Energia, De Vincenti (Merita) e Zigon (Mef) riuniscono i player nazionali: Accelerare su rinnovabili, Sud crocevia naturale di flussi energetici

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​di Raffaele Tovino

E’ lunedì 4 aprile. A due anni dalla pandemia e a un mese dall’inizio della guerra in Ucraina, Claudio De Vincenti e Marco Zigon riuniscono alla stazione marittima di Napoli un gruppo selezionato di esponenti dell’economia, della finanza, delle professioni. Chiamati al confronto con i player nazionali del mondo dell’energia, che intervengono da remoto. Sullo schermo i vertici delle più importanti player italiani dell’energia rispondono alle sollecitazioni provenienti dalla sala. Francesco Starace, amministratore delegato di Enel e Stefano Donnarumma, ad di Terna, portano il punto di vista delle industrie che si occupano del trasporto di energia sulle reti elettriche. A rappresentare il mondo del gas ci sono Marco Alverà, ad di Snam, il suo omologo in Italgas Paolo Gallo, Lapo Pistelli, direttore Public Affairs di Eni. Il tema scelto dalla Associazione Merita e dalla Fondazione Matching Energies è quanto mai attuale, si presenta in perfetto tempismo con lo scenario della geopolitica, che ha raggiunto livelli inusitati di turbolenza con l’inasprimento delle sanzioni alla Federazione Russa: “Il ruolo del Mezzogiorno per la sicurezza energetica italiana ed europea”.

Settima tappa 
E’ il settimo webinar che De Vincenti e Zigon organizzano insieme. A tratteggiare la situazione dal punto di vista dei dati e dei numeri sono chiamati due economisti. Giuseppe Coco che insegna all’Università di Firenze e di Bari ed è socio promotore di Merita. E Massimo Deandreis, direttore generale di Srm, il centro studi di Intesa Sanpaolo. Alle 10,30 tutto è pronto per l’inizio dei lavori, coordinati dal direttore editoriale di Economy Alfonso Ruffo.
Occhi ai dati. Negli anni 2019 e 2020 la composizione percentuale delle fonti energetiche ha registrato un aumento del contributo del gas naturale (dal 38,5% al 40,6%), un aumento delle rinnovabili e bioliquidi (dal 18,7% al 20,2%). Mentre è diminuito quello del petrolio (dal 35,8% al 33,1%). La fotografia di quegli anni dice ancora che la produzione lorda di energia elettrica è stata coperta per il 57,6 % dalla termoelettrica non rinnovabile, il 17% dall’idroelettrico. Il 24% da eolico, geotermico, fotovoltaico e bioenergie. Nello scenario europeo l’Italia era quindi in una posizione favorevole, grazie all’utilizzo del gas e al livello di sviluppo raggiunto dalla componente elettrica (e in tale ambito dall’incremento raggiunto dalle produzioni rinnovabili).

in foto Claudio De Vincenti, presidente onorario dell’Associazione Merita

Scenario sconvolto 
Ma dal 24 febbraio scorso, lo scenario è drasticamente mutato. La guerra alle porte dell’Europa non ci ha solo catapultati nel passato fatto di conflitti bellici di indicibile asprezza. Ha ipotecato anche il futuro dell’Europa, chiamata a liberarsi in fretta da un nodo scorsoio che si chiama dipendenza energetica.
Sono argomenti che mette in campo Marco Zigon, avviando la discussione. “L’istantanea di oggi – esordisce il presidente di Getra – vede il gas come nostra principale risorsa energetica. Ma lo shock determinato dai cambiamenti geopolitici causati dall’invasione dell’Ucraina ha destabilizzato completamente questo quadro di riferimento”. Tre sono quindi le criticità da affrontare, secondo l’industriale che è alla guida di un gruppo leader nel settore della produzione dei trasformatori oltre che della Fondazione che funge da braccio culturale del Gruppo. “Anzitutto lo spaventoso rincaro delle risorse energetiche che porta fuori gioco la competitività delle imprese europee ed italiane, spingendo l’inflazione e frenando la crescita del Pil. In secondo luogo il rischio di shortage di queste risorse, che può essere tanto più critico a seconda della severità degli scenari che si prospetteranno. Infine, nel breve e medio periodo, la necessità di un cambiamento degli assetti delle nostre strutture di approvvigionamento che ci riporti in una fase di riequilibrio tale da riprendere il cammino, anche e soprattutto nella direzione della transizione energetica”.

in foto Marco Zigon, presidente di Getra e Mef

Parlano i dati
La parola passa agli economisti. Giuseppe Coco parte dal quadro del fabbisogno italiano di gas. Sul totale consumi di gas naturale, in media 76 miliardi di metri cubi, il nostro Paese ne produce 3 (erano 15 venti anni fa). Dalla Russia ne arrivano 29, 21 dall’Algeria via Transmed, 7,2 dall’Azerbaijan attraverso il Tap, 10 dai terminali di gas naturale liquefatto. “Se interrompiamo le forniture russe – avverte Coco – entro l’estate dovremo riempire gli stoccaggi per 12 miliardi di metri cubi. E riempirli al 90 per cento – aggiunge Coco – costa circa 15 miliardi contro i 2 a prezzi di inizio 2021”. Ne discende che accelerare la transizione alle rinnovabili è una assoluta necessità. E che le norme del Decreto semplificazioni sulle autorizzazioni vanno applicate con decisione e velocità.
Sull’esigenza cruciale della scelta del mix di commodity per soddisfare il fabbisogno energetico si sofferma a sua volta Deandreis, che mette a fuoco il ruolo del Mezzogiorno nel nuovo quadrante energetico che sarà senza dubbio di segno euromediterraneo. Sostenibilità ed equità energetica possono derivare dall’adozione di schemi di cooperazione tra le sponde del Mediterraneo nello sfruttamento del potenziale rinnovabile e nella produzione di idrogeno verde, costruendo un nuovo dialogo energetico. “La crisi Russia-Ucraina porterà probabilmente l’Europa a rilanciare una partnership strategica con i paesi Mena. E il Mezzogiorno – incalza Deandreis – può contribuire in maniera rilevante al raggiungimento del target del 30% di quota green sui consumi finali lordi al 2030 stabilito nel Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima”. Del resto non bisogna trascurare che nel Sud si concentra il 97% ed il 41% della produzione eolica e fotovoltaica. Ormai è un dato acquisito, anche per effetto delle sanzioni alla Russia: il Sud può candidarsi a hub europeo dell’idrogeno, diventando il primo punto di approdo della nuova fornitura di energia di matrice africana. “Questo consentirà – sottolinea Deandreis – di fare della nostra collocazione geografica un’opportunità”.

in foto Massimo Deandreis, direttore generale di Srm, Centro Studi collegato al Gruppo Intesa Sanpaolo

La transizione non è un costo 
La parola passa ai campioni nazionali dell’energia. Francesco Starace parte dagli obiettivi europei tesi a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. “Ma è sbagliato pensare – spiega il manager di Enel – alla decarbonizzazione spinta della transizione energetica come a una centrale di costo”. Intanto perché avverrà comunque, perché è una necessità ineludibile, anche perché lo richiede il target della sicurezza energetica a cui saremo chiamati. E spiega: “Spendere risorse per i combustibili fossili è di certo un costo, perché è una scelta che porta a bruciare risorse. La transizione energetica è invece senz’altro un investimento. Si tratta di stabilire se il percorso sarà turbolento o viceversa ordinato. Ma è inevitabile. E cercare di fermarla o non farne parte è un errore, perché ci porterebbe alla marginalità”.
Investimenti dunque subito e ingenti, serviranno per ridurre i costi ricorrenti (anche sociali) del cambiamento climatico. Non solo. La prospettiva delle rinnovabili come motore dell’economia futura è un investimento anche perché genera innovazione e occupazione. “Soprattutto nel Mezzogiorno – afferma Starace – che ha una robusta dotazione di risorse naturali dal punto di vista delle fonti rinnovabili e ha una posizione nel Mediterraneo che lo rende automaticamente un crocevia dei flussi energetici, a patto che sappia gestire in maniera intelligente tale opportunità invece che passiva, come è successo finora”. Ne consegue che Enel ha pronta da mettere in campo una dotazione di 6 miliardi e seicento milioni nei prossimi tre anni solo nel Sud, concentrati prevalentemente sull’obiettivo di migliorare le infrastrutture di rete. Enel punta sul Sud anzitutto per la componente tecnologica, dal momento che conta di aumentare la capacità produttiva della sua fabbrica di pannelli fotovoltaici in Sicilia di quindici volte, con un investimento di 600 milioni. “Il Sud diventerà così e di gran lunga – aggiunge Starace – il più grande produttore di pannelli solari d’Europa”. Non basta. L’emergenza dello sganciamento dalla dipendenza energetica ha indotto finalmente a dare il via al progetto di rigassificazione di Porto Empedocle per circa 1 miliardo, vanamente reiterato dall’Enel per sette anni. Infine, a proposito di permitting, bisogna aggiungere che nel Mezzogiorno, se si include la Sardegna, è concentrato l’85% degli impianti richiesti. “Da questo punto di vista – dice ancora Starace – la semplificazione non è l’unico obiettivo, perché il vero problema sta nel supportare adeguatamente le strutture amministrative chiamate a smaltire una enorme mole di lavoro, per cui l’obiettivo principale deve essere quello di “creare task force regione per regione in grado di rafforzarle”.

