Elena Giulia Rossi, Mind the Gap: il rapporto tra arte e tecnologia

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in foto Elena Giulia Rossi (ph Evans Dorri)

L’Occhio di Leone, ideato dall’artista Giuseppe Leone, è un osservatorio sull’arte visiva che, attraverso gli scritti di critici ed operatori culturali, vuole offrire una lettura di quel che accade nel mondo dell’arte, in Italia e all’estero, avanzando proposte e svolgendo indagini e analisi di rilievo nazionale e internazionale.

di Azzurra Immediato

‘Mind the Gap. La vita tra bioarte, arte ecologica e post internet’ non è semplicemente un libro, è qualcosa di differente. Sin dalla copertina, ho capito che quel volume avrebbe aperto a riflessioni e scenari di studio immaginifici, per tutta una serie di motivi. Il tema, innanzitutto: non il banale rapporto tra arte e tecnologia come siamo abituati ad immaginare – o credere d’aver compreso – bensì una indagine innervata su un molteplice e corale confluire di esperienze e sperimentazioni artistiche intersecate con scienza e tecnologia. Elena Giulia Rossi ha reso tangibile e visibile una semiotica che va oltre il segno, oltre il simbolo, addentrandosi nel prezioso spettro di mutamenti e ricerche che caratterizza l’ultracontemporaneo. Nella sua introduzione, l’autrice avvisa i lettori che quanto pubblicato, studiato e connesso “è una di tante storie possibili”; qui, invece, tentiamo di tessere una piccola trama consigliando, vivamente, di intraprendere la lettura di ‘Mind the Gap’ non già e non solo per avere un nuovo volume nella vostra libreria, bensì per approcciarvi ad una lettura del nostro tempo diversa e stupente.

“Mind the Gap” è il titolo del tuo ultimo libro pubblicato di recente per Postmediabooks. Come è nata l’idea di tale ricerca e come si è sviluppata sin dalla sua genesi?
‘Mind the Gap’ è nato dalla necessità di ripercorrere in una lettura unica diversi argomenti ai quali mi sono interessata negli anni e che dall’arte si estendevano alla biotecnologia, all’economia, al clima ad internet. Mi sono resa conto che sperimentazioni coltivate in ambiti al confine tra discipline e al crocevia tra arte, tecnologia e scienza raccontano molto del mondo attuale. Non si tratta solo di racconto, si tratta di consapevolezza di alcuni passaggi fondamentali anche per prendere coscienza del mondo, e quindi delle proprie azioni nel nostro quotidiano vivere. La ricerca è nata nel 1999 quando vivevo negli Stati Uniti, a Chicago. In quegli anni iniziava a consolidarsi, se pure in una modalità sempre periferica rispetto all’arte, l’interesse per sperimentazioni creative al crocevia tra arte e tecnologia. Cominciava anche a diffondersi la definizione di new media art. A tutto questo mi ero incuriosita anche con una buona dose di scetticismo. Per quanto dubbiosa, avevo deciso che queste nuove forme di avanguardia avevano ormai varcato le soglie istituzionali e andavano approfondite. In Italia questa attenzione è arrivata più tardi, nonostante ci fossero alcuni studiosi e realtà fortemente radicati e lo sono tutt’oggi. Mi sono appassionata e, nel corso degli anni, le varie opportunità tra progetti di curatela, interventi in convegni e in collettanee di saggi, sempre sul filo dell’incontro tra arte e tecnologia, mi hanno avvicinato ad altri ambiti disciplinari, come biotecnologia e clima. L’intenzione è stata quella di costruire un racconto che attraversasse queste tematiche, ricostruisse il mondo attuale attraverso tracce di quanto di invisibile gli artisti hanno rivelato alla nostra coscienza. Se un tempo, la tecnologia riguardava comunque la vita perché, coltivata nei laboratori militari, ha segnato il destino di intere società, oggi è il cuore del nostro quotidiano vivere. La usiamo ma non la conosciamo veramente. Per guardarla da vicino gli artisti sono entrati nei suoi ingranaggi laddove questi si intrecciano con la vita, hanno cercato una simbiosi con i suoi meccanismi. Dal suo interno, e attraverso l’esperienza, hanno potuto renderne comprensibile il funzionamento, distinguere e rendere visibili alcune cose che sono per noi sommerse nell’assuefazione. Quando si parla di arte e biologia, quali questioni etiche emergono? Quanta della nostra vita è transgenica? Quando si parla di visualizzazione dei dati, quale impatto può avere, per esempio, sulla questione climatica? E ancora … parliamo di blockchain e di bitcoin … non riusciamo ancora a metabolizzare queste tecnologie. Non sono poi così nuove ma il loro funzionamento e raggio di applicazione in ogni settore, oltre all’economia, non (ci) è poi così familiare. Quale impatto possono avere non solo sull’economia, ma sulla nostra stessa identità? Questi e molti altri sono gli argomenti dove si è avventurato lo sguardo fattivo degli artisti che hanno operato al loro interno. Tutti questi aspetti che dovrebbero interessarci da vicino. L’esigenza, quindi, è stata quella di portare in primo la vita. Lasciare poi la questione ‘arte’ sullo sfondo non ha significato per me metterla in ‘secondo piano’ in termini di importanza. Tutt’altro. L’arte è sempre presente, lo è anche fattivamente nella forza politica che può acquisire attraverso i canali istituzionali e nel suo confluire nei canali mediatici. Per tornare agli artisti di ‘Mind the Gap’, mi sono resa conto che tutti si erano posti al limite di qualcosa. Tutti hanno cercato punti di osservazione esterni. Per un paradosso, ottenere questa particolare angolazione ha significato, lo abbiamo detto, doversi immergere nel paesaggio, cercare una simbiosi con i suoi meccanismi. Da qui, il titolo ‘Mind the Gap’. Ma il ‘gap’ non è affatto un vuoto; è, piuttosto, un anello di congiunzione tra cose, quello che spesso sfugge alla nostra attenzione. ‘Mind the Gap’ è in sé è anche un richiamo all’attenzione, cerca lo stesso impatto emotivo della voce trasmessa nella metropolitana di Londra, e sì, in quel caso, il ‘gap’ è proprio il vuoto che si crea tra la banchina e la carrozza.

“Mind the Gap” affronta il tema della ‘vita tra bioarte, arte ecologica e post internet’ analizzando numerose sperimentazioni artistiche internazionali che sei riuscita a far confluire in una ragionata ma innovativa visione. Alla luce dell’anno appena conclusosi all’insegna del Covid19 che ancora non lascia scampo, come credi che l’intervento dell’arte e della tecnologia possa, in qualche modo, riuscire a tradurre la concezione di eventi che saranno considerati epocali?
Nel marzo 2020, durante il primo lockdown, lavorare al testo, alzare gli occhi e vedere cosa stava accadendo era come osservare la continuazione di ciò che gli artisti avevano preannunciato vent’anni addietro. Forse ancora più lampante è stato il legame che questo invisibile costruisce con l’informazione di ogni tipo. L’informazione, sul piano scientifico o mediatico che sia, dà letteralmente forma all’invisibile; spesso questa forma può rivelarsi determinante nelle azioni di risposta dell’uomo e in tutto ciò che da questo si ripercuote dalla micro alla macro scala. Certamente, continueranno ad esserci filoni di ricerca artistica al crocevia tra arte e tecnologia che potranno raccontare gli eventi epocali. Il racconto è molto più di uno sguardo perché raggiunge le corde della coscienza e della consapevolezza e questo può significare molto anche sul piano fattivo. Per certo, ora che l’interesse per queste tematiche sta improvvisamente crescendo, sarà sempre più difficile trovare lavori genuinamente proiettati nella ricerca vera. Bisognerà sciogliere ogni nodo di interesse che possibilmente si viene a creare in potenziali sodalizi, per esempio con aziende o media. Ma questo è un discorso valido da sempre per ogni cosa trovi riconoscimento. L’importante è considerare tutte le parti in gioco e cercare di capire i reciproci interessi. Questo ce lo hanno insegnato proprio gli artisti con i loro sguardi e metodi. ‘Mind the Gap’ adotta lo sguardo maestro di artisti del passato, ma anche di scienziati, come Alexander von Humboldt (1769 – 1859), che nell’Ottocento ha ripercorso una buona fetta del mondo a piedi analizzando pianta per pianta, radice per radice, costruendo una mappatura che di molto anticipa la visualizzazione dei dati, una visione che trovava l’unità nella varietà, che anticipava l’approccio transdisciplinare, e che così facendo, ampliava l’ampiezza del raggio visivo, oltre il pensabile.

