Federico II, tra le migliori 170 università d’Europa

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L’università Federico II di Napoli si classifica in posizione tra il 160° e il 170° posto nella lista del Times Higher Education, sulle 200 università migliori d’Europa. La classifica è considerata tra le più attendibili delle numerose esistenti, per la severità dei criteri di selezione e la storicità dello studio. La napoletana viaggia in pari merito con l’università di Pavia.

Sono 12 infatti gli indicatori che vengono monitorati in maniera molto stringente, tra questi hanno ruoli di rilievo: la ricerca, la formazione, il numero dei docenti proporzionato a quello degli studenti, la capacità di fare trasferimento tecnologico, la registrazione di brevetti e la nascita di imprese spin-off. Prese in considerazione anche la notorietà, la reputazione e la presenza sui media.

In totale sono 17 gli atenei italiani presenti in classifica, mentre nella lista delle Top 100 rientrano ben due università pisane, la Scuola Normale Superiore, in cinquantesima posizione, e la Scuola Superiore Sant’Anna, alla novantesima.

Sul podio europeo il tris britannico composto da Oxford, Cambridge e l’Imperiale College di Londra. Le restanti italiane sono l’Università di Trento; il Politecnico di Milano e l’Università di Bologna; la Sapienza di Roma; l’Università di Padova e di Trieste; l’Università di Milano e di Torino; le Università di Firenze, di Milano Bicocca e di Verona; il Politecnico di Torino; l’Università di Modena e Reggio Emilia, di Roma Tor Vergata e Roma 3.

Diverso è invece il posizionamento nella visione più ampia delle World University Rankings, la graduatoria della stessa rivista che prende in considerazione gli atenei del globo. Quattordicesima pagina dell’indagine, punteggio tra i 301 e i 350 per la Federico II, stesso punteggio tuttavia per l’università di Milano, anche per la Bicocca.

Non male comunque, per un Paese che rappresenta il fanalino di coda, ultimo posto tra i 37 paesi dell’OCSE, per investimenti in istruzione e ricerca con solo l’8,6% contro una media del 12,9%. Meno investimenti e meno iscritti, al Sud si registra un calo di 45mila studenti negli ultimi dieci anni. Ne è una conseguenza logica l’aumento delle tasse universitarie, così come confermato dal National Student Fee and Support Systems in European Higher Education, il rapporto dell’Unione Europea che compara i sistemi di tassazione nelle università pubbliche in Europa.

Dati da considerare, che se vedessero l’aumento d’investimento pubblico, e l’abbattimento del tabù del finanziamento privato alla ricerca (il nostro paese è 19esimo su 30) vedrebbero schizzare in alto i nostri centri di studio nelle classifiche internazionali. Si fornirebbe ossigeno alla maggiore ricchezza che possediamo, quella del capitale umano.