Formidabili quegli anni: Amelio, Warhol, Beuys (e gli altri) visti da Luciano Ferrara

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Un’affresco di un’epoca culturale che ha scrollato da Napoli le polveri del provincialismo. Mercoledì 23 Marzo presso la Paolo Bowinkel Galleria d’Arte è stata inaugurata con grande successo l’esposizione fotografica Gli Artisti a Napoli negli Anni ’80-’90 Visti da Luciano Ferrara. La mostra rende omaggio a un’importante stagione della cultura partenopea che molto deve alla figura di uno straordinario mediatore, gallerista e mercante d’arte: Lucio Amelio. Fu Amelio, nell’Aprile del 1980, a far incontrare Joseph Beuys e Andy Warhol, quasi paralizzando, in vista dell’epico confronto, Piazza dei Martiri, sede della sua ormai celebre galleria. E fu sempre Amelio che, dopo il terremoto dell’Irpinia, lanciò una chiamata agli artisti. A rispondere  furono Longobardi, Pistoletto, Kounellis, Paladino, Mapplethorpe, gli stessi Beuys e Warhol. La mostra, dal titolo Terrae Motus, che oggi conta una sessantina di artisti ed è esposta, in via permanente, presso la Reggia di Caserta, è divenuta la bandiera di quella che fu una vera e propria renaissance partenopea. Già il titolo della mostra suona come un invito, quello a far tremare i vecchi costumi culturali, a essere terremoto in grado di scuotere l’immobilità delle menti. Ecco quanto è importante riscoprire la Napoli degli anni ’80 e ’90. Luciano Ferrara ce lo ricorda con una serie di ritratti in analogico, che vanno a immortalare i protagonisti di una rivoluzione combattuta a colpi di colore e idee controcorrente. Il fotoreporter ci offre così l’affresco di un’ epoca culturale che ha ben seminato, sapendosi scrollare di dosso le polveri del provincialismo. E se è vero che un buon fotografo è colui che sa nascondersi dietro il suo strumento, è anche vero che un buon fotografo è anche colui che sa aggiungere qualcosa di suo allo scatto. Cosa si può aggiungere di più all’arte? La capacità di saperla raccontare. Ed ecco, allora, le parole di Ferrara a proposito dell’esposizione.

Come nasce e si articola una mostra come questa?
Lavorando a Napoli tra gli anni ’80 e ’90, ho frequentato la Modern Art Agency di Lucio Amelio, come reporter sì, ma anche come amico. Amelio è stato una pietra miliare  del mondo dell’arte e artisti come Paladino, Fermariello, Longobardi o Tatafiore sono stati allevati da lui, in un certo senso. E’ già dal ’66 che iniziò ad aprire una nuova strada ed è a lui che si deve l’incontro tra Warhol e Beuys. Con il terremoto del novembre 1980, fu Amelio a chiamare a raccolta con Terrae Motus un gran numero di artisti ed è normale per un fotografo andare a vedere ciò che succede. Senza cadere nella cronaca, ma sviluppando un rapporto empatico.

È sempre interessante osservare come l’arte racconti l’arte. Cosa può dirci a questo proposito?
Ovviamente quando si è fotoreporter si vive un duplice rapporto con lo scatto. Da una parte c’è il professionista, dall’altro l’uomo ed i suoi legami personali. Perché il fotografo non è assente. Anzi, in tutta verità, credo sia di parte e dalla sua parte, ma senza mai mentire.  

Come ci si rapporta con personalità quali quelle della mostra,  molte ormai divenute icone del mondo dell’arte contemporanea?
Ripenso alla fotografia che scattai ad una performance di Keith Haring. In quell’occasione dipingeva sul corpo nudo di una ragazzo napoletano. Lì devi decidere cosa fotografare, nel senso che lo scatto è uno, uno solo. Bisogna compiere una scelta. Sei tu, fotografo, che devi capire il taglio da dare a ciò che stai guardando.