Festival della Diplomazia, a ottobre Roma ospita la XV edizione

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Torna la XV edizione del Festival della Diplomazia, dal 16 al 25 ottobre, e avrà come filo conduttore «Looking for Cratos, Le tante facce del Potere». Il Festival della Diplomazia, come appuntamento annuale, nasce nel 2009 con la consapevolezza della centralità di Roma sulla scena internazionale e per favorire la discussione su questioni legate alle relazioni internazionali. Durante le quattordici edizioni passate hanno partecipato ospiti illustri come Parag Khanna, John Ikenberry, Trita Parsi, Brian Klaas, Michael Klare, Daniel Drezner, Judith Saphiro, Thomas Range, Sarah Yerkes, Anand Giridharadas, Simon Anholt, Saskia Sassen, Ivor Roberts, Heidi Tagliavini, Charles Goodhart, Carla Del Ponte e molti altri.
Perché Roma? Nella città opera e vive una grande comunità internazionale che interagisce costantemente con le strutture economiche, organizzative e culturali. Roma è il centro nevralgico delle relazioni diplomatiche, con 139 Ambasciate accreditate presso la Repubblica Italiana, 78 presso la Santa Sede, 134 presso la FAO e 73 a San Marino. A questo va aggiunto il ricco tessuto di Organizzazioni Internazionali, Università, Accademie e istituti culturali stranieri che consolidano la proiezione di Roma come prima città globale del mondo.
Forte di un solido circuito relazionale alle spalle, quest’anno la XV edizione si svolgerà dal 16 al 25 ottobre grazie al sostegno e al patrocinio del Ministero degli Affari Esteri, della Rappresentanza in Italia della Commissione Europea e del Parlamento Europeo, di oltre 70 Ambasciate, 9 Università e numerosi partner scientifici. Il titolo scelto è «Looking for Cratos», il dio greco del Potere, e come sottotitolo: «Le tante facce del Potere» («Power and its countless faces»).
Il potere ha un fascino magnetico. Da sempre, infatti, l’idea di esercitare la propria autorità ed espanderne i confini, attrae gli esseri umani. L’ambizione del potere è connaturata alla psicologia individuale e collettiva. Ne è di fatto una componente ineliminabile. Se portata all’estremo, tuttavia, tale ambizione può accecare e trascinare in un vortice di follia e brama di sopraffazione. Lo scrittore Ignazio Silone non aveva dubbi: «la tentazione del potere è la più diabolica che possa essere tesa all’uomo».
La pensava pressappoco allo stesso modo Henry Kissinger, secondo cui «Il Potere è l’afrodisiaco supremo». Tradizionalmente, si ritiene che nei rapporti personali o internazionali a prevalere sia chi è dotato di maggior potere, per cui lo si perseguirebbe alla ricerca di un tornaconto personale, oppure per la sicurezza e la sopravvivenza dello Stato.
In questa visione “realista” il potere di una nazione risulterebbe determinato in particolare dalla quantità e dalla qualità delle risorse che essa detiene, determinando una gerarchia di potenze al cui vertice sarebbero situati gli attori principali del sistema, le cui azioni e relazioni influenzano l’andamento della politica internazionale. In tale gerarchia la forza militare è inevitabilmente considerata il fattore principale del potere e la guerra il metro con cui poterne misurare l’entità.
Per questi motivi, da sempre gli Stati provano ad accumulare potere, soprattutto militare, in quanto considerato lo strumento più efficace per imporre ad altri Stati la propria volontà. Limitandoci ai tempi più recenti, nel periodo della Guerra Fredda abbiamo imparato come un potere militare senza precedenti, quale quello dell’arma nucleare, schiudesse impensabili scenari di distruzione della intera civiltà umana e come solo un complesso sistema di dissuasione potesse prevenire un’aggressione in base alla certezza della distruzione reciproca degli opponenti nel caso di un suo impiego.