Competere con la Cina
Marco Alverà offre a sua volta uno spaccato sulle prospettive future del mercato del gas. Parla della Cina che sta abbandonando il carbone e adottando il gas naturale per il riscaldamento domestico. A un ritmo gigantesco. “Ogni anno – rammenta – si allacciano alla rete cinese 15 milioni di utenze, l’equivalente di un Paese come la Francia. La competizione tra Europa e Cina sull’approvvigionamento della risorsa equivale a circa 30 navi di Gnl, vale a dire a 7-8 miliardi di dollari. E porterà quindi anche il futuro all’aumento dei prezzi, in quanto – sottolinea – il mercato cinese ha dei tetti, l’Europa no”. Per affrancarsi dalla competizione con l’Asia abbiamo bisogno di 2 miliardi di euro all’anno in stoccaggio e si sta pensando a un gasdotto sottomarino per collegare la Spagna (il Paese europeo con più rigassificatori) con le coste italiane.

Dopo il lockdown
Interviene quindi Stefano Donnarumma, che annuncia circa 4 miliardi di investimenti al Sud nei prossimi cinque anni. “Nel 2020 – dice l’ad di Terna – abbiamo visto durante il lockdown uno stress test fondamentale per la rete elettrica italiana, legato al calo repentino dei consumi fino a oltre il 40%. In quei giorni la produzione da energie rinnovabili è arrivata al 50-55%, ovvero il target che dovremo raggiungere al 2030. Il test ha funzionato, ma ha inciso sui costi del dispacciamento e della gestione in sicurezza del sistema durante quei momenti”. Questo è successo perché l’infrastruttura va ulteriormente sviluppata. Pertanto Terna ha previsto nel suo Piano di Sviluppo decennale oltre 18 miliardi di investimenti per abilitare la transizione energetica e favorire lo sviluppo e l’integrazione delle fonti rinnovabili. Per le regioni del Sud, Terna investirà nei prossimi 5 anni circa 4 miliardi, ovvero il 36% dei suoi investimenti. “Oltre al Piano di Sviluppo delle infrastrutture abilitanti – prosegue Donnarumma – stiamo, nel frattempo, gradatamente sviluppando anche un settore industriale, che include la componentistica di potenza, i trasformatori, i cavi, le tecnologie digitali”. L’intento fondamentale è evitare che si debba diventare dipendenti dall’estero anche di altri prodotti”.

Obiettivi del repower 
Alla discussione prende quindi parte Palo Gallo. Partendo dagli obiettivi del Repower Eu, il piano europeo per staccarsi dal gas russo. Due obiettivi rendono il Mezzogiorno un’area estremamente interessante. Ovvero la produzione di biometano al 2030, vale a dire 35 miliardi di metri cubi. E l’importazione di idrogeno per 20 milioni di tonnellate in più. “Rammento – afferma Gallo – che il PNRR assegna circa un terzo delle risorse per lo sviluppo di impianti di metano al Mezzogiorno a cui si aggiungono gli impianti di biometano, tratto dal trattamento dei rifiuti urbani, sia dei rifiuti agricoli sia dai fanghi di depurazione. Il ruolo del distributore – prosegue – in questo senso è sviluppare una rete molto capillare, così come ad esempio avviene in Francia con oltre 300 impianti di biometano”. Italgas studia soluzioni per poter spingere il biometano in una rete di distribuzione più estesa, addirittura verso la rete di trasporto. “Abbiamo la possibilità – conclude Gallo – di risolvere problemi di stoccaggio attraverso la produzione di idrogeno verde, un vettore energetico che offre la possibilità che trasportarlo o utilizzato in tempi diversi. Anche qui conta l’approccio che noi abbiamo, analogo al biometano, vale a dire la capillarità delle reti che permette una connessione facile da più punti di immissione”. Va detto che Italgas sta realizzando in Sardegna progetti di ricerca importanti per testare la produzione di idrogeno verde, quindi da fonti rinnovabili, per una molteplicità di usi. Punta ad avviare la costruzione di un impianto, sempre in Sardegna, già nel corso del 2022 per produrre idrogeno da fonti rinnovabili, in particolare da fotovoltaico, per poi sperimentarlo all’interno delle reti miscelato insieme al gas naturale.

in foto da sinistra Amedeo Lepore, Ludovica Zigon e Giuseppe Nargi

Farnesina in campo
Tocca a Giampaolo Cutillo, direttore centrale per le Questioni globali del Ministero degli Affari Esteri, il compito di spiegare qual è l’impegno della Farnesina. “Come ha detto più volte il ministro Di Maio, negli ultimi mesi abbiamo intrapreso un percorso di diplomazia energetica e climatica, diventato ormai un asse portante della politica estera italiana”. E’ chiaro che lo scoppio delle ostilità tra Russia ed Ucraina ha portato a un ulteriore sforzo nella ricerca di una maggiore diversificazione delle nostre fonti. Ormai è di pubblica conoscenza che in qualche modo bisognerà sostituire del tutto, o in grandissima parte, 29 miliardi di metri cubi di gas di fornitura russa nel più breve tempo possibile”. E’ noto che il ministro Di Maio è già da alcune settimane impegnato in missioni all’estero. Si è recato già in Algeria in Qatar e in alcuni Paesi africani come Angola e Congo. “I gasdotti che oggi ci portano il gas soprattutto dall’Algeria – continua Cutillo – sono una grande risorsa e sono molto promettenti i contatti in corso per potenziare il flusso anche dalla Libia che, sia pure in misura minore, può dare il suo contributo. Stesso discorso per l’Azerbaigian, dove puntiamo nel breve termine a un potenziale di almeno altri 2 miliardi di metri cubi da sfruttare nel breve, per poi mirare nel medio termine a un raddoppio. Credo vada poi rimarcato l’importanza decisiva GNL, ossia della residua capacità di sistema da sviluppare con i tre impianti esistenti, due nell’alto Tirreno e uno nell’alto Adriatico”. Se si dovessero interrompere, come sembra possibile, le forniture alla Russia, i partner europei dovranno praticamente confidare unicamente su quelle del Mare del Nord, vale a dire sull’apporto di gas dalla Norvegia che però non è sufficiente per tutti. D’altro canto la capacità di rigassificazione su scala europea è ad oggi inadeguata, considerando che la Germania non dispone di rigassificatori. “Il Mediterraneo al contrario si offre come soluzione – conclude Cutillo – perché oltre a queste reti e infrastrutturale sulle quali possiamo contare, abbiamo il gas liquido”.

In foto da sinistra Costanzo Jannotti Pecci, Amedeo Lepore e Ludovica Zigon

Italia al riparo 
Interviene infine Lapo Pistelli, che spiega la strategia di Eni che parte da lontano. “L’Italia è la seconda manifattura continentale – rammenta – anche perché è il Paese che ha diffuso capillarmente, con largo anticipo, il gas naturale abbandonando carbone, nafta e kerosene. E anche il nucleare. Il nostro Paese dispone di due infrastrutture da Nord e due da Sud più il Tap. Cinque corridoi di importazione che si consentono di contare su uno stoccaggio considerevole. Abbiano poi tre rigassificatori”.
Ma per la sicurezza energetica bisogna fare ancor di più. Algeria, Egitto, Congo, Angola, Mozambico, Qatar e Arzebaijan sono i fornitori del futuro. Il ruolo del Sud diviene strategico, perché dalle infrastrutture del Nord Africa può arrivare verso le nostre coste il gas che si va ad aggiungere alle produzioni domestiche. La crisi ci ha insegnato quello che dobbiamo fare in futuro. “Ossia diversificare. Per essere veramente liberi – conclude Pistelli – occorre avere sia vettori che fonti e luoghi di approvvigionamento diversi”.