozioni? Quale dialogo s’instaura tra il cittadino e l’esperto di collaborazione? Quali le persone o i gruppi più influenti nell’ecosistema? Chi costruisce ponti tra le sue diverse componenti? A domande come queste intendono rispondere le politiche per la collaborazione promosse dai Comuni. Non è però la tecnologia da sola che può modellare le politiche pubbliche per una conoscenza della città, dei suoi abitanti e del loro comportamento a un livello di dettaglio mai visto prima. Il cuore dell’ecosistema cittadino batte all’unisono con quello dell’essere umano. Quanti cercano nuove informazioni e conoscenze senza spendere del tempo per personalizzarle, resteranno al palo. Se si trascurano le opportunità per apprendere con e dagli altri, le reti di interscambio tracciate dalla tecnologia non vengono attivate. All’opposto, inflazionando le occasioni di condivisione si crea solo tanto rumore e, quindi, confusione. Spetta certamente a ciascuno di noi trovare il giusto equilibrio. È però compito delle amministrazioni comunale creare l’infrastruttura sociale per l’apprendimento dell’ecosistema umano. Apprendimento, appunto, non insegnamento. Quest’ultimo è focalizzato sulle mappe disegnate con i big data affinché l’allievo sia messo nelle condizioni di poter dire ‘io so’. L’apprendimento, invece, prepara la mente alla comprensione dell’ignoranza come qualcosa di regolare anziché di deviante. Chi impara a esplorare l’ignoranza prova piacere a non trovare ciò che cercava e non ha paura di misurarsi con l’incertezza che nasce dal ‘non sapere di non sapere’. È così che fatti catalogati come immutabili, fissati una volta per tutti, sono sfidati e smentiti. Non è poi questa, in fondo, la caratteristica più genuina di un ecosistema umano che fa vibrare la città?

piero.formica@gmail.com