Fantacalcio e fantapolitica, caro ci costa l’addio a Russia 2018

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Si parla di ripescaggio, non solo per la nazionale italiana di calcio, esclusa con scorno dai mondiali di Russia 2018, ma anche in politica, dove il Pd, in parte erede del vecchio Pci (l’altra è figlia della Dc di sinistra) e dunque mai del tutto guarito dall’antica malattia delle scissioni, sta pensando nuovamente a Romano Prodi, già presidente del Consiglio, per rimettere insieme i cocci del centrosinistra. Nel caso, senza togliere alcun merito ai nonni, si profila uno scontro politico fra ottuagenari. E sarebbe anche la terza volta tra il Professore e Berlusconi. E, forse, la prima – azzarda Rosy Bindi – in cui i due, per le bizze di una cattiva legge elettorale, sono destinati a governare insieme. Ovviamente, si tratta soltanto di fantacalcio e fantapolitica, per ora. Il buonsenso, infatti, costringe a misurarsi non con le ipotesi, ma con la realtà. La quale – a ben vedere – mal si concilia finanche col più ostinato ottimismo.
Per dire, l’esclusione della Nazionale dai Mondiali ci ha mostrato non soltanto l’inadeguatezza della classe dirigente della Figc (Federazione italiana giuoco calcio) e le lacrime di un campione incapace, tuttavia, ad un certo punto della vita di farsi da parte, ma anche le lotte tra consorterie di potere inclini più alla conservazione del proprio benessere che non a quello generale, e all’onore. E ci ha anche mostrato il conto di tutto questo. Non è esagerato, infatti, dire – come alcuni giornali hanno calcolato – che l’addio a Russia 2018, di là dal blasone calcistico offeso, vale quanto una manovra finanziaria. Soldi persi, evidentemente. E non soltanto dalle squadre e dai calciatori.
Ricapitoliamo. Per Russia 2018 il totale dei contributi economici ammonta a 790 milioni di dollari. Nel 2014 in Brasile furono 576 milioni di dollari, di cui 100 destinati alle assicurazioni per i giocatori e i 70 ai club proprietari dei calciatori impegnati nella rassegna iridata. Di queste risorse, 400 milioni di dollari sono riservati alle 32 squadre che parteciperanno alla fase finale. Ciascuna delle 32 finaliste riceverà, infatti, una “preparation fee” di 1,5 milioni di dollari, mentre le 16 eliminate nella fase a gironi si consoleranno comunque con 8 milioni di dollari ciascuna.
Passare i gironi e avviarsi verso la finale garantirà, inoltre, altri “gettoni” e le due finaliste potrebbero accumulare addirittura un tesoro di 38 milioni di dollari per la vincitrice e 28 per la seconda classificata (in tutto 66 milioni). Insomma, un cammino fino ai quarti di finale può portare a preventivare un incasso “minimo” di 18 milioni.
Ma c’è dell’altro. Il più colpito dalla débâcle azzurra è il settore dei media. A cominciare dal Gruppo RCS, che possiede La Gazzetta dello Sport, il quotidiano sportivo più venduto in Italia. Ma l’esclusione anche per i “generalisti” sarà ossigeno in meno, considerato che le copie vendute aumentano in concomitanza di performance sportive positive (recuperate i dati del Mattino ai tempi di Maradona e dello scudetto del Napoli, per crederci). Nel 2014, durante il mondiale del Brasile, La Gazzetta dello Sport portò la tiratura quotidiana da 240 mila a 270 mila copie. Il giorno successivo alla vittoria dei Mondiali nel 2006 le copie diventarono 2,3 milioni (record storico per la testata). Il settore dei media, inoltre, subirà anche una flessione degli introiti pubblicitari. Per gli Europei di calcio del 2016 l’incasso fu di 60 milioni di euro, il 2% in più del mercato.
Poi c’è la questione dei diritti televisivi, che perdono irrimediabilmente di appeal in Italia senza la presenza della Nazionale ai Mondiali. Per ottenerli nel 2014, cosa che difficilmente si potrà ripetere, Sky e la Rai pagarono 180 milioni di euro ciascuno. Ora, Mediaset e Sky probabilmente si disinteresseranno all’asta o non offriranno grosse cifre. La Rai, invece, essendo un servizio pubblico, probabilmente sarà tenuta a fare un’offerta, ma sarà assai contenuta, immagino. E, in ogni caso, non potrà certo ottenere gli stessi guadagni dalle pubblicità che avrebbe ottenuto se l’Italia si fosse qualificata.
Ad essere colpiti, poi, saranno anche i venditori di televisori che nel 2016, in concomitanza con gli Europei, aumentarono del 4% le vendite (nel 2015 e nel 2017 hanno invece subito una contrazione del 10%). E, più in generale, il brand Italia in termini di mancato introito aggiunto: dalla ristorazione, alla moda, al turismo.
Infine, ma non ultimo, la mancata qualificazione ai mondiali avrà un impatto negativo sui conti pubblici. Nel 2006, grazie alla vittoria dei Mondiali in Germania, l’Italia registrò un incremento di Pil dell’1%, corrispondente a 16 miliardi di euro. Appunto, il valore di una manovra finanziaria. Secondo Goldman Sachs, essere fra le prime otto ai Mondiali avrebbe portato alla riduzione dello spread fra Btp e Bund, tagliando quindi gli interessi sul debito pubblico, e Piazza Affari a crescere del 3%. Nel 2006 c’era Prodi alla guida del governo, mentre ora con Paolo Gentiloni – per dirla con il vicepresidente della Commissione, Jyrki Katainen – “la situazione economica dell’Italia non migliora, i cittadini devono sapere la verità”. E il debito pubblico sale ancora, di là dalle parole rassicuranti del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. Dicono Standard and Poor’s e Goldman Sachs: “L’Italia è in ripresa ma la strada è ancora lunga”.
Ecco perché l’addio a Russia 2018 brucia anche di più. Il mondo intanto corre. Nel suo Global Economics Outlook per il 2018 sempre Goldman Sachs ha rivisto al rialzo il PIL mondiale, al 4,0% contro il 3,7% di questo. La crescita appare distribuita tra le maggiori potenze economiche. Fa eccezione solo l’Italia che con un Pil del +1,1% nel 2018 resta l’unico Paese in cui le previsioni di crescita sono più basse rispetto al consenso generale (+1,2%).
A noi però piacciono fantacalcio e fantapolitica.