Famiglie in miseria: l’altra Napoli le ignora

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Napoli non è soltanto camorra e delinquenza, problemi che sono minori rispetto a quello che è un vero bubbone della città e cioè la povertà; a Napoli ci sono famiglie sempre più povere perché la povertà è cresciuta in questi ultimi anni in modo esponenziale, così come più volte denunziato dalla Caritas diocesana. I “nuovi poveri” di Napoli sono interi nuclei familiari e cioè quelle famiglie che pur avendo una dimora e forse anche un domicilio registrato e forse anche un lavoro saltuario, chiedono alle organizzazione caritative, un sussidio, capi di vestiario,, il pacco viveri, servizi igienici come la doccia e infine la mensa con cui sfamare l’intero nucleo familiare; non a caso sono ben sei le mense per i poveri organizzate in città. Quello che, insomma, è cambiato rispetto a qualche anno fa è che il barbone tradizionale o comunque al singolo, o al massimo alla coppia anziana, si sono oggi aggiunti interi nuclei familiari. Va aggiunto che non trattasi solo di famiglie di immigrati e basta girare per i vicoli del centro storico per vedere come i bassi “non destinabili ad abitazione”, oggi sono occupati da famiglie di napoletani e di immigrati. La parte prevalente è rappresentata da questi ultimi, ma, purtroppo, in questo settore la crisi economica ha colpito anche molte famiglie napoletane. La maggior parte delle persone che chiedono aiuti umanitari sono donne e questo o perché sono sole e anziane e quindi senza possibilità direddito o anche perché ancora in grado di lavorare ma disoccupate. Per cui ancora una volta va sottolineato in un periodo di ferie e di vacanze, l’esistenza delle due Napoli; la Napoli del benessere, che per fortuna rappresenta la maggioranza dei cittadini napoletani, che ignora o quasi l’altra Napoli, quella dei bassi e dei sottomestieri, che vive di difficoltà e di stenti. A queste condizioni ci sarebbe da opporre rimedi politici ed iniziative sociali, con i quali affrontare ed in parte risolvere i problemi, magari con il reddito di cittadinanza concesso ai nuclei familiari più poveri, ma allo stato alla situazione di povertà dinanzi descritta, deve far fronte l’iniziativa delle organizzazioni caritative di quasi totale matrice cattolica. Questi rimedi in una società civile non possono mancare, ma la più grossa risposta ai nodi della povertà, dovrebbe venire da una ripresa dello sviluppo economico basato su di una offerta crescente di occasioni di lavoro, che è invece in forte calo. Se, infatti, in qualunque tipo di società vi deve essere la carità perché vi saranno sempre dei bisognosi, l’auspicio è che essa vada progressivamente trasformandosi in aiuto all’altro non consistente nel pacco o nel buono mensa, ma in offerta di occasioni di lavoro. Insomma, l’auspicio è che la miseria tutto al più dovrebbe riguardare anziani o singoli disgraziati, perché colpiti da malattie o simili avversità, mentre la totalità dei nuclei familiari dovrebbe poter da sola avere il lavoro come ragione di sopravvivenza fisica e di soddisfazione morale. Perché, se, in definitiva, la carità deve sempre esserci in una società urbana, sarebbe auspicable che essa diventasse sempre più “aiuto all’altro” in termini di possibilità lavorative e sempre meno di sussidio alla sopravvivenza, ad eccezione, ovvio, dei casi estremi che sempre sono esistiti e che sempre esisteranno. La miseria per essere giustificata in una società che si dice civile, dovrebbe tutto al più riguardare anziani soli o abbandonati e malati.