Food security, la longevità è un’industria: l’Italia ha il modello, ora deve proteggere la filiera

Il mercato mondiale del benessere cresce più in fretta del Pil globale e l’alimentazione ne è uno dei  pilastri. Dal riconoscimento Unesco alle intese con Abu Dhabi, che cosa serve perché il metodo  produttivo italiano diventi uno standard e non resti una medaglia.

di Angela Coppola

A Dubai, lo scorso novembre, è stata data una risposta a una domanda che fino a pochi anni fa non  avrebbe avuto senso porre: quanto vale stare bene. Il Global Wellness Institute, presentando al Global  Wellness Summit il proprio monitoraggio annuale dell’economia del benessere, ha calcolato che il  mercato globale ha toccato i 6.800 miliardi di dollari nel 2024, con una crescita del 7,9% sull’anno  precedente, arrivando a rappresentare il 6,12% del prodotto interno lordo mondiale. 

Per avere un’idea della scala basti sapere che nel 2013 lo stesso perimetro ne valeva 3.400, ciò  significa che è raddoppiato in undici anni. E la proiezione al 2029 parla di 9.800 miliardi, con una  progressione annua del 7,6%, superiore a quella attesa per l’economia mondiale nel suo complesso. 

Dentro quel perimetro, l’alimentazione non è un capitolo laterale. Nutrizione e alimentazione sana  costituiscono uno dei tre comparti maggiori dell’intero mercato, insieme alla cura della persona e  all’attività fisica, che valgono oltre la metà del totale. 

Queste stime ci fanno capire che la spesa a tavola ha acquistato un significato nuovo: si mangia per  stare bene, non soltanto per nutrirsi. È una domanda che riunisce due cose a lungo considerate  separate, il piacere e la salute, e che premia chi sa offrirle insieme anziché sceglierne una. Per un  sistema produttivo che su quell’incontro ha costruito la propria identità da secoli, è la notizia migliore  degli ultimi decenni. 

La domanda è cambiata 

Per decenni il tema alimentare mondiale è stato quantitativo: quante persone mangiano. Le agenzie  specializzate che monitorano l’alimentazione, la FAO in testa, registrano su quel fronte un progresso  continuo, con la fame globale in calo per il terzo anno consecutivo. Ma l’indicatore su cui si è spostata  l’attenzione è un altro, ed è quello che riguarda tutti noi: il costo di una dieta sana, che nella rilevazione  diffusa lo scorso luglio, l’ultima disponibile, risulta salito a 4,28 dollari a parità di potere d’acquisto  al giorno contro i 2,94 del 2017, con un aumento del venticinque per cento concentrato negli ultimi  cinque anni. Il capo economista della FAO, Máximo Torero Cullen, ha sintetizzato il punto in una  frase che vale più di qualsiasi commento, osservando che le calorie sono rimaste relativamente  economiche mentre la nutrizione non lo è. La qualità è diventata dunque una variabile economica, e  ciò che ha un prezzo ha, per definizione, un mercato. 

La mediterranea ha il suo perché 

Se la qualità ha un prezzo, la domanda diventa una sola: chi, nel mondo, sa produrla. La risposta porta  a un modello alimentare che l’Italia condivide con l’intera sponda nord del suo mare e che ha un  vantaggio raro, perché è stato riconosciuto molto prima che il benessere diventasse un mercato da  migliaia di miliardi. La dieta mediterranea è iscritta nel patrimonio immateriale dell’UNESCO dal  novembre del 2010, su candidatura comune di Italia, Spagna, Grecia e Marocco, ed è il modello su  cui il Ministero della Salute ha costruito le Linee Guida per una sana alimentazione. Detto altrimenti,  ciò che il mercato mondiale del benessere sta cercando oggi, qui è già stato misurato e validato.

C’è però un aspetto che si tende a dimenticare, ed è quello decisivo. La dieta mediterranea non è  un’idea, è una struttura produttiva: l’olio, il pesce, i legumi e gli ortaggi nelle proporzioni che la  definiscono esistono soltanto finché esistono le aziende che li coltivano e li lavorano in quel modo.  Se si indebolisce la filiera, il modello resta sulla carta. 

Ed è questo il motivo per cui il riconoscimento dello scorso dicembre vale più di quanto sia stato  raccontato. Il 10 dicembre 2025, a Nuova Delhi, il Comitato intergovernativo dell’UNESCO ha  iscritto all’unanimità la Cucina Italiana nel patrimonio immateriale dell’umanità, prima cucina al  mondo riconosciuta nella sua interezza. La notizia economica, però, sta nel titolo con cui l’Italia si è  candidata, “La Cucina Italiana tra sostenibilità e diversità bioculturale”: non è stata premiata la bontà  dei piatti, ma il modo in cui vengono prodotti gli ingredienti. Ed è una differenza che vale miliardi,  dato che una tradizione si celebra una volta sola mentre un metodo di produzione si esporta, si  certifica, si insegna e si fa pagare tutti i giorni. 

Proteggere la filiera 

Che il cibo non sia più soltanto una merce lo ha detto con chiarezza, dal Meeting di Rimini di  quest’anno, il presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti: ciò che troviamo ogni giorno  sulla tavola quasi fosse un dato naturale, andando avanti in queste condizioni, sarà sempre più difficile  da garantire. Nel suo intervento ha ricordato che gli agricoltori non custodiscono soltanto tradizioni  e paesaggio, ma tengono in piedi un sistema da cui dipende la tenuta sociale del Paese, e che i prodotti  agricoli sono ormai fra gli strumenti con cui si condizionano le guerre. A maggio, a Milano, era stato  ancora più netto, definendo l’agricoltura la sicurezza nazionale dell’Italia. 

È una posizione che si sta già traducendo in accordi. Il 22 gennaio scorso, nell’ambito dell’Abu Dhabi  Investment Forum, Confagricoltura ha firmato un’intesa con l’Abu Dhabi Investment Office per  estendere la cooperazione lungo l’intera filiera agroalimentare e accompagnare le imprese italiane sui  nuovi mercati, con una missione negli Emirati nelle settimane successive. Un Paese che importa gran  parte del cibo che consuma sceglie di costruire la propria sicurezza alimentare insieme a chi sa  produrre: è la traduzione commerciale di tutto il ragionamento. 

Sul versante dell’export la lettura è convergente. Il presidente dell’Agenzia ICE Matteo Zoppas ha  ricondotto l’agroalimentare italiano alla sua natura reale, che non è quella di un settore ma di un  sistema di filiere, e la precisazione sposta il problema, perché un settore lo si promuove mentre una  filiera la si protegge, dato che ogni anello che salta si porta dietro tutti gli altri. Che i mercati premino  ciò che è documentato lo dicono del resto i numeri diffusi dall’ICE lo scorso febbraio: l’export di  prodotti biologici italiani ha raggiunto 3,9 miliardi di euro nel 2024, con una crescita del 174%  rispetto al 2014. 

Da qui parte questa rubrica, che proverà a seguire il filo là dove diventa concreto: filiere,  certificazioni, risorse, mercati che si aprono lungo il Mediterraneo. Perché il modo in cui si vive a  lungo, da queste parti, si è sempre imparato a tavola, e adesso c’è anche chi è disposto a pagarlo.

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