Se è indubbio che l’occhio principe degli artisti ha valore premonitore e profetico, in un certo qual modo, il loro lavoro può essere avvicinato a quello degli scienziati che, da infinitesimali dettagli sanno poi raccontare i grandi ed immaginifici misteri della vita?
Per motivi e finalità diverse, tanto l’arte quanto la scienza destinano parte del loro lavoro a comunicare i loro rispettivi risultati all’esterno, al pubblico. Io credo si possa dire che sia in questo momento dedicato alla comunicazione, all’esternazione al pubblico, emotività creativa o dato scientifico che sia, dove questi due mondi si muovono su un terreno comune. Entrambi, hanno un impatto emotivo. Poi il dialogo tra arte e scienza è un altro discorso ancora, per molto tempo romanzato, non è sempre così semplice e immediato.

Cosa dobbiamo aspettarci dal futuro e dall’intersezione tra arte e sperimentazione scientifica coniugata secondo la traiettoria da te intesa come “una di tante storie possibili”?
Le storie sono potenzialmente infinite, quelle che potrei ricostruire io, ma soprattutto quelle che possono costruire gli altri, ciascuno con la propria esperienza. L’intersezione tra arte e sperimentazione scientifica continueranno ad esistere e a contaminarsi. Ho la sensazione che ci siano altri cambiamenti in corso, e non sono la sola. In questo momento, e a seguire la grande crisi che sta colpendo il mondo, ci sarà sempre più bisogno di agire a favore della ricostruzione in maniera fattiva. Le chiacchiere sono a zero. In questo, la creatività può rivelarsi molto più incisiva di quanto non si possa immaginare … c’è qualcosa che sta emergendo, una strada che stiamo seguendo in un progetto di collaborazione a lungo termine che sarà annunciato a breve … come ogni cosa che inizia e che si propone come sperimentale richiede una lunga ricerca e del tempo … l’emozione che qualcosa di nuovo esista e che questo possa avere la forza di riscrivere la storia è molto bella … questa è una di tante storie possibili, e intreccia la mia con quella di altri … in realtà, l’ha intrecciata ancor prima di aver chiuso l’ultimo capitolo di ‘Mind the Gap’ e il collegamento tra le due cose è arrivato nel finale di questo lungo lavoro ed è contenuto proprio nell’introduzione … finirà come finirà ma siamo ad un nuovo inizio, e quando c’è un inizio c’è anche vita. In fondo, per quanto unica specie biologica, i funghi sono riusciti resistere anche alla Bomba atomica. Questo è solo un piccolo indizio…

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La lettura di “Mind the Gap” mi ha riportata agli anni universitari, non a caso… poiché tra gli studiosi interpellati da Elena Giulia Rossi nella sua indagine figura il professor Pier Luigi Capucci, uno dei massimi studiosi in campo internazionale della relazione tra cultura, scienze, arti e tecnologie e, per me e tanti altri, indimenticato docente di Teorie e Tecniche della Comunicazione di Massa all’Università di Bologna i cui studi e saggi, nelle mie successive ricerche, sono spesso tornati nell’azione concettuale di metodologia analitica. Affermando, perciò, che la pubblicazione di Elena Giulia Rossi ha carattere universitario, ciò si traduce in una affezione filologica ed ontologica, certamente, ma non soltanto. “Mind the Gap”, invero, è un percorso che, attraverso una singolare trama di compenetrazioni tra linguaggi, visioni e azioni genera un criterio di conoscenza straordinario ma, soprattutto, insegna a guardare gli ambiti trattati con nuovo sguardo: “L’intenzione è stata quella di costruire un racconto che attraversasse queste tematiche, ricostruisse il mondo attuale attraverso tracce di quanto di invisibile gli artisti hanno rivelato alla nostra coscienza.” In tale intenzione il lettore deve poter scorgere la propria ‘storia possibile’ non perché debba diventare tecnologo, artista o scienziato, ma perché avrà la possibilità di comprendere la forza unica gemmata da un simile missaggio, mediante cui scorgere gli elementi invisibili del nostro vivere.

in foto Elena Giulia Rossi, Mind the Gap. La vita tra bioarte, arte ecologica e post internet. Ediz. postmediabooks