Europa oggi significa Unione Europea. Conversazione con Jean Pierre Darnis

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In foto Jean Pierre Darnis

Essere europei significa sempre di più avere una piena coscienza europea, con la consapevolezza che non solo quanto accade a Parigi influenza la vita a Roma e quanto succede a Berlino abbia effetti sul futuro di Madrid, ma anche che sono interconnesse le vicende di località meno note di province europee oggi legate in filiere continentali ed internazionali.
La capacità di viaggiare più facilmente, scambiarsi merci più agevolmente, comunicare istantaneamente ha determinato – e continua a determinare – l’esistenza di una viva comunità umana europea. Dalle possibilità di crescere e lavorare alle opportunità di innovare fino alla capacità di gestire le sfide politiche moderne, sono tutte splendiee sfide che meritano di essere raccolte.
Esiste un rimedio che in pochi anni renderebbe tutta l’Europa libera e felice. Esso consiste nella ricostruzione della famiglia dei popoli europei, o in quanto più di essa riusciamo a ricostruire, e nel dotarla di una struttura che le permetta di vivere in pace, in sicurezza ed in libertà. Dobbiamo costruire una sorta di Stati Uniti d’Europa.” Questo è un estratto dal “discorso alla gioventù accademica” tenuto all’Università di Zurigo nel 1946 da Churchill.
Con Jean-Pierre Darnis, consigliere scientifico dello IAI e professore associato all’Università di Nizza Sophia-Antipolis, proviamo ad approfondire alcuni temi di attualità, andando oltre i luoghi comuni che animano il dibattito pubblico italiano.

Cosa significano in realtà le espressioni ‘in Europa’ e ‘fuori dall’Europa’, in questo millennio segnato dal ruolo globale di Usa e Cina? E come dovremmo considerare il Mediterraneo e l’Africa, da italiani ed europei?
La priorità deve essere data alle istituzioni, Europa significa Unione Europea. Poi esiste anche la storia, la geografia e le ideologie che danno altre definizioni. Ma noi abbiamo come identità e come bene le istituzioni dell’Unione. Il ruolo mondiale degli USA è relativamente decrescente da un punto di vista politico, mentre quello della Cina è crescente, ma noi, l’Unione Europea, rappresentiamo qualcosa di diverso, l’unica unione politica pacifica della storia, il che ci dà uno specifico valore universale, rinforzato dalla capacita di sopravvivenza di questa Unione alle varie crisi. L’Africa rappresenta un “estero”, quindi una sponda sud che dobbiamo trattare con grande cura, insistendo sullo sviluppo sociale, economico e istituzionale. Il Mediterraneo è una categoria semantica usata solo dall’Italia, e quindi che spesso crea problemi perché non coincide con le rappresentazioni degli altri. Sarebbe meglio parlare di politica africana, oppure medio orientale, nonché di balcani, per disegnare i quadranti esteri dove si proietta tradizionalmente il bilateralismo italiano ma anche la percezione delle minacce, questo lo renderebbe piu comprensibile da parte dei vari partner e permetterebbe all’Italia di aggregare partner, nel caso fosse interessata a potenziare i bilateralismi.

Il rapporto tra Italia e Francia ha avuto un andamento variabile: alla luce della nascita del secondo governo Conte (ma con una maggioranza parzialmente cambiata), cosa dobbiamo aspettarci, dopo i rischi di allontanamento dal Patto Atlantico, visto il fascino esercitato delle sirene russe? E quali valutazioni potrà fare il presidente Macron rispetto alla sua azione di politico europeo in questi anni venturi?
La visita del presidente della repubblica francese il 18 settembre dà già una risposta chiara, illustra un cambio di rotta in materia di relazioni franco-italiane. Le possibili convergenze europee aumentano: potremmo vedere il bicchiere mezzo pieno analizzando l’attuale fase, in termini di opportunità. Pensiamo all’accordo di Malta che il ministro Lamorgese ha contribuito a stipulare. È in nuce un nuovo patto europeo per la gestione di un tema enorme come quello della immigrazione. Oltre a ciò, guardiamo a cosa accade sul fronte Libia: a margine dell’Assemblea Generale dell’ONU, le diplomazie di Italia e Francia si sono incontrate e rilanciato la strada quantomeno della non divergenza di interessi. L’uscita della Lega dal governo, l’affare dell’hotel Metropol nonché alcune accuse recenti di spionaggio rivolte a esponenti russi, fanno pensare intanto che l’indole pro russa del governo Conte 1 verrà fortemente ridimensionato, tornando a esercitarsi in sintonia con la politica UE e NATO.

