Elezioni, Juncker scatena il terremoto in borsa

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in foto Jean-Claude Juncker, presidente della commissione europea

C’è poca Europa in questa campagna elettorale, scrivevano i politologi nelle settimane scorse. Ci ha pensato Jean Claude Juncker a rimettere la questione al centro. E lo ha fatto a modo suo, creando un terremoto.
Il presidente della commissione Europea non piace agli italiani, per i quali tuttavia si tratta di un sentimento non gratuito, ma semplicemente ricambiato. Da sempre, infatti, è sensazione diffusa che al lussemburghese – il quale, oltretutto, predica bene (rivolgendosi agli altri, in special modo a noi) ma razzola male (ricordate le polemiche sui vantaggi fiscali concessi dal lussemburghese alle multinazionali?) – non andiamo molto a genio, come Paese e come classe dirigente. Ma i sentimenti emozionali non c’entrano, immagino, in questa vicenda.
Prima ancora che politico – a me sembra – Jean Claude Juncker sia un lobbista, con rispetto parlando della categoria. Tira l’acqua al suo mulino. E se, a mercati aperti, afferma: “Prepariamoci a un governo non operativo in Italia”, facendo perdere alla borsa – i calcoli sono del capogruppo di Forza Italia alla Camera, Renato Brunetta – 6 miliardi e mezzo di euro, non è perché il nostro a pranzo al solito abbia alzato un po’ il gomito, come pure si dice in giro. C’è dell’altro, evidentemente.
Insomma, senza cedere alla facile dietrologia, non è certamente un caso se la “boutade” della massima carica dell’UE è stata piazzata lì nel bel mezzo di una discussione già infuocata per la sede dell’Ema (la potente agenzia del farmaco) sottratta a Milano che ha tutte le carte in regola e assegnata con il sorteggio, guarda caso, ad Amsterdam che – si è scoperto – non ha i requisiti richiesti dal bando. Oppure, della vertenza sollevata finalmente a voce alta da un ministro italiano, Carlo Calenda, sulla diversa applicazione delle regole europee, come si sospetta esserci dietro la triste vicenda Embraco. (Nel caso – per i distratti – stiamo parlando di un’azienda del gruppo Whirlpool, che dopo aver incassato cinque milioni a fondo perduto dall’allora ministero delle Attività produttive e quasi otto milioni di euro dalla Regione Piemonte, ha deciso di delocalizzare in Slovacchia licenziando in tronco 500 lavoratori. E forse si dovrebbe parlare anche di questi aspetti nella campagna elettorale).
Insomma, tornando a Juncker, potrà anche darsi che il 4 marzo prossimo dalle urne non esca una maggioranza capace di assicurare un governo al Belpaese: osservo, tuttavia, che in Germania non ce n’è una ormai da settimane, pure a elezioni già celebrate. E la situazione resterà tale – guarda caso – anch’essa fino al 4 marzo, quando finalmente si conosceranno i risultati del referendum consultivo indetto dal popolo socialdemocratico tedesco chiamato ad esprimersi sul matrimonio tra Cdu e Spd. Insomma, in questo caso l’incertezza non spaventa.
Ma passata la buriana, gli squilli di tromba della campagna elettorale sono tornati prontamente ad essere riservati ad altre notizie. E ci sta tutto, sia chiaro, che finalmente si plauda alla congiuntura favorevole indicata dalla nostra economia. L’export tira come non mai ed il fatturato delle aziende è salito del 5,1%, il mese scorso, migliore performance dal 2011, così come sono saliti del 6,6% gli ordini. L’indice complessivo del fatturato (110) è tornato, insomma, al livello più alto dall’ottobre del 2008, mese significativo perché immediatamente successivo al fallimento di Lehman Brothers, evento simbolo della grande crisi finanziaria ed economica degli anni successivi. E poco importa se il livello di 117 punti e oltre che l’Italia aveva toccato nell’estate di quell’anno è ancora lontano. Il trend è in crescita, è questo che conta. Ovviamente, sono calate anche le ore di cassa integrazione: un milione in meno rispetto al gennaio 2017.
E si è tornato a parlare, nella campagna elettorale, anche della protesta degli immigrati barricati al centro di Roma contro la mancata erogazione del pocket money. Notizie che fa pendant – per così dire – con lo stipendio di 396 mila euro del governatore Mario Draghi: bruscolini rispetto all’assegno di 9,6 milioni di euro che nel 2017 si è staccato l’amministratore delegato di Fca, Sergio Marchionne.
Invece si parla poco del numero dei laureati, derubricando superficialmente il problema ad una breve. Scrive, però, l’Istat: abbiamo più musei di tutti, ma li frequentiamo poco. Abbiamo meno laureati del resto dell’Europa, e per di più l’ascensore sociale che va lentissimo: difficile arrivare all’università per chi è figlio di genitori che si sono fermati alla scuola media. Eppure la laurea fa una grande differenza, nelle possibilità occupazionali e anche per chi gestisce un’azienda: se ha un titolo superiore, le sue performance sono migliori.
In fondo, Marchionne e Draghi prima ancora sono laureati.

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