Enrico Mazzone: la più lunga narrazione grafica sulla Divina Commedia. La sua Rubedo e l’arte visionaria

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in foto l'artista e i ragazzi del Liceo Nervi Severini al Mercato Coperto, sdraiati sull'opera Rubedo

L’Occhio di Leone, ideato dall’artista Giuseppe Leone, è un osservatorio sull’arte visiva che, attraverso gli scritti di critici ed operatori culturali, vuole offrire una lettura di quel che accade nel mondo dell’arte, in Italia e all’estero, avanzando proposte e svolgendo indagini e analisi di rilievo nazionale e internazionale.

di Chiara Fucci 

Si intitola Rubedo l’opera di Enrico Mazzone, laddove per Rubedo si intende ‘porpora’ ma anche, con riferimento alla trasmutazione alchemica, il compimento della Grande Opera, preceduta dalle fasi di Nigredo e Albedo. Rubedo è dunque l’ultimo stadio di una tripartizione, e il tre non è un numero casuale, dato che quella di Enrico Mazzone è la più grande narrazione grafica della Divina Commedia, a cui sono stati attribuiti gli epiteti più disparati, tra cui “La Sistina di Rauma”, a voler ricordare la cittadina della Finlandia in cui l’artista torinese viveva e in cui il progetto, nel 2016, ha avuto inizio. Sono state le suggestive foreste finlandesi a ispirare Enrico Mazzone che, tramite un’associazione fra gli alberi e le anime dei suicidi del canto XIII dell’Inferno, ha deciso di dare vita alla sua memorabile illustrazione. L’ha fatto utilizzando proprio ciò che gli alberi contengono in nuce: la carta, per la precisione un foglio lungo ben 97 metri su cui, disegnando per cinque anni, l’artista ha voluto rendere omaggio all’esemplare creatività dantesca. Per il completamento dell’opera, Enrico Mazzone si è trasferito a Ravenna, città in cui Dante ha vissuto i suoi ultimi anni, e in cui all’inizio del 2021 Rubedo è uscita «a riveder le stelle», per dirlo alla maniera dantesca. Dopo essere stata conclusa a Ravenna e presentata a Torino, Enrico Mazzone ha deciso di esporre la sua opera nei piccoli comuni, sulla scia – come suggeritogli da Daniel Isabella che su Rubedo sta creando un documentario – di quanto avveniva per i film dell’anteguerra, i quali prima di essere portati nelle grandi città venivano accettati nelle realtà di provincia. Madrina e padrino in questo senso sono stati i piccoli comuni di Montella e Monesiglio, l’uno a sud, l’altro a nord, ma entrambi ospiti delle prime esposizioni di Rubedo. È proprio della sua opera e dei progetti futuri che abbiamo parlato con l’artista Enrico Mazzone.

La tua monumentale illustrazione della Divina Commedia è stata portata a termine proprio nell’anno del 700esimo anniversario della morte di Dante Alighieri, quando e perché hai deciso di volerti dedicare al poema dantesco?
Mi trovavo in Finlandia nella cartiera UPM, ospite della residenza d’Artista Raumars OY, nella ridente cittadina di Rauma. Direi che la mia intenzione di decifrare alcuni miei accostamenti al poema prende proprio forma tra i boschi e le foreste fitte finlandesi. Un po’ alla volta, quasi seguendo il copione, mi sono calato nel ruolo di chi decide di comprendere un percorso in base ai segnali e ai dettagli che vengono manifestati, riconoscendo le coordinate nei luoghi, nelle persone incontrate e nelle situazioni createsi. Assistere al fine di poter narrare è stata la mia vera missione, e il vero messaggio è stato deframmentare la Divina Commedia per salvaguardarne la struttura dei suoi archetipi. La casualità ha voluto che il processo creativo coincidesse con il settecentenario dantesco, non avendolo pensato a tavolino, ho avuto lo slancio di terminarlo a Ravenna grazie al supporto di Vittorio Sgarbi – che colgo l’occasione di ringraziare per il sostegno fino ad ora ricevuto – ma di esporlo in due comuni di provincia. Nell’esposizione ho preferito decentrare l’attenzione dalle città d’arte per permettere ai visitatori di sentire quella sensazione di trasporto sensoriale, viaggiando lungo l’Italia al fine di godere della cornice paesaggistica offerta.

