“Dopo Eduardo”, Luciana Libero e l’autobiografia di una generazione

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di Fiorella Franchini

“Non nasce teatro laddove la vita è piena, dove si è soddisfatti. Il teatro nasce dove ci sono delle ferite, dove ci sono dei vuoti… E’ lì che qualcuno ha bisogno di stare ad ascoltare qualcosa che qualcun altro ha da dire a lui”.
Eduardo de Filippo li ha narrati i vuoti, le ferite, le insoddisfazioni della sua città con amarezza e con umanità infinita. Raccogliere e, al tempo stesso, abbandonare la sua eredità è stato ugualmente difficile ma il teatro non si ferma, come la vita si trasforma, cambia parole, forme e continua a raccontare Napoli e le sue contraddizioni. Oltre trent’anni senza il maestro è un periodo congruo per ripercorrere la vicenda teatrale post-eduardiana e i suoi nuovi scenari.
Sembrava impossibile rifondare il repertorio locale e nazionale, eppure la nuova drammaturgia napoletana ha subito esordito con grande vivacità con Ruccello, Moscato, Manlio Santanelli e tanti filoni del teatro sperimentale, innescando una profonda riflessione sul rapporto con la tradizione, le rotture linguistiche, le contaminazioni e producendo testi innovativi e intriganti.
Testimone di questo cambiamento Luciana Libero, giornalista e critico teatrale, che nel 1987 con il libro “Dopo Eduardo Nuova drammaturgia a Napoli”, Guida Editori – e nel 2018 con un secondo volume omonimo, Serie Oro ideata e diretta da Anita Curci, in collaborazione con la casa editrice Apeiron e la Fondazione Eduardo De Filippo, ha raccolto altri testi e una nuova analisi critica sul teatro a Napoli dagli anni ’80 ad oggi. L’attuale antologia riunisce sette titoli rappresentativi della produzione drammaturgica degli ultimi decenni, dalle opere che rivelarono Manlio Santanelli ed Enzo Moscato, come Uscita di emergenza e Scannasurice, a Saro e la Rosa di Francesco Silvestri, Donne di potere di Fortunato Calvino, L’abito della sposa di Mario Gelardi, Favole del mare di Massimo Andrei, Mal’essere di Davide Iodice, e materiali su Annibale Ruccello, Franco Autiero e Antonio Neiwiller.
Un’indagine tra “tradizione e tradimento” l’ha definita Santanelli che dimostra il dinamismo e la qualità della creatività teatrale a Napoli e invita a una maggiore attenzione verso il racconto del teatro che va “ripensato, comunicato” con un impegno continuo e approfondito, anche per recuperare una documentazione dispersa, scomparsa o abbandonata, patrimonio culturale e sociale che appartiene alla storia del teatro e della comunità, “autobiografia generazionale condivisa” secondo Titti Marrone ricca di suggestioni e tracce inconfondibili.
Un saggio affascinante con un valido corredo fotografico e una buona bibliografia che riesce a mettere in evidenza la forte volontà dei protagonisti della scena napoletana a mettere al centro della politica la creatività. Più che la voglia di riscatto sembra prevalere una consapevolezza nuova, quella di sottolineare tutti gli aspetti della città, dal maledettismo alla rappresentazione onirica, dalla cruda realtà camorristica al folklore della quotidianità cittadina. Napoli pare finalmente accettare la propria condizione di estraneità, fatalmente alla ricerca perpetua di una identità perduta.
La ricerca di Luciana Libero, dunque, è ben lontana dall’esaurirsi. Il dopo Eduardo sembra già diventato un classico e le sue considerazioni sembrano condurre a un prossimo rinnovamento.
Se il teatro è vita, tutto scorre. Il presente esige altri racconti, diverse scene, personaggi inattesi, ignote emozioni.