Energia, la sfida di Zigon (Getra): Il Sud sarà l’hub strategico delle rinnovabili per l’Italia e l’Europa

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in foto Marco Zigon al festival dell'Economia di Trento

L’indagine rapida del Centro Studi di Confindustria segnala a maggio una flessione di -1,4% della produzione industriale. Dato che segue una caduta di -1% in aprile. Nel secondo trimestre 2022, la variazione acquisita della produzione industriale sarebbe di -0,6% rispetto al 1° trimestre, in cui si era già registrato un calo di -0,9% rispetto al trimestre precedente. E non basta. Le indicazioni provenienti dalle diverse indagini degli ultimi mesi restituiscono un quadro negativo. “Il prolungarsi dell’incertezza dovuta al conflitto contribuisce a indebolire il tessuto produttivo italiano, specie nel Mezzogiorno a fronte della inevitabile volatilità degli andamenti congiunturali che caratterizzano l’attuale contesto economico internazionale”. Parla Marco Zigon, presidente della Fondazione Matching Energies e di Getra, gruppo industriale leader nella produzione di trasformatori elettrici e di sistemi di interconnessione delle reti elettriche, non perde il gusto del cauto e ragionato ottimismo. La sua opinione sugli scenari dell’energia conseguenti alla guerra in Ucraina l’ha espressa in un intervento al Festival dell’economia di Trento, dove ha partecipato a un panel condotto da Claudio De Vincenti, presidente onorario della Fondazione Merita. Il Sudonline lo ha intervistato.

Come arriva il Mezzogiorno all’appuntamento con il PNRR?
Bene se l’Italia sa cogliere l’occasione per dare un nuovo ruolo al Sud e trasformare un problema storico in una opportunità. Una sollecitazione presente anche nelle Considerazioni finali del governatore Visco. Peraltro la riduzione divario interno è una condizione imprescindibile per ottenere le risorse del PNRR. 

E qual è il ruolo da ricoprire in futuro per il Sud?
Quello di hub di produzione e trasmissione dell’energia verso Italia e verso Europa. Tema di cui si è diffusamente parlato al convegno di Sorrento organizzato dalla ministra Carfagna, su tesi dello Studio Ambrosetti. Ed anche in un seminario organizzato dal Mef e Merita su Mezzogiorno e sicurezza energetica con la partecipazione di tutti gli attori della politica energetica in Italia. A questo è stato dedicata una sessione del Festival dell’economia di Trento. Il tema è avvertito, ma il Sud diviene un hub energetico dello spazio euro-mediterraneo solo a patto che si verifichino determinate condizioni prioritarie.

Quali?
Primo: l’upgrade tecnologico delle reti elettriche, che devono diventare smart. Secondo: la connessione del Nord Africa all’Italia mediante la supergrid delle energie rinnovabili. E terzo luogo va snellito l’impianto regolatorio e autorizzativo odierno in materia di infrastrutture energetiche.

Lei ritiene che il PNRR sia in linea con queste aspettative?
Il Piano mette a disposizione del Mezzogiorno 82 miliardi di euro. Ma non è solo un pacchetto di risorse, perché ha per obiettivo la riduzione del divario interno del Paese, unico in Europa a vedere una convivenza di una vasta area sviluppata e di una ampia area in ritardo negli stessi confini. E difatti gli obiettivi del PNRR per il Mezzogiorno sono un Sud più connesso e collegato, che attrae investimenti, più sostenibile e che garantisce servizi sociali. E’ da rimarcare che la dotazione finanziaria più importante riguarda gli obiettivi della rivoluzione verde e transizione ecologica: 23 miliardi.

Intanto il mondo non si è fermato a Glasgow, ma ha subìto dopo appena quattro mesi lo tsunami della guerra in Ucraina. Come impatta il conflitto scoppiato il 24 febbraio sull’obiettivo della transizione verde?
A Glasgow circa duecento Paesi del mondo hanno convenuto sull’impegno di mantenere l’aumento della temperatura glogale entro il limite di 1.5 C. L’invasione dell’Ucraina ha prodotto l’effetto di rendere necessaria una drastica riduzione della nostra dipendenza dal gas di provenienza russa. Ma questo non fa che accelerare l’impulso alla autonomia energetica basata sulle FER. Infatti la ricerca di altri Paesi fornitori o il ricorso ad altri idrocarburi e persino l’impulso alla realizzazione di rigassificatori, nulla toglie all’indispensabile incremento delle tecnologie di sviluppo delle rinnovabili, che per l’ltalia rappresentano il vero presupposto per una maggiore autonomia energetica. 

