Emirati Arabi, le capacità visionarie dei regimi illiberali

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La visita di sistema organizzata dal governo italiano negli Emirati Arabi Uniti (United Arab Emirates) e guidata dal vicepremier e ministro delle Attività produttive Luigi Di Maio con al seguito 150 imprenditori offre lo spunto per qualche valutazione sui sistemi politici ed economici con i quali ci troviamo e ci troveremo sempre più a doverci confrontare.
Le formazioni statali che tra il 1971 e il 1972 hanno deciso mettere in comune le loro sorti sono sette. Quelle che contano e a cui si deve l’aggregazione sono due: Abu Dhabi e Dubai, grazie all’intuizione di coloro che vengono ricordati e venerati come i padri fondatori della confederazione: Zayed bin Sultan Al Nahyan e Rashid bin Saeed Al Maktoum.
Al loro posto adesso regnano i figli: rispettivamente Khalifa bin Sultan Al Nahyan (Abu Dhabi) e Mohammed bin Rashid al Maktoum (Dubai). Per statuto il primo è presidente dell’Unione, il secondo vicepresidente e primo ministro in una divisione di poteri e prerogative accettata e condivisa anche da tutte le altre formazioni emiratine.
Prima di diventare quello che sono, gli statarelli arabi si cui parliamo abitavano un pezzo di deserto conosciuto come Costa dei pirati per identificare l’attività preminente alla quale i suoi abitanti erano dediti. Finché l’Inghilterra non è intervenuta a mettere un po’ di ordine con un protettorato la cui influenza è durata fino alla vigilia dell’unificazione.
Prima della pirateria la popolazione locale viveva della pesca delle perle, attività dura e rischiosa messa in crisi nei primi anni del Novecento dall’innovazione giapponese della coltivazione. Circostanza che ha messo a dura prova la capacità di sopravvivenza dei residenti fino alla scoperta del petrolio nel 1958 ad Abu Dhabi e nel 1966 a Dubai.
Ora gli esperti dicono che l’oro nero sgorgherà dai pozzi dei due fortunati appezzamenti di terreno per altri cento e forse duecento anni. Una condizione fortunata che potrebbe indurre governanti e cittadini a dormire sonni tranquilli e a spendere allegramente i proventi delle vendite del liquido prezioso che ammontano a circa due milioni di barili al giorno.
Invece no. Prima i padri fondatori e adesso i figli prosecutori hanno capito che il petrolio non può essere il fine della loro esistenza ma solo il mezzo per cambiare la vita dei loro sudditi e della terra che calcano. Che, infatti, ha subìto in pochi anni una trasformazione incredibile diventando un esempio di lungimiranza ammirato da tutto il mondo.
Dubai, in particolare, si è trasformata nella città dei record come ci ricorda il grattacielo più alto del globo, il Burj Khalifa, e fa del turismo una fonte di reddito che pesa sempre di più nella contabilità nazionale. Intanto Abu Dhabi dà vita a Masdar City, la metropoli del futuro dove tutto è progettato per avere il massimo grado di sostenibilità possibile.
Il racconto dell’oggi, nella formazione araba, non è che una promessa di quello che accadrà domani. Non solo di quello più vicino come nel caso dell’Expo che il prossimo anno vedrà la luce in una Dubai scintillante più che mai ma anche e soprattutto di quello remoto avendo scelto per orizzonte i cent’anni dell’unione che si festeggeranno nel 2071.
È vero, mai come in questo caso vale l’adagio che non è tutt’oro quello che luccica. E sono molte le ombre che si allungano su un regno dove non esiste dialettica democratica ed è vietato mostrare ogni forma di dissenso. Ma i regimi illiberali mostrano segni di vitalità, capacità operative e intuizioni visionarie che i nostri hanno definitivamente perso.