(Est)etica dei tatuaggi perché non serve il terrore

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Grida all’allarme l’Istituto Superiore di Sanità: i ragazzi tatuati sono il 7,7 per cento dei ragazzini tra il 12 e i 17 anni. Se in Sicilia i tatuaggi sono o sarebbero completamente vietati ai minorenni, il dato che emerge a livello nazionale è che un quarto dei liceali che si sono sottoposti a tatuaggi e a piercing ha avuto problemi di infezione. “Il tatuaggio non è una camicia che si indossa e si leva: è l’introduzione intradermica di pigmenti che entrano in contatto con il nostro organismo per sempre e con esso interagiscono e possono comportare rischi e, non raramente, anche reazioni avverse”: questo il monito dell’Istituto Superiore della Sanità che vorrebbe fare prevenzione nelle scuole affinché tale moda o costume cessi e siano coinvolti sempre più genitori definiti assenti, distratti e ignoranti. Eppure il dibattito sui tatuaggi è davvero antico e chiama in causa i sofisti che non riconoscevano valori e verità assoluti, prediligevano il relativismo e già nella prima metà del IV secolo, dissertando delle cose belle o brutte per i diversi popoli, così si espressero: “presso i Traci, il tatuaggio per le fanciulle è un ornamento; presso gli altri popoli, è una pena che s’impone ai colpevoli”. Il valore estetico del bello e del brutto diviene il valore etico del giusto e dell’ingiusto, tradotto da Protagora nella teoria dell’homo mensura, ossia “l’uomo è misura di tutte le cose”, per cui ogni verità, ogni costume, o modello di comportamento è relativo a chi giudica e anche relativo ad una certa situazione. Nel presente ci si domanda se il divieto rispetto ai tatuaggi faccia davvero bene o vada a incrementare ancora di più un mercato senza regole dal momento che il Paese ha incoronato una miss Italia con tatuaggio, decretando una novità assoluta per cui il tatuaggio può dirsi bello per tanti Italiani. Allora far apparire una cosa bella per poi proibirla, terrorizzando i giovani, non mi appare una scelta saggia da parte dell’Istituto Superiore di Sanità. Quando un dato diviene culturale, prevenzione significa anche saper modulare la comunicazione agli adolescenti il cui esserci non è solo biologico ma anche psicosociale. Occorrerebbe imparare a non usare sempre e solo la paura come canale di rinforzo primario per estinguere un comportamento ma comprendere meglio le ragioni psicologiche di tale scelte dei giovanissimi.