Fare impresa tra post-it e (un po’) di filosofia. Mendes Donelli:Il business plan? Una sterile gabbia

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workshop canvas 10 marzo

Concentrati sul come arrivare all’obiettivo ci si dimentica spesso dell’obiettivo, il che potrebbe andar bene se si è impegnati in un percorso spirituale (“L’importante non è la meta ma il viaggio, signora mia”), molto meno se si ha intenzione di fare impresa. “Manager, startupper, professionisti, chiunque si sia cimentato in questi anni nel redigere un progetto d’impresa – osserva Ugo Mendes Donellisi è puntualmente trovato di fronte alla sfida delle sfide: il business plan. Beh, descrivere il percorso della propria idea di business è importante, il problema è l’enfasi che si è finita per dare a questo aspetto”. Sì perché secondo Mendes, il più autorevole studioso in Italia dei sistemi di management introdotti da quel genio di Alexander Osterwalder, autore di “Business Model Generation” (tradotto in trenta lingue per più di un milione di copie vendute), “definire il percorso che che porta da A e B ha un senso finché si ha chiaro il punto B e, sembra paradossale ma non lo è per niente, è proprio il che cosa si vuol fare a essere messo in ombra dall’ossessione dell’execution, tanto per usare un termine che piace tanto ai bocconiani”.

Di recente a Napoli per un workshop focalizzato sulla creazione del Business Model Canvas promosso dalla società di project management “Fondi Europei” di Francesco D’Ausilio presso l’incubatore Hub Spa, Mendes illustra alla “sua” classe giovani imprenditori l’essenza di un metodo che contrariamente a quel che tanto usa dirsi non è “disruptive” “perché il Canvas non mina il più tradizionale business plan, lo integra e per molti aspetti lo supera”. Basato su un efficace uso dei post-it, il Business model Canvas consente di avere una visione immediata dell’idea imprenditoriale o, nel caso, di come rinnovarne una già avviata. Il tutto in una sola pagina invece che nella quarantina di un business plan. “Riuscire a possedere un modello economico, il proprio modello economico, è utile a tutti non solo alle aziende, perché ognuno di noi guadagna vendendo le proprie capacità. A segnare la differenza tra un modello in grado di evolvere e uno che non ci riesce è quasi sempre il livello di consapevolezza con cui siamo in grado di rappresentarlo. Innanzitutto a noi stessi” spiega l’economista. 

Ugo Mendes DonelliBelle parole? Senz’altro, ma non solo. A testimoniare l’efficacia del modello di business Canvas l’adozione da parte di aziende come l’IBM, MasterCard, WWF, Ericsson, Intel, Oracle e Adobe. Oltre al fatto che ormai è entrato nei programmi di formazione universitaria delle business school di atenei come Berkeley e Stanford e, aspetto per certi versi ancora più significativo, è stato recepito anche dalla rigida burocrazia europea. Accanto alle inossidabili procedure di “business plan”, i bandi Horizon 2020 contemplano anche possibilità di integrazione con il business models. Far capire la propria idea ad altri, a un valutatore o europrogettista che sia, è sì importante ma viene sempre un attimo dopo la possibilità di averla chiara in mente quell’idea, dominarne i cambiamenti, e per questo Mendes Donelli riconosce la cifra del successo del workshop nella capacità degli allievi di “riuscire già da domani a tracciare la mappa della loro situazione attuale, di metterla a nudo davanti a sé e ai propri collaboratori e riuscire finalmente a capire i punti deboli del proprio progetto, ed essere in grado di intervenire su una delle cose più preziose a chi intende avviare un’impresa, l’errore”. Ah sì, seguire una lezione dell’allievo di Osterwalder è anche un po’ seguire una lezione di filosofia. “Per creare un modello serve sbagliare bene. Quello che segue sono gli eventi, ciò che accade nella realtà e l’unica evidenza che può confermare se quegli sbagli possano rivelarsi la cosa giusta da fare”.

Il workshop, se riesce, non è mai solo un workshop ma un’ipotesi di comunità. È così nell’esperienza di Mendes e di D’Ausilio, che dall’indomani del corso rispondono alle mail, intrecciano profili linkedin e così pongono le premesse per una piattaforma permanente di consulenza. “Siamo a disposizione dei corsisti – afferma D’Ausilio – proviamo a simulare i loro modelli, capirne e testarne l’efficacia, ma prima ancora capire insieme a loro se siano in grado di tracciare un quadro della propria situazione. La credibilità di quello che facciamo si misura da anche questo e la risposta dei ragazzi è un segnale, il più importante, che stiamo andando nella giusta direzione“. 

Parlando a una platea di giovani imprenditori, Oscar Farinetti ha affrontato, da par suo, questo stesso discorso ma con altri mezzi. “Trovare soldi per creare un’impresa – dice – è un casino. Dovete andare a raccontare questa start up alle persone giuste. Dovete andare in banca non con questi business plan – delle palle, poi lunghi, che nessuno legge – e ci dovete andare di persona a raccontarla la vostra idea. Dovete chiedere di vedere il capo e dovete mettere le persone davanti alle loro responsabilità“. Ora, per mettere una persona davanti alle proprie responsabilità bisogna necessariamente averlo fatto in proprio. E “mettere in evidenza i propri sbagli”, “sbagliare bene”, è un modo onesto di cominciare a farlo.