Quanto accaduto in Francia alle scorse elezioni presidenziali, ha mostrato il funzionamento del modello semipresidenziale, dove si sono confrontate due offerte politiche: una lepenista nazionalista e antieuropeista che si misurava con una nuova proposta centrista ed europeista rappresentata da En Marche. Con l’eliminazione di tutte e due le famiglie politiche che hanno fatto la storia della Quinta Repubblica francese, si è aperto un nuovo capitolo. E in Italia potrebbe accadere qualcosa di simile?
La differenza di sistemi politici fra il presidenzialismo francese e il parlamentarismo italiano rende difficile il paragone. Quando in Italia si ragiona sul ritorno al proporzionale quasi integrale, si percepisce che le velleità maggioritarie, contenute nella riforma voluta da Renzi e poi bocciate, si allontanano. Quindi gli scenari politici francesi e italiani vanno considerati come disgiunti. L’assetto costituzionale è differente e lo sono anche le logiche connesse. Tra l’altro in Francia esiste una conventio ad excludendum rispetto al partito lepenista, cosa che in Italia non avviene nei confronti della Lega di Salvini.

La scelta di Ursula von der Leyen a Bruxelles rappresenta una conferma dello storico motore europeo franco-tedesco, una soluzione politica elaborata nell’ambito del rapporto fra Macron e Merkel. Ma il rapporto va oltre i singoli nomi: nel 2018 è stato creato un Consiglio franco-tedesco di esperti economici per sviluppare le convergenze sulle analisi economico-finanziarie e con il Trattato di Acquisgrana del 2019 si prevede che, almeno ogni trimestre, un ministro di uno dei due paesi prenda parte al Consiglio dei ministri dell’altro. Queste intese bilaterali aiutano la costruzione federale degli Stati Uniti d’Europa? E un paese fondatore della EU come l’Italia potrebbe avere ancora un ruolo?
Le istituzioni franco tedesche risalgono al 1963, al Trattato dell’Eliso, un meccanismo che è stato perfezionato con scambi e consultazioni continue fra due governi, in una volontà di riconciliazione fra due nazioni storicamente nemiche. Si tratta anche lì di un rapporto bilaterale istituzionale che prevale sulla volontà e le capacità degli uomini o donne al potere, ed è un meccanismo fondamentale, un bene al cuore dell’Europa perché organizza il confronto e quindi la convergenza fra due modelli molto diversi, trascinando poi compromessi al livello dell’Unione. L’Italia avrebbe un interesse concerto a concludere un trattato bilaterale con la Francia, il trattato del Quirinale, per aumentare il livello di confronto e di dialogo con la Francia e semmai a cercare di stabilire in parallelo un meccanismo paragonabile con la Germania.

Secondo un’indagine dell’Eurobarometro su sicurezza e difesa (2017), il 75% degli europei è a favore di una politica UE comune di sicurezza e difesa. Più della metà, il 55%, è a favore della creazione di un esercito europeo. Scorrendo l’Eurobarometro di marzo 2018, il 68% degli europei dichiara di volere che l’Unione faccia di più in materia di difesa. La stessa percentuale si riscontra anche considerando le risposte dei soli cittadini italiani. Nessuno stato membro può far fronte da solo alle minacce alla sicurezza. Le stime della NATO del 2018 ci dicono che solo sei stati (Grecia, Estonia, Regno Unito, Lettonia, Polonia e Lituania) spendono il 2% in difesa. Creare una difesa europea non è solo una questione di spesa ma anche di efficienza: come spiegarlo ai cittadini?
Questi dati vanno considerati con cura quando poi molti cittadini sono pacifisti, quindi restii all’uso della forza militare. Non esiste poi un consenso fra i vari paesi sulle funzioni di difesa, e sulla possibilità di “morire per l’altro”. L’Europa della difesa può supportare importanti politiche di convergenza industriale e di messa in comune di risorse e tecnologia, ma ragionare in termine di “esercito europeo” sembra una profezia nemmeno auto-realizzatrice, anzi crea da una parte un rigetto ma anche aspettative che non possono poi essere soddisfate. Non va quindi perseguito l’obiettivo di “esercito europeo”.

@antonluca_cuoco