Fertilità economica

In foto Annamaria Spina

di Annamaria Spina

Esiste un popolo, dall’altra parte del mondo, i Māori, popolo della Nuova Zelanda, che non si chiedono: “Di chi è questa terra?”… si chiedono: “Di chi si sta prendendo cura questa generazione?”… è un cambiamento minuscolo nelle parole ma immenso nelle conseguenze, perché nel primo caso siamo proprietari, nel secondo siamo custodi.
Credo che una parte della crisi economica contemporanea nasca proprio da questo equivoco. Abbiamo confuso il diritto di usare qualcosa con il diritto di consumarla, abbiamo pensato che acquistare significasse poter esaurire, che dirigere significasse poter sfruttare, che comandare significasse poter decidere da soli.
Forse il problema dell’economia non è la mancanza di risorse… è la mancanza di custodi.
Un custode pensa in modo diverso, quando entra in un’azienda non si domanda soltanto quanto profitto produrrà quest’anno, si domanda: “In quali condizioni la lascerò a chi verrà dopo di me?”. È sorprendente quanto questa domanda cambi tutte le altre. Un imprenditore che si sente proprietario calcola il trimestre, un imprenditore che si sente custode misura la generazione… sono due economie completamente diverse: la prima produce risultati, la seconda produce continuità.
Forse dovremmo smettere di parlare della sostenibilità soltanto come di una parola tecnica… bilanci, indicatori, certificazioni. Io penso che serva davvero un’espressione diversa… l’economia della custodia, perché custodire non significa conservare, significa consegnare qualcosa di migliore di come l’abbiamo ricevuta.
Questo vale per un’impresa ma vale anche per un cliente… ogni cliente non è un ricavo, è un rapporto che qualcuno ci ha affidato. Così come ogni collaboratore non è una risorsa, è un talento temporaneamente affidato alla nostra responsabilità… è una fiducia costruita nel tempo.
Noi tutti siamo custodi del tempo che ci è stato dato, delle parole che scegliamo, dell’educazione che trasmettiamo, dell’esempio che lasciamo, persino del talento che possediamo, perché nessun talento è stato creato per essere trattenuto. Ogni talento chiede di essere restituito al mondo in una forma migliore.
Il successo non dovrebbe essere considerato da ciò che siamo riusciti ad accumulare ma da ciò che continuerà a generare vita quando non ci saremo più… perché il proprietario, prima o poi, lascia i suoi beni… il custode, invece, lascia le condizioni perché altri possano continuare a costruire, crescere e generare valore.
Vi sono aziende che consumano il futuro per migliorare il presente e ce ne sono altre che rinunciano a una parte del presente per costruire un futuro che non vedranno mai. La differenza non è finanziaria… è culturale.
Mi domando se il vero indicatore di successo non sia la capacità generativa… la capacità di generare fiducia, competenze, bellezza, opportunità… persone migliori. Noi continuiamo a parlare di crescita ma la crescita, da sola, è un numero… il debito cresce… anche la solitudine può crescere. La crescita non è necessariamente un progresso… il progresso è un’altra cosa… è quella forma di crescita che, passando attraverso di noi, migliora anche ciò che ci circonda… dovremmo iniziare a costruire fertilità economica.
La fertilità è diversa dalla ricchezza. Un terreno fertile non è quello che produce un raccolto… è quello che continua a produrre raccolti… ecco la differenza. La ricchezza può essere un evento, la fertilità è una condizione.
Il capitale raggiunge il suo valore massimo non quando viene conservato ma quando diventa capace di generare altra vita economica.
I Māori non ci insegnano semplicemente ad amare la terra, ci insegnano che nessuno è proprietario del tempo in cui vive, ne siamo soltanto amministratori temporanei. Il vero successo non consiste nell’essere ricordati per ciò che abbiamo posseduto ma per ciò che abbiamo reso possibile, perché il tempo non ci appartiene, ci è stato solo affidato.
La forma più alta dell’economia, come della vita… è lasciare un domani migliore di quello che abbiamo ricevuto.
“Il vero patrimonio non è ciò che lasciamo ai nostri figli ma il mondo che lasciamo ai loro sogni.”