‘Fegato grasso’ per un italiano su 4

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Roma, 24 ott. (AdnKronos Salute) – Non solo epatite C. Il fegato è minacciato anche dal grasso. Il 25% degli italiani ha infatti il ‘fegato grasso’, un disturbo in crescita, che arriverà a coinvolgere il 30% della popolazione nel 2030. Ed è la porta d’ingresso per lo sviluppo della steatoepatite non alcolica (Nash), malattia grave che può danneggiare irrimediabilmente questo organo vitale. Un tema di cui hanno parlato medici, associazioni di pazienti e istituzioni riuniti al convegno “Dopo l’Hcv, le nuove emergenze per la salute del fegato”, promosso da Gilead Sciences oggi a Roma. Per agire in maniera efficace contro le malattie epatiche – sottolineano gli esperti – è necessario l’impegno congiunto di tutti e la capacità di garantire l’accesso alle cure anche alle popolazioni che ne sono ancora escluse.

In Italia più di un terzo della popolazione adulta (35,3%) è in sovrappeso, mentre una persona su dieci è obesa (9,8%). Complessivamente, il 45,% degli italiani sopra i 18 anni pesa troppo. A questo fenomeno si lega l’aumento di fegato grasso (o steatosi epatica). La percentuale delle persone con questo disturbo aumenta con l’avanzare dell’età, del peso e in presenza di diabete. Tra gli obesi una persona su due ha infatti il fegato grasso.

“Data la crescente percentuale di persone obese in Italia, tra cui anche bambini, anche la prevalenza della steatosi epatica sta crescendo e, dal punto di vista delle patologie del fegato, rappresenta ora e soprattutto in futuro una nuova sfida da vincere”, afferma Salvatore Petta, segretario dell’Associazione italiana per lo studio del fegato (Aisf). L’accumulo di grasso, infatti, può progredire provocando l’infiammazione, la steatoepatite non alcolica (Nash), detta così perché non associata al consumo di alcol. Una condizione che colpisce il 2-3% (si arriverà al 6% nel 2030, secondo le stime) della popolazione. A sua volta questa patologia porta allo sviluppo di fibrosi, cirrosi e infine epatocarcinoma.

Per vincere questa sfida il primo obiettivo è una diagnosi tempestiva. “Si tratta di una condizione completamente asintomatica, almeno finché la situazione non è molto compromessa. Ecco perché chi ha il diabete o presenta obesità dovrebbe essere sottoposto a screening”, sottolinea Petta. Per valutare lo stato di salute del fegato oggi si usano test non invasivi ampiamente validati e semplici da effettuare, perché combinano variabili come l’indice di massa corporea e valori del sangue, come le transaminasi e le piastrine.

Per avere però la certezza che si tratta di Nash, si ricorre ancora a un metodo invasivo, la biopsia. Studi recenti hanno però dimostrato che grazie all’intelligenza artificiale i risultati dei test non invasivi possono in modo discretamente accurato identificare i soggetti più a rischio di evoluzione della malattia. La buona notizia è che sia la steatosi sia la steatoepatite possono regredire: è stato osservato che perdere almeno il 7% del peso corporeo è sufficiente per innescare la regressione. La dieta e il movimento sono i ‘farmaci’ principali.

“Modificare lo stile di vita è oggi l’unica strategia terapeutica di cui disponiamo. Per quanto riguarda i farmaci, infatti, ci sono molte molecole in fase di sperimentazione che mirano a modificare i meccanismi di accumulo del grasso, dell’insulino-resistenza, dell’infiammazione e della fibrosi, ma servirà ancora del tempo prima che siano disponibili”, ha concluso Petta.