Edimburgo sfida Londra e Trump minaccia l’Europa

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Battuta d’arresto per la produzione industriale italiana a marzo. Lo certifica il Centro Studi di Confindustria che rileva un calo dello 0,4 nel mese di marzo rispetto a febbraio, quando era stato stimato un incremento dell’1,3% su gennaio. Dunque, nel primo trimestre del 2017 l’attività industriale è vista in diminuzione dello 0,4%, dopo il +1,1% registrato nel quarto 2016.

Ma il dato non è del tutto negativo. “La dinamica della produzione industriale procede, con forti oscillazioni mensili, lungo un percorso di lenta risalita”, sottolineano gli economisti del Csc. Il ragionamento è questo. Il secondo trimestre eredita dal primo una variazione congiunturale di +0,2%. La produzione, al netto del diverso numero di giornate lavorative, in effetti è avanzata a marzo dell’1% rispetto a marzo del 2016 e a febbraio del 2,5% sullo stesso mese dell’anno scorso. In più gli ordini in volume hanno registrato a marzo un incremento dello 0,5% sul mese precedente (+3,9% su marzo 2016). A febbraio erano aumentati dello 0,8% su gennaio (-1,2% sui dodici mesi).

Però non è neanche del tutto positivo. A gennaio rispetto al mese precedente, l’Istat ha registrato il fatturato e gli ordinativi dell’industria in calo, dopo una corsa che proseguiva da ottobre. Insomma, a confronto con dicembre i ricavi scendono del 3,5% anche se restano positivi in termini tendenziali: +1,5% il dato corretto per gli effetti di calendario e +8,2% il valore grezzo (i giorni lavorativi sono stati 21 contro i 19 di gennaio 2016). E sono registrate in diminuzione anche le commesse. Mese su mese diminuiscono del 2,9%, mentre su base annua segnano un balzo dell’8,6%.

Al solito, come da troppi anni ormai andiamo dicendo, ciascuno vede il bicchiere come crede, anche se non è sbagliato incedere all’ottimismo. Con la dovuta cautela, ovviamente. Di buone c’è, infatti, che lo scorso anno l’84% delle aziende italiane ha deciso di investire, nonostante il contesto politico e normativo considerato dagli imprenditori un ostacolo per fare di più. Un’impresa su dieci, il doppio della media Ue, ha avuto infatti difficoltà ad ottenere i finanziamenti. E c’è sempre la nota dolente degli investimenti pubblici, che – secondo la Banca europea per gli investimenti (Bei) – restano al di sotto del 27% rispetto agli anni precedenti alla crisi.

Nel nostro Paese lo scorso anno gli investimenti privati sono cresciuti del 2%, confermando un andamento positivo avviato nel 2015, mentre per quest’anno le previsioni sono di un più 2,4%. Per Dario Scannapieco, vice presidente della Bei, c’è però il rischio che un prolungato periodo di sotto-investimento rispetto ad altri Paesi soffochi “la competitività a medio e lungo termine dell’economia italiana”. La crescita è dovuta principalmente all’impegno delle grandi imprese, non certo alle medio-piccole.

Su questi dati lascia perciò il tempo che trova la polemica – l’ennesima – scatenata dal ministro Giuliano Poletti, secondo cui, per i giovani disoccupati, ha più potere di aprire le porte del lavoro una partita a calcetto che un curriculum. La discussione è stucchevole. In parte è stato da sempre così, in Italia. Nel senso di relazioni. E in questo senso, buone relazioni potrebbero nascere semmai da una partita a golf, ma mancano i campi. E lo sport non è proprio di massa, perciò lasciamo perdere.

Anche perché, più semplicemente, l’occupazione potrebbe venire da altre strade, se soltanto si percorressero. Quella del digitale per esempio, di cui si parla, si parla, ma poco si fa. Sostiene infatti il presidente dei Giovani di Confindustria, Marco Gay, in un forum all’Ansa con il country manager per l’Italia di Facebook, Luca Colombo: “Oggi il 22% delle posizioni di lavoro disponibili in Italia non trova addetti perché mancano le e-competenze”, mentre “l’Ue stima che ci saranno 500mila nuovi posti di lavoro in tre anni grazie alle competenze digitali”. Magari non saranno 500 mila, ma c’è da credergli.

Da viale dell’Astronomia, ma soprattutto dalla conferma che ne fa il Wall Street Journal, un serio allarme viene anche dalle politiche commerciali del neo presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che starebbe studiano dazi doganali anche sui prodotti Italiani. È appena il caso di ricordare che gli affari italiani negli States valgono 40 miliardi. E dunque di cominciare a fare politica estera seria. Sarà infatti anche il sogno della sinistra, ma il tycoon difficilmente sarà deposto dall’uso del 25esimo emendamento (interdizione del presidente mediante dichiarazione scritta del vicepresidente in cui si dice che “il presidente non è in grado di adempiere alle sue funzioni”). Perciò è il caso di attrezzarsi.

E magari, cominciando proprio qui, in Europa, dove il parlamento di Edimburgo vota il proposito di indire un nuovo referendum per l’indipendenza dal Regno Unito, proprio nel giorno in cui la premier britannica Theresa May consegna la lettera per la notifica dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona ai vertici Ue.