Ferdinando Creta: La promozione della cultura e dell’arte come dovere etico

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(foto F.Creta)

L’occhio di Leone, ideato dall’artista Giuseppe Leone, è un osservatorio sull’arte visiva che, attraverso gli scritti di critici ed operatori culturali, vuole offrire una lettura di quel che accade nel mondo dell’arte avanzando proposte e svolgendo indagini e analisi di rilievo nazionale e internazionale.

di Azzurra Immediato

Indagando a fondo il cosiddetto ‘mondo dell’arte’ si scoprirebbe che esso è costellato da un altissimo numero di figure che esulano dalle più note quali quelle di ‘artista’, ‘maestro’, ‘gallerista’, ‘critico’ e ‘direttore’ ; gli ‘operatori culturali’ operano, per l’appunto, in un solco ampio e profondo, in cui le sfumature professionali sembrano tante quante quelle della palette di un pittore.
Oggi, la nostra indagine resta in Campania e si apre ad un dialogo con Ferdinando Creta, Direttore dell’Area Archeologica del Teatro Romano di Benevento, Direttore del Museo Archeologico del Sannio Caudino di Montesarchio e del Museo di Arte Contemporanea Arcos, personalità caratterizzata dalla imperitura volontà di sperimentare e andare anche controcorrente che, nella provincia beneventana ha agito secondo i tratti di una visione molto ampia e, talvolta, con piglio manageriale, atto a dare una scossa ad un sistema in affanno e appesantito dalla burocrazia, generando persino un incontro-scontro tra antichità e contemporaneità come non si è mai vista a Benevento.

Ferdinando Creta, il suo arrivo alla direzione del Museo di Arte contemporanea Arcos di Benevento, nel 2012, cambiò alcune prospettive in città, da sempre legata ad una tradizione classica che, d’un tratto, si scontrava con la Sua volontà di far dialogare il passato con la sperimentazione, come ancora oggi accade. Ce ne racconti.

Il Museo Arcos,con la direzione scientifica di Danilo Eccher a partire dal 2005, anno della sua fondazione, ha visto susseguirsi una serie di mostre importanti, una estiva seguita da una autunnale: ultima della serie Difformità barocche, tenutasi fra il 18 dicembre 2009 e il 6 giugno 2010. Con questa mostra si chiude la stagione delle vacche grasse e la programmazione espositiva, per carenza di fondi, comincia ad arrancare. Dopo uno stop di sei mesi, a dicembre 2010, la provincia di Benevento, proprietaria del museo, concede gli spazi per il Premio Mario Razzano e il 30 gennaio 2011 chiude definitivamente. Non avendo più risorse adeguate per la programmazione, la provincia è costretta a ricercare soluzioni senza oneri economici per l’Ente ed è così che, dopo alcuni incontri con l’allora presidente Aniello Cimitile, accettai l’incarico di direzione artistica a titolo gratuito: una sorta di sfida, con l’obiettivo ben preciso di rendere il museo sempre più centro di scambio e spazio vivo in cui mettere in relazione tutte le espressioni dell’arte contemporanea. Ho vissuto le proposte espositive e i progetti di ricerca che il Museo Arcos ha promosso a partire dal 2012 con la consapevolezza di persistere su una linea che vuole dar voce alle esperienze e alla potenzialità di quanto è accaduto e accade nella cultura artistica meridionale, con uno sguardo attento alla situazione campana, e senza con questo trascurare il confronto con le esperienze internazionali. Credo di poter affermare che Arcos ancor oggi è considerato un museo d’arte contemporanea dove gli artisti espongono con piacere.

Quale è stata la mostra che, in assoluto, lei ha preferito ad Arcos?
Credo che le mostre realizzate al Museo Arcos in questo periodo abbiano tutte una loro rilevanza storico artistica e un loro fascino, per cui non me la sento di esprimere preferenze. È chiaro che la collettiva “Dentro e fuori la pelle” con Antonio Biasiucci, Nino Longobardi, Sergio Femariello, Pierino & Vele e Ernesto Tatafiore, del 2014 rappresenta un momento alto della mia programmazione.

L’incontro-scontro tra antichità, modernità e contemporaneità che, in arte, ha vita trasversale, pare aver raggiunto un punto apicale quando, nel 2018, Lei è stato nominato anche direttore dell’Area archeologica del Teatro Romano di Benevento e direttore del Museo archeologico del Sannio Caudino di Montesarchio, in concomitanza con la direzione del Museo Arcos. Un anno e mezzo di traguardi; ce ne svela il segreto?
Più che svelare segreti, credo vadano dichiarati i fatti: tante le mostre di artisti importanti, molti dei quali con visibilità internazionale, tanti i critici e curatori di respiro coinvolti, tanto consenso di pubblico e dei media, il tutto a costo zero per la pubblica amministrazione. I traguardi sono sempre e comunque frutto di impegno serio, di professionalità, e di passione.

Il Teatro Romano è elemento di un patrimonio straordinario, in che modo il contemporaneo riesce a dialogarvi senza alterarne equilibri ed armonie?
Quando un’artista sa interpretare gli spazi, rispettandoli, realizza sempre armonie, e poi io credo che l’ arte sia sempre un dato contemporaneo e, pertanto, il dialogo tra passato e presente può rispondere in assoluto equilibrio alle istanze estetiche.

Il Polo archeologico caudino svela tesori nascosti che, però, nonostante la loro importanza, restano relegati ad un giudizio di nicchia. Cosa manca alla provincia per protendere verso obiettivi più elevati e raggiungibili tramite i propri reperti? Quali sono i limiti da abbattere o scavalcare?
Il Sannio detiene uno straordinario patrimonio, credo che già si stia facendo bene: comunque va raccontato con criteri più adatto ai tempi, va organizzata meglio l’offerta, va strutturata la rete, vanno migliorati i servizi di accesso e di accoglienza. Non solo un piccolo sforzo d’intervento pubblico, ma anche d’impresa culturale e creativa privata potrebbero dare un risposta adeguata al problema.

Chi la conosce sa quanto Lei sia una mente istrionica e sempre in fermento; progetti per il futuro? Cosa prevede il 2020 all’insegna dell’arte? Ci sarà ancora il Sannio sotto la Sua egida?
Sto lavorando alla prossima mostra che inaugureremo a febbraio: una mostra nata per Arcos, sul tema delle ianare, di un’artista molto brava. Il futuro, per quanto mi riguarda, è vivere intensamente il presente, cosa che sto facendo.
Spesso, il proverbio ‘nemo propheta in patria’ trova riscontri spiacevoli, lo sappiamo bene, eppure c’è chi come Ferdinando Creta, ha assunto ogni suo ruolo come una vera missione, in nome della cultura, della sua promozione, tesa a valorizzare e far conoscere il passato e la storia del Sannio, ove innestare una visione sul futuro, incurante delle problematiche che, sempre, nascono, ingiustamente, attorno alla Cultura ed alle sue attività, nel nostro Paese. Ha le spalle forti Ferdinando ed una infinita passione che lo guida nelle scelte e, porsi accanto a queste sue spalle per guardare nella sua stessa direzione è un consiglio per questo 2020.

(foto F.Creta)
(foto F.Creta)