Escamotage gestionale. OK, quello di Reggio Calabria funziona

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Una nuova e diversa gestione dei nostri beni culturali dovrebbe innanzitutto inquadrare perfettamente qual è il patrimonio da offrire ai turisti ed ai residenti. Non sempre infatti i due gruppi hanno un immagine coincidente degli stessi beni culturali. I residenti hanno un immagine complessa, molto strutturata, legata alla propria vita, alle proprie tradizioni ed alle proprie esperienze. I turisti, non necessariamente stranieri, hanno di un luogo un immagine più semplice, pochi concetti, forse i più suggestivi e potenti, intorno ai quali sono pronti a raccogliere le proprie emozioni. Addirittura le immagini possono essere antitetiche. Un esempio? I turisti del Gran Tour che giungevano a Instambul o a Gerusalemme. Essi erano molto più interessati alle vestigia classiche, cristiane o paleocristiane che alle mirabili moschee selgiuchide ed ottomane che per i residenti erano le uniche espressioni di civiltà. Lo studio e la scelta degli aspetti da sviluppare ed accentuare nel curare l’immagine turistica e la forza culturale di una città sono un momento delicatissimo del processo di gestione. L’immagine commerciale deve essere semplice e diretta altrimenti rischia di non essere vendibile. La sovrapposizione di questa immagine con quella che hanno i residenti puo’ addirittura ledere l’identificazione con i luoghi di questi ultimi. Che si fa allora? Un esempio che esprime alla perfezione la gestione della doppia immagine che di un bene culturale hanno i visitatori e i turisti, è quello del Museo di Reggio Calabria nell’esposizione dei Bronzi di Riace. L’aspettativa dei turisti è volta alla storia della Grecia, all’epoca classica, a Fidia. Con un ideale salto di qualche migliaia di chilometri essi cercano nelle statue venute dal mare i segni dell’arte del Partenone. E’ un immagine volta a quel importante simbolo della antica democrazia di Atene che fu l’inizio della nostra democrazia. Gli stranieri, desiderosi di bearsi della perfezione e dell’armonia delle proporzioni delle due statue bronzee, restano interdetti di fronte alla condizione di vera e propria segregazione cui sono sottoposte le due statue. Abituati alla visione dell’arte greca come di quella che piu’ d’ogni altra si integra e partecipa alla natura, scoprono invece le statue del tutto separate non solo dalla natura ma avulse , isolate da qualsiasi contatto con la vita. Imprigionate da una sorta di teca sterile, per accedere alla quale si è obbligati soggiornare per qualche minuto in una specie di camera sterile. Il visitatore deve essere ripulito da tutte le impurità che potrebbero contaminare le delicatissime statue come una varicella disintegratrice. Il residente, da parte sua, vive in maniera totalmente diversa la prigionia delle statue. Ha sviluppato un grande senso di protezione per i due giganti di bronzo. Sa che sono fragilissimi, e l’uso della tecnologica e più raffinata protezione lo coinvolge perché in quelle due statue egli identifica il proprio passato, le storie sul ritrovamento, avvenuto dopotutto in tempi non  lontani, sono le storie che potrebbero raccontare i loro parenti, i loro amici, e la data del ritrovamento è per loro come una data di nascita, una data che segna l’ingresso dell’intera Calabria nel numero ristretto delle città d’arte I bronzi sono diventati calabresi, sono la Calabria, e poco importa se venivano dalla Grecia e solo casualmente affondarono nei nostri mari. Con un perfetto escamotage di gestione interpretativa per attutire l’insofferenza all’attesa della dovuta “purificazione” del turista, e per fornire la necessaria pezza d’appoggio all’identificazione del residente, si è arredata la prima “sala di purificazione” con divani e due videoregistratori che con immagini e voci raccontano tutta la storia. Dalla supposizione della caduta in mare delle due statue, al loro ritrovamento, all’’opera di restauro fino all’inaugurazione e alla spiegazione degli apparati tecnologici di protezione . Cosa succede in quel piccolo lasso di tempo? Nelle immagini del 1972, della gente affollata intorno ai due giganti appena issati dalle profondità marine, degli studiosi e dei restauratori, i residenti ritrovano volti dai tratti quasi familiari, avvertono l’orgoglio della scoperta, sentono il genius. I turisti comprendono la ragione del piccolo sequestro purificatore, e giustificano la piccola perdita di tempo con l’acquisizione di immagini e informazioni che renderanno piu’ completa e memorabile la loro esperienza. Si chiederanno se queste grandi statue siano effettivamente così fragili avendo per secoli resistito alla pressione dell’acqua del mare e della sabbia, ed ascolteranno il parere dei restauratori che se ne occuparono. Quand’anche non fosse necessario il breve soggiorno “purificatore” ha lo scopo di rendere la visita ancora più indimenticabile, gestendo la sovrapposizione della doppia immagine del luogo, quella dei turisti e quella dei residenti. Un punto a favore della tecnica di gestione di una difficoltà. C’è però un neo in tutta questa consapevolezza gestionale: i dati censiti sulle presenze di visitatori del museo mostrano un salto fortissimo di affluenza tra il periodo estivo e quello invernale. Ovviamente nei mesi estivi c’è il picco di visitatori. Esso crolla miseramente nei mesi invernali. Per l’economia del museo non si tratta di dati confortanti. Sarebbe certamente utilissimo se durante l’inverno e con le dovute cautele, altri musei di altre città, in ambienti egualmente protetti potessero ospitare i due Bronzi magari sottolineando maggiormente l’integrazione con la natura che in questo tipo d’esposizione è totalmente assente. Essi potrebbero diventare un biglietto d’invito in Calabria per tanti visitatori in più. Per questo motivo gli scambi di opere d’arte tra musei sono sempre auspicabili per il turismo dei luoghi.