Forenza è uno di quei paesi dell’entroterra lucano che sembrano custodire ancora il tempo lento del Sud antico. Arroccato tra pietra, silenzi e paesaggi che guardano verso il Vulture e la valle del Bradano, conserva il fascino dei borghi medievali dove le strade strette, le scalinate e i muri raccontano storie di civiltà contadina, di emigrazione e resistenza.
Un luogo appartato, quasi nascosto, che oggi grazie all’arte sta vivendo una nuova attenzione culturale e turistica.
Dopo molti anni sono tornato in Basilicata, invitato da amici lucani per trascorrere un fine settimana tra memoria, paesaggi e incontri.
Matera, che mancavo da tempo, mi è apparsa profondamente cambiata: rinata dentro uno sviluppo turistico internazionale forte ma, almeno in parte, ancora garbato, rispettoso della sua identità antica. La città dei Sassi conserva quel senso arcaico e sacrale che la rende unica, ma oggi sembra anche attraversata da una nuova consapevolezza culturale.
Fu proprio durante quei giorni che alcuni amici mi parlarono di un artista di un piccolo paese della provincia di Potenza, Forenza, che da anni realizza mosaici utilizzando materiali di recupero.
La cosa mi incuriosì subito.
Arrivammo a Forenza quasi nel silenzio del pomeriggio, entrando in un intreccio di vicoli medievali, muri in pietra e piccole rampe. Ma ciò che vidi superò ogni aspettativa.
Case, scale, pareti e angoli del borgo erano trasformati da interventi musivi sorprendenti: piatti rotti, vetri, ceramiche, tazze, oggetti abbandonati e materiali di risulta diventavano composizioni ordinate, meditate, costruite con un preciso senso dello spazio e della forma. Non c’era nulla di casuale o folkloristico.
Soprattutto, non era arte naïf.
Quelle opere avevano una loro disciplina interna, una sensibilità compositiva autentica. E non ero il solo ad accorgermene. Attorno a quei vicoli si muovevano molti visitatori, turisti e curiosi, intenti a osservare con attenzione e meraviglia quel museo a cielo aperto nato nel cuore del paese.
Poi avvenne l’incontro con l’artista, Mario Brienza.
Mi era stato descritto come un uomo schivo, non facile. Il presidente della Pro Loco ci presentò, sottolineando i miei titoli di professore d’Accademia e artista. Io però ero soprattutto curioso di conoscere l’uomo dietro quelle opere.
All’inizio mi osservò con sospetto, quasi a voler capire chi avesse davanti.
Gli dissi semplicemente:
«Mario, il tuo lavoro mi è piaciuto molto. L’ho trovato davvero interessante».
Lui mi guardò fisso negli occhi e rispose immediatamente:
«Professò… io sono un muratore».
Quella frase mi colpì più delle opere stesse.
Dentro c’era il pudore di chi ha imparato da solo, ma anche la distanza istintiva da certi linguaggi ufficiali dell’arte contemporanea.
Gli risposi quasi d’impulso:
«E perché dici questo? Tu sei considerato il Gaudí della Basilicata».
Non si offese, ma capii che quel paragone non lo rendeva felice. Preferiva probabilmente restare dentro la sua verità concreta, quotidiana, artigiana.
Parlammo a lungo di arte e di storia dell’arte.
Mi raccontò di essere un autodidatta. Poi mi invitò a casa sua. Lì scoprii un piccolo museo privato, colmo di oggetti raccolti negli anni: materiali recuperati perfino dalle discariche, custoditi però con attenzione, cura e passione quasi archeologica. Ogni frammento sembrava attendere una seconda vita.
Fu un bellissimo pomeriggio trascorso a Forenza.
Un paese che merita di essere visitato non soltanto per la sua storia o per il fascino del borgo medievale, ma anche per questa sorprendente esperienza artistica nata lontano dai grandi circuiti ufficiali dell’arte contemporanea.
Esperienze come quella di Mario Brienza dimostrano anche un’altra cosa: l’arte, quando nasce in modo autentico e radicato nei territori, può diventare un vero motore di sviluppo per le aree interne.
Può riportare visitatori, creare curiosità, generare economia culturale, ma soprattutto restituire dignità e identità a paesi che troppo spesso vengono raccontati soltanto attraverso lo spopolamento e l’abbandono.
Forenza oggi non è solo un borgo da attraversare.
È un luogo dove l’arte ha saputo riaccendere relazioni, sguardi e memoria collettiva.





































