Educazione terapeutica: pillole di latte o calzoncini corti?

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Foto di Pexels da Pixabay

Tutto è in continuo mutamento e trasformazione, niente rimane fisso e identico a se stesso lo sappiamo dalla biologia e non solo grazie ad essa.

Questo “panta rei“ di Eraclito bene si addice anche alla trasformazione del servizio sanitario nazionale.

Il cambiamento porta a trasformare ma non dobbiamo dimenticare di conservare la memoria di ciò che è patrimonio storico oltre che sociale ed antropologico.

Il tempo di cura e la relazione di cura rappresentano alcuni degli strumenti primordiali del patrimonio storico della professione medica.

Attraverso questi strumenti infatti l operatore sanitario semina la fiducia, la consapevolezza, la responsabilità, coltiva la coscienza della malattia ed il rispetto che diventano strumenti per la persona portatrice di malattia , affinché possa farsi timoniere del proprio percorso di cura.

L ‘aderenza alla terapia infatti nasce dall educazione alla terapia , può essere integrata alla medicina di precisione oppure alla prescrittomica ….non parliamo solamente dunque di “prenditi la pillola” ma di un percorso che parte dal tempo e della relazione di cura per arrivare al goldstandard degli obiettivi per gli operatori sanitari: la persona portatrice di una malattia sia essa acuta o cronica. Un approccio questo per arrivare al successo delle cure oltre che ad un strumento per ottimizzare Le risorse in sanità.

La testimonianza arriva da Adriana:

“Era il 2004, avevo ricevuto il rene da qualche mese. Mia figlia di sette anni vedeva che assumevo medicinali per quasi tutta la giornata.
Una mattina, forse stupita dalla quantità di pillole che assumevo, mi chiese candidamente incuriosita:
“Mamma, perché tante pillole?! Ma non dimentichi mai di prenderle?!”.
Devo dire che mi sentii presa alla sprovvista…Come farle capire l’importanza dell’assumere i farmaci dopo un trapianto?
Cercai una spiegazione comprensibile per una bimba.
Dunque le dissi: “Quando eri appena nata, io ti davo il latte molte volte al giorno perché questo ti avrebbe permesso di crescere restando in salute. Ecco,il mio rene ha bisogno di alimentarsi con le pillole per restare in salute”.
Lei annuì comprensiva e entusiasta mi disse: “Le pillole sono il loro latte!”

Quanto è importante prendere le pillole, Adriana?

Sicuramente l’attenzione e l’aderenza alla terapia dopo ventidue anni dal trapianto, con giornaliere assunzioni di farmaci immunosopressori ed altri farmaci, hanno contribuito alla buona riuscita del mio trapianto renale.

Quanta fatica c’è dietro a quella costanza?

Devo dire che non è facile essere costanti nell’assunzione dei farmaci. Soprattutto se pensi che un solo giorno o saltare una sola dose di farmaci non può comportare nulla di pericoloso.

Invece no! Bisogna predisporsi mentalmente, comprendendo che quei farmaci ti accompagneranno per tutto il tempo in cui il trapianto avrà vita.

L’aderenza alla terapia può farci sentire comeessere protagonisti del nostro percorso di cura?

Io non voglio un giorno ritrovarmi a pensare che se avessi fatto la mia parte aderendo alla terapia farmacologica, forse avrei prolungato la sopravvivenza dell’organo donatomi con tanto amore.
Non è un sacrificio grande “ingoiare compresse…”
Il sacrificio grande sarà ritrovarsi in rigetto chiedendosi : “Perché ho creduto che tutto sarebbe andato bene anche non aderendo alla terapia”. Forse sentirsi in colpa in questo caso può salvare la vita!”

Questa la testimonianza della vita di una donna che ha ispirato un libro che rappresenta l’esperienza di un fiore di acciaio che è “Adriana”.

“La verità è che era facile affidarsi agli altri, era la strada più semplice! Ci sarebbe sempre stato qualcuno da ringraziare o da incolpare, ma affidarsi anche a sé stessi era la parte più difficile. Entrare in gioco davvero, era la parte più difficile. Io non stavo giocando, mi ero lasciata trascinare sul campo ma non mi ero neppure messa i calzoncini. Come pretendevo io di tirare la palla se non mi ero presentata neppure una volta agli allenamenti, se non mi ero presa la briga neppure di scendere in divisa? No, c’era qualcosa che doveva cambiare, c’erano partite che andavano giocate…”. (GMP)

La persona portatrice di una malattia sia acuta che cronica deve sentirsi accompagnata in consapevolezza “in campo”.