Quali sono gli artisti che ritieni siano stati una fonte di ispirazione per il progetto e la realizzazione di quest’opera, sia da un punto di vista tecnico che da un punto di vista ideologico?
Prima di ogni altro direi che il Kalevala, ovvero l’epica finlandese, ha giocato il ruolo di filtro per rendere più autoctona la rilettura del poema dantesco, una declinazione adatta a rendere più naturale la trasposizione dei luoghi italici o mediterranei in lidi ben più nordici e altrettanto suggestivi. In Finlandia ci sono molti più slanci emotivi giocati sul binomio luce e buio, essendo l’inverno lungo e serratamente pesante per otto mesi all’anno. Alcuni pittori simbolisti finlandesi come Gallen Kala o Akseli Gallen sono stati un vero spartiacque per cercare di togliere alla tecnica di Doré un primato di accostamento. Effettivamente in tecnica monocroma e puntinata non si ha molta scelta, e le dimensioni ingombranti del foglio havana hanno dato spazio a sufficienza per ricordare i veri pionieri che da sempre mi hanno esaltato. Durer per la perfezione del dettaglio tecnico, Bosch per l’amalgama distopica di esseri polimorfi, Cranach il Vecchio e Bruegel per la ridondanza paesaggistica e la drammatizzazione del paesaggio stesso mi sono stati vicini in un assetto compositivo, al quale mai avrei pensato di approcciarmi. Come spesso accade non ho pensato al risultato finale, ma più al momento carpito, all’originalità di ogni singolo gesto del puntino sulla carta. A livello ideologico e drammaturgico mi è spesso venuto in mente il modus operandi di Bacon, istintivo e primordiale, in ogni istante in cui mi sono volutamente sforzato di sfuggire alla struttura solida di una realtà statica, disegnando giorno dopo giorno mentre fuori, nella neve, il mondo andava avanti.

La creazione del tuo racconto grafico da record ha richiesto anni di lavoro e una fatica non indifferente, ci sono state delle difficoltà che ti hanno costretto in itinere a delle modifiche e a degli adattamenti rispetto al progetto originario?Grazie per la domanda, che mi accende ancora una fiamma negli occhi, ricordandomi tutto quanto è accaduto, fedelmente testimoniato in un libro autobiografico e retrospettivo che ho intitolato “Dalla Galaverna alle Malebranche” – pubblicato da Michael Edizioni nel 2021 – un modo per parafrasare come sono passato dal soffice e ovattato silenzio nordico al rientro in patria, immaginando una sorta di redenzione. Non ho avuto un attimo di sosta e i vari spostamenti mi hanno certo cambiato, modellando quello che doveva essere l’obiettivo primario. L’obiettivo in sostanza è stato raggiunto, ma forse se avessi avuto più tempo non avrei improvvisato il concetto immanente di Dio che torna alla fine del Paradiso come chiave di comprensione di un percorso. Concretamente ho dovuto avere a che fare con trasferimenti in tre diversi studi, spostando l’opera in condizioni climatiche avverse. Quanto alla vita personale ho mantenuto una mia integrità e anche di questo posso essere soddisfatto, di certo ho avuto a che fare con situazioni che mi hanno fatto crescere, ma ho avuto fede nelle mie capacità: nonostante avessi pochi strumenti, con questi sono riuscito a creare una struttura, un metodo e un’attitudine da ricercatore, che già brevettata mi porta al componimento di una prossima opera. Il metodo scientifico si è arricchito di una componente onirica, similmente al modo in cui Jodorowski lavora.

Viaggi e vivi spesso fuori dall’Italia e hai reso omaggio al portabandiera della letteratura italiana nel mondo, se dovessi realizzare un progetto simile a quello appena concluso ma scegliere un simbolo di una cultura straniera, cosa ti piacerebbe rappresentare?
Ho provato a vivere nell’idillio della Bell’Italia, che ha sempre di più da concedere, grazie ai passi da gigante che la sovraintendenza sta attuando per “aprire di più” e condividere la bellezza che la storia di secoli, tra arte e cultura, ci concede. Mi conviene essere meno idealista e più concreto, continuando a viaggiare e a operare in una base oramai ben conosciuta e collaudata: la Finlandia. Io non mi ritengo un Artista, perché in tal senso escludo il canale delle Gallerie e della facile vendita, a tal proposito mi trovo più contestualizzato nell’iniziare due nuovi progetti ai quali posso benissimo dedicarmi pur avendo un lavoro part time. Inizierò a maggio del 2022 un’installazione land art in un bosco finlandese inerente al Kalevala, ho già avuto lo spazio e i permessi tra Eura e Lapinjoki. Grazie all’apertura del sito UNESCO, ho avuto la certezza burocratica di avere uno spazio a cui mettere mano, senza alcun intervento intrusivo, ma operando solo con blocchi di pietra. Il Kalevala è l’epica finlandese ricostruita e composta da Eino Leino che mi ha già forgiato in quest’ultimo quinquennio, mi sono affezionato alla naturalezza narrativa che spiega il rapporto tra uomo e natura, arricchendo ciò che si ha a disposizione con l’idillio del paesaggio stesso, e senza alcuna “torrefazione umana”. Il mio intento è quello di presentare un tableaux vivant di come la natura finlandese non necessiti di alcun assioma o spiegazione euristica. Un’altra opera che ho già iniziato su una bobina di carta da 0,90×175 metri è la rappresentazione dell’Apocalisse di San Giovanni, disegnata a matita blu e a tratteggi, un’opera classica che appartiene al ciclo della Bibbia, perciò universale per chiunque sia interessato a un concetto di Arte visionaria e simbolica, che penso di saper fare bene.

in foto l’artista nella cartiera di Rauma Upm con la mole dell’opera in altezza
in foto raccolta di pietre per completare il lavoro nel bosco di Uotila (ph. Enrico Mazzone)