Fossili seppelliti ma non cancellati, scoperta sensazionale nelle Alpi italiane

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di Salvatore Vicedomini

Sono ancora li conservati nelle rocce metamorfiche del Massiccio Dora-Maira, in Piemonte nelle Alpi Occidentali, fossili di circa 300 milioni di anni fa risalenti dal mantello terrestre.  Come si sa portare alla luce fossili nelle rocce metamorfiche è estremamente eccezionale e difficile a causa dei fenomeni di ricristallizzazione  e deformazione che avvengono  soprattutto in specifiche condizioni di temperatura e di alta pressione. Certamente questa scoperta apre uno spiraglio sull’ipotesi che i fossili possano sopravvivere a tali condizioni, dando la possibilità di utilizzare un nuovo strumento biostratigrafico per poter riorganizzare sia la storia geologica che tettonica delle successioni metamorfiche negli orogeni collisionali (catene montuose formate dalla collisione tra due placche continentali) di tutto il mondo.

Il merito di questo ritrovamento va ad un team di ricercatori delle Università di Torino e Perugia, in uno studio compiuto e  pubblicato  sulla rivista scientifica Scientific Reports del gruppo Nature, dal titolo “Buried, not erased: palynofloras in ultra-high-pressure metamorphic rocks” guidato dal  professor Rodolfo Carosi , