Esporre non è un gioco, lo dice la proprietà transitiva

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Potrebbe essere mai messo in discussione il valore delle opere esposte al Museo di Capodimonte? Non può. Potrebbe essere mai messa in discussione la capacità degli artisti autori di queste opere? Mai. Si può mettere in discussione il passeggio, a volte quasi indifferente, di tanti tra i visitatori che percorrono le sale e i corridoi del Museo con lo stesso moderato interessamento con il quale potrebbero girare tra le vasche di un acquario? Si può confutare l’espressione di stanchezza e di liberazione finale che si legge sul volto di coloro che dopo ore di cammino tra le sale, assistiti solo dall’opportunità di sedere su una scomoda panchetta, finalmente escono “. a riveder le stelle..”?
A Capodimonte la bellezza ti prende e ti da la forza di percorrere contento l’interminabile teoria di sale piene d’arte. Guai però a perderne una – chitrovalaforzaditornareindietroepoiriprocedere-.
Punti di ristoro tra una sezione e l’altra? Non pervenuti. Servizi igienici? Trovabili, esistono e con un po’ di pazienza e fortuna sono anche raggiungibili. Tantissime opere d’arte, uno spazio immenso, visitatori, spesso affaticati, che finiscono per passeggiare tra le sale soffermandosi qualche volta, più spesso allungando lo sguardo sulle opere che più sono vicine al proprio tragitto. In questa condizione che, sebbene il museo sia sempre affollato, sicuramente mina non poco il gradimento e la voglia di tornare, si è inserita l’iniziativa “Carta Bianca”, una mostra di opere, prevalentemente già presenti nella struttura, che, su invito del direttore, dieci personalità dell’arte hanno scelto e allestito secondo i propri desideri, secondo la propria idea di esposizione d’arte. Bello vero? Già s’immagina un insieme di opere che descrivono, per i più esperti, il carattere del “curatore per un giorno”, e che possano creare un atmosfera emozionante per tutti, anche perché non tutti i novelli allestitori sono curatori o esperti d’arte.
Doveva essere la mostra del cuore di ognuno dei convocati.
Imperdibile. Ecco dunque, tra la scala d’accesso e la sezione dedicata al barocco, lo spazio riservato dove dieci illustri a vario titolo hanno avuto, appunto Carta Bianca. All’ingresso la presentazione che Sgarbi stesso fa del proprio allestimento che classifica interessato, presuntuoso, vanitoso. Accidenti, forse ha dipinto un quadro e lo espone insieme a quelli del Parmigianino? Poi tre sale con dipinti a dir poco mirabili, dell’epoca dal critico prediletta, e, a meno di non essere un competente suo pari, gli aggettivi usati restano un mistero. C’è poi il racconto, affascinante, dell’architetto Paolo Pejrone che giustifica con la calura d’un giorno d’estate la scelta di rappresentazione di aree verdi, ombrose e fronzute. L’idea giusta, nel luogo giusto. Eppure no.
Colpo interpretativo mancato: una finestra con l’affaccio sul parco con alberi e prato è inserita tra due tele. Magnifico. Un quadro vero e mirabile come quello della natura tra quelli che la rappresentano. Se questa fosse stata la ratio della scelta, allora sarebbe stato meglio fare in modo che il visitatore camminasse su una pedana leggermente soprelevata rispetto al pavimento. Oggi si vedono due quadri e di quello naturale si gode soltanto del cielo e qualche sparuta puntina di chioma d’albero. Camminare ad un livello un po’ più alto avrebbe fornito l’effetto sperato. Le sale si susseguono ma a prescindere l’ammirazione per le opere, la passeggiata tra mirabili quadri è la stessa che si può osservare nelle sale con l’esposizione permanente. La domanda, torna spontanea: qual è la differenza tra questa e le altre sale? Con immenso piacere scopriamo che Riccardo Muti ha amato uno ed un solo quadro che ha voluto, alla moda francese, lasciar solo soletto su una grande e nera parete. Ci siamo tolti un pensiero. L’unica esposizione che davvero fa intuire che il suo curatore avesse carta bianca è quella dell’artista Francesco Vezzoli: un infilata di sculture di epoche diverse recuperate dai depositi. Personaggi che non avrebbero mai potuto incontrarsi, messi materialmente faccia a faccia, tranne una coppia -trova l’intruso-. I cordoni di protezione che circondano le due file impediscono al pubblico di camminare al centro della teoria di teste e di emozionarsi sotto quegli sguardi vuoti. Ottima l’idea, discutibile la resa. Si avverte il vuoto da mancanza d’interpretazione ma esso non può essere colmato neanche dall’ingegno di cervelloni riuniti in conclave. L’interpretazione non s’inventa e l’esposizione è la sua prima creatura. Per la proprietà transitiva anche l’esposizione non è frutto di un gioco di fantasia.