Feste di piazza, quando lo spettacolo lascia a terra i vuoti della politica

di Giovanni Di Trapani

Alla fine rimane sempre qualcuno a smontare il palco. È forse da lì che bisognerebbe cominciare ad ascoltare Feste di piazza, più che dalle carte colorate, dai distintivi sfavillanti o dal candidato che cerca di conquistare la folla ripetendo che «è ora di finirla, adesso basta». Perché il punto più profondo della canzone scritta da Patrizio Trampetti e affidata alla voce di Edoardo Bennato non è la festa, e probabilmente neppure la politica. È ciò che rimane quando entrambe sono finite.
La piazza descritta nel brano è piena. Ci sono persone, bevande, volantini, dirigenti, candidati, musicisti. C’è soprattutto quella particolare energia che nasce quando molti individui, per qualche ora, decidono di sentirsi parte della stessa storia. Sarebbe facile liquidare tutto come una caricatura delle vecchie feste politiche. Ma Trampetti conosceva troppo bene quel mondo per osservarlo con il distacco del moralista. Aveva frequentato quelle manifestazioni, ne aveva riconosciuto la capacità autentica di produrre aggregazione, incontro, perfino un’idea condivisa di futuro. È precisamente questa vicinanza a rendere più severa la sua critica.
Perché Feste di piazza non racconta l’inutilità dell’impegno. Racconta qualcosa di più inquietante: la possibilità che l’impegno si trasformi nella propria rappresentazione. Il meccanismo è descritto con una precisione quasi sociologica. Prima vengono i simboli. Poi arrivano i dirigenti, i «capintesta» che si agitano non necessariamente per cambiare qualcosa, ma «solo per sentirsi più importanti». Quindi sale sul palco il candidato, ridotto significativamente a un numero di lista, e pronuncia una frase perfetta nella sua assoluta intercambiabilità: «adesso basta». Basta a cosa non importa. Lo slogan funziona proprio perché consente a ciascuno di riempirlo con ciò che desidera.
Poi accade qualcosa di ancora più sottile: «tutti d’accordo, e si può andare avanti». È forse il verso politicamente più feroce dell’intero brano. L’accordo non appare come il risultato di un confronto, ma come la condizione necessaria perché lo spettacolo possa proseguire. La politica ha terminato la propria funzione discorsiva; può cominciare l’intrattenimento. «Come previsto dal programma arrivano i cantanti». In poche parole si compie una trasformazione che oggi appare persino più evidente di allora: la partecipazione diventa palinsesto.
È qui che il pensiero di Trampetti incontra profondamente quello di Bennato. Entrambi hanno sempre diffidato dell’artista trasformato in sacerdote civile, dell’intellettuale al quale una comunità chiede non più di porre domande ma di confermare appartenenze. Bennato costruirà una parte decisiva della propria poetica proprio contro questa pretesa: il cantautore che dovrebbe indicare la strada, spiegare il mondo, garantire la purezza ideologica di chi lo ascolta. Trampetti, in Feste di piazza, anticipa quella contraddizione attraverso il musicista «un po’ introverso» che suona stancamente e pensa che sia soltanto tempo perso.
Non è necessariamente l’artista disilluso dalla politica. È forse l’artista che avverte di essere diventato funzione scenica di qualcosa che avrebbe dovuto invece interrogare. Poi arriva «l’attrazione». La gente applaude, ma lo fa «nervosamente», quasi per nascondere una delusione che nessuno vuole ammettere. È un’immagine straordinariamente contemporanea. Ogni comunità organizzata attorno allo spettacolo ha bisogno di convincersi che l’esperienza sia riuscita. Bisogna applaudire perché il rito si compia; bisogna dichiararsi soddisfatti perché nessuno sia costretto a domandarsi se ciò che è appena accaduto abbia realmente modificato qualcosa. Finché le luci si spengono.
Ed è allora che Trampetti cambia improvvisamente prospettiva. Non guarda più il palco, ma chi lo smonta. «Anche l’ultimo degli addetti ai lavori c’ha a casa qualcuno che lo aspetta». In quel momento tutta la gerarchia simbolica della serata si rovescia. Il candidato, i dirigenti, gli artisti e la folla scompaiono. Rimane un uomo anonimo che raccoglie cavi, piega strutture e torna verso la propria vita.
È difficile trovare una critica sociale più radicale formulata con tanta semplicità. Contro l’astrazione delle grandi parole viene restituita dignità alla concretezza dell’esistenza. La politica parla dell’umanità; l’uomo che smonta il palco ha qualcuno che lo aspetta a casa. Ma il colpo definitivo arriva dopo, quando sulla piazza deserta restano «i vuoti a perdere mentali abbandonati dalla gente». La metafora è perfetta perché nasce dai residui materiali della festa: bottiglie, bicchieri, carte. Trampetti trasforma i rifiuti della serata nei residui del pensiero. Sono gli slogan consumati, le promesse ascoltate, le identità indossate per qualche ora, le emozioni collettive scambiate troppo facilmente per coscienza.
Ed è probabilmente qui che Feste di piazza supera definitivamente gli anni Settanta.
Oggi potremmo cambiare quasi tutti gli oggetti della scena. Al posto delle carte colorate avremmo schermi e led, al posto dei distintivi badge, al posto del numero 24 un leader trasformato in brand, al posto del cantante forse un influencer. Ma la struttura resterebbe sorprendentemente simile. Ci si raccoglie, ci si riconosce, si applaude, si condivide, si torna a casa. La vera domanda arriva soltanto dopo: che cosa resta?
La critica di Bennato e Trampetti non è dunque rivolta alla piazza. È rivolta alla sua possibile evaporazione. Una comunità esiste davvero quando ciò che accade sul palco continua a vivere dopo che il palco è stato smontato. Altrimenti rimangono soltanto contenitori svuotati. E quei «vuoti a perdere mentali» sono forse proprio questo: le idee che abbiamo applaudito abbastanza da credere di averle vissute.