Emersioni, Carolina Cigala e gli interstizi della vita

“Emersioni” è l’ultima raccolta di poesie di Carolina Cigala, presentata all’Istituto degli Studi Filosofici da Francesco Lucrezi, con la partecipazione della storica dell’arte Carmela Vargas e dell’artista Sergio Fermariello. Il testo edito da Spazio Cultura, prefazione curata da Giancarlo Montedoro, a differenza della prima silloge “Respiri”, pubblicato nel 2015, presenta un discorso più asciutto, desolato, epigrammatico che affascina e incuriosisce per il fitto intreccio di poesia e tratto e il suo progressivo indietreggiare verso l’assenza, la rarefazione, il vuoto. “Vienimi incontro assenza./ Guardami/ sono qui/ invisibile.” Per la poetessa la vita, che tocca nel profondo e spinge a scrivere, è caos primordiale che si condensa in folgorazioni, emersioni, descritte con grande dignità di stile e ricchezza lessicale, in versi che si autoimpongono nella loro limpidezza d’immagine. Si tratta di veri e propri esercizi sensoriali, sfide sonore e visive, luci intermittenti e, al contempo, colpi di martello che oltrepassano qualunque limite percettivo, fagocitando in un mondo altro, lontano dalla quieta e lineare descrizione scientifica del mondo. Altre le chiavi d’interpretazioni del reale ricercate, con versi intensi e forti,
dalla poetessa, memore della filosofia heideggeriana che diviene linguaggio poetico evocante, principio di verità oltre ogni condizione di gettatezza dell’esistenza. L’ermetismo della scrittura a poco a poco scompare per lasciare il passo a connessioni acustiche, ad una fitta trama verbale che rapisce il lettore, lo trasporta in una dimensione onirica, gli consente di vincere il dolore, il rimpianto, la durezza del presente, proiettandolo in una dimensione atemporale, universale, di eterno ritorno ma anche di perenne lotta in cui al fine nuove possibilità si schiudono: “Instabile giaciglio la rassegnazione”. I disegni, le tracce colorate di Sergio Fermariello, il cui lavoro artistico parte dal segno stilizzato di un guerriero che viene ripetuto ossessivamente fino a riempire l’intera superficie della tela, accompagnano il percorso interiore dell’autrice, illustrando un mondo sommerso da cui in maniera per lo più inconscia e attraverso strade oblique, sbilenche emergono messaggi enigmatici, traiettorie oscure dell’esistenza. “Piccole lame fatte di suoni sono questi versi”: afferma Giancarlo Montedoro nella prefazione.
“Dissolvenza di una strada/ potrebbe essere origine o fine./ Accumulo di partenze o mete sbiadite/ istanti di esistenza ricongiunti./Parole, a voi, la rivelazione delle soste”: Carolina Cigala, con audacia entra in contatto con il flusso della vita e decide non tanto di raccontare l’oggettività dei fatti, ma gli interstizi tra i fatti, in una parola, il loro lato oscuro, tenebroso, desolato. La compositrice non narra eventi o vicende personali, bensì li osserva e riflette sull’esistenza in una sorta di straripamento della sua soggettività oltre i limiti della coscienza. Temi ricorrenti di queste emersioni sono la solitudine, il senso della morte, la maternità, l’annichilimento, il solipsismo. “Tempo svuota la tua corsa”: vi è l’aspirazione ad uno spazio senza soste e ad un tempo senza fatti, in un divenire incessante in cui possano emergere le immagini ancestrali del Tempo e dell’Oceano, nella consapevolezza che la morte da temere è quella che ci sta dentro non quella determinata dalla natura. Il foglio bianco, innocente, che la poetessa macchia con il suo inchiostro diviene una sorta di altare laico, in grado di sgretolare la solitudine: “Accogli anime distillate in inchiostro/ oboli a processione interiore/ foglio candido, innocenza che non pronuncia./ Sgretoli solitudine/ altare bianco/ astrazione, camice per umana alienazione”. La poesia può fermare l’istante e lo spazio, divenendo chiave d’interpretazione dell’esistenza per il lettore di ogni tempo, come hanno fatto i capolavori di Leopardi, Dante, Omero, o può divenire rituale privato non risolutivo di un disagio interiore. La vibrante poesia di Cigala, non si ascrive tra quelle dei cattivi poeti, ricordando Nietzsche, bensì la sua voce interiore, ripiegandosi su di sé, manifesta pudore contro ogni ridondanza emotiva e volontà di autentica comunicazione secondo un registro asciutto e puro. La sua scrittura accoglie dentro di sé il suono e si traduce in immagini sul teatro della pagina, mentre tutto scorre come olio tra le dita.
“Quando mio figlio entra/la casa perde gli angoli”: le strettoie della vita, gli incastri mutano di segno grazie alla maternità, alla relazione con il nuovo che si affaccia al mondo, con il figlio che è spazio aperto oltre ogni angustia del divenire in cui incessantemente si riavvolge la vita della poetessa. Madre, donna, scrittrice, Cigala con lucidità e onestà registra sensazioni impercettibili dell’esistenza e le offre al lettore come mare nel quale naufragare, per riemerge in un malagevole cammino, abbacinato da bagliori di verità. “Fintanto che non saremo/ non sarà cielo/ mare/ terra/ che non racconterà di noi/ dal bordo della vita”.

Maria Elena Viscardi