Oggi constatiamo ogni giorno come sia un errore identificare il potere con la sola forza militare e come ne esistano tante altre forme, spesso tecnologicamente più sofisticate. Il potere militare, inoltre, quando esercitato attraverso i conflitti, presenta costi umani e sociali altissimi, che la società civile tende ad accettare con sempre maggiore difficoltà, anche nei Paesi non democratici. Storicamente si ritiene che il potere sia legato in primis alla posizione geografica di un Paese, all’estensione del suo territorio, alle dimensioni della sua economia, alla disponibilità di risorse naturali.
Di fatto, tuttavia, si può affermare che nella nostra epoca il potere degli Stati abbia sempre più un carattere multidimensionale. In esso confluiscono varie componenti qualitativamente diverse, essenzialmente immateriali. Tra queste spiccano la ricerca, la tecnologia, la capacità d’innovazione, l’informazione, il soft power, il livello educativo della popolazione. Si tratta dei cosiddetti fattori intangibili della potenza, che però giocano un ruolo determinante in qualsiasi confronto politico-strategico, in quanto riescono ad accrescere il peso effettivo di uno Stato sulla scena internazionale, al di là della sua mera forza materiale, economica o militare.
Il mondo sta conoscendo una vera e propria rivoluzione del sistema dell’informazione e della conoscenza, mentre le nuove tecnologie rappresentano moltiplicatori di influenza ormai insostituibili. Questi, peraltro, sono spesso nelle mani di attori privati, nuovi protagonisti nello scacchiere internazionale, che hanno aumentato esponenzialmente il loro potere di influenza, fino a raggiungere una dimensione globale. La rapidità con cui procede l’innovazione tecnologica può cambiare in maniera profonda gli scenari e determinare vantaggi competitivi strutturali a favore di aree del mondo nelle quali operano le grandi aziende tecnologiche, come i maggiori produttori di microprocessori. Il concetto di potere, in conclusione, tende oggi a perdere il suo significato assoluto, modellandosi in base a singole situazioni, specifici interessi e obiettivi, ed agli strumenti attraverso i quali lo si esercita, sullo sfondo di una competizione sempre più serrata tra gli attori che agiscono sullo scenario globale: Stati, organizzazioni internazionali, centri di potere economico-finanziario, movimenti di opinione, gruppi terroristici, ONG, singoli individui.
Ciò, in un contesto che vede un preoccupante indebolimento del ruolo dei fora multilaterali quale stanza di compensazione negoziale, fattore di allentamento delle tensioni e strumento di prevenzione dei conflitti. Il potere è oggi all’altezza della straordinaria portata delle sfide del nostro tempo?
Il programma del Festival sarà articolato nella declinazione dei seguenti sottotemi:
1. «Force and Territories: Confini, Espansioni e dispute territoriali. Guerre regionali e Forza Militare come deterrente psicologico, Terrorismo, Minaccia nucleare».
2. «Economics, Technology and Interference: Monopoli, materie prime (terre rare) Tecnologie, ITC, IA, Spazio, Finanza e Fondi Sovrani».
3. «Media and Reputation: Ruolo del soft power, Media nuovi e tradizionali, il rischio della disinformazione, sfere d’influenza, religione».
4. «People and Needs: Dipendenze nei settori energetici, agricoli, idrici, Embarghi, diseguaglianze, emigrazione, crisi demografiche».
5. «Governance: Ideologie e Realismo politico, Crisi del Multilateralismo, Alleanze Regionali, Regole e mercato».
In sintesi, il Festival della Diplomazia è diventato un appuntamento imperdibile non solo per la comunità diplomatica ma, soprattutto, fra i giovani che studiano nelle università italiane e straniere, interessati a capire cosa succede dietro le quinte della governance internazionale e a prepararsi per una carriera internazionale che forse non sarà nella Diplomazia ma che potrà svolgersi all’interno di Imprese, negli studi legali, nelle ONG o nelle Organizzazioni internazionali.