E in questo scenario come si colloca il Sud?
Se diamo uno sguardo all’attuale produzione italiana di energia elettrica da fonti rinnovabili, vediamo che il Nord è l’area specializzata nella quota dell’Idroelettrico e delle Bioenergie. Il Sud invece si presenta come piattaforma dell’energia eolica, con il 97% della produzione nazionale che si fa nel meridione, e del solare, con il 41%.

Il Sud è anche una porta naturale oltre che per posizione geografica anche per specializzazione, visto che la portualità del Sud è al servizio dell’approvvigionamento degli idrocarburi e dei nuovi afflussi di gas provenienti dal Continente africano. Non è così?
Il Mezzogiorno deve essere anzitutto l’hub di connessione anche per la trasmissione delle fonti rinnovabili di produzione Nord Africana. Con un tasso di elettrificazione FER al 50% in Nord Africa si avrebbe la copertura del fabbisogno elettrico dei Paesi del Maghreb, un surplus annuale di 424 TWh disponibile per l’esportazione verso l’Italia e l’Europa e un risparmio stimato di emissioni / anno da carbonio di circa 24 milioni di tonnellate.

Per l’elettrificazione da fonte rinnovabile resta sempre un problema: le tecnologie di accumulo ad oggi non ancora performanti.
Un contributo allo sviluppo delle rinnovabili può venire dalle tecnologie che utilizzano l’idrogeno verde come vettore energetico. La priorità resta integrare le capacità di accumulo dell’energia elettrica con lo stoccaggio dell’idrogeno prodotto con la generazione da FER. Lo sviluppo della filiera dell’idrogeno potrebbe essere la soluzione per la gestione della discontinuità delle fonti rinnovabili 

Ritiene che la filiera industriale italiana sia pronta a sostenere questa fase di sviluppo?
Dalla produzione alla manifattura, il contributo della filiera industriale italiana dell’energia è fondamentale per l’obiettivo di utilizzare le produzioni rinnovabili come fattore di competitività e di crescita. Il Sud già oggi rappresenta il 17-18% del valore aggiunto prodotto da questa filiera e vede insediate il 20% delle imprese attive in questo settore. Una direzione di marcia attestata da alcuni progetti strategici già in campo. Parlo dei rigassificatori di Gioia Tauro e Porto Empedocle con un investimento complessivo di circa 2,5 miliardi e occupazione per 2400 addetti tra diretti e indotto. Va poi segnalata la Gigafactory dei pannelli solari di Enel Green Power farà dello stabilimento di Catania, con cui il Sud diventerà il più grande produttore di pannelli solari in Europa.

Quali insidie vede su questo percorso?
Più che i limiti di carattere tecnologico, credo che le insidie vengano da burocrazia e cultura Nimby. I limiti tecnici alla espansione delle rinnovabili sono sormontabili con le soluzioni innovative che verranno dalla ricerca applicata, ma il principale freno da rimuovere è un quadro regolatorio da modificare presto e in maniera consistente. Gli investimenti che trovano impedimento ogni anno in Italia valgono 8,5 miliardi e mezzo pari e 1000 megawatt. E le opere più contestate appartengono al comparto energetico. Perdiamo un effetto moltiplicatore degli investimenti in infrastrutture che è di circa 3 volte. E non ce lo possiamo più permettere. Anche perché un miliardo in infrastrutture ne genera fra 2 e 3 miliardi in PIL e circa 1000 posti di lavoro. 

Quindi la precondizione non eludibile è lo snellimento del tortuoso, cavilloso e inefficiente percorso autorizzativo?
Per raggiungere gli obiettivi Europei del 2030 dovremo installare circa 70 GW di rinnovabili nei prossimi 10 anni (= 7GW all’anno). Negli ultimi due anni il nostro Paese è riuscito a costruire solo 1 GW all’anno. Tutto ci possiamo permettere fuorché di fallire l’impatto con le opportunità del PNRR. Tanto più dopo che il mondo ha imboccato una fase delicatissima di incertezza e turbolenza di cui purtroppo ancora non si intravedono gli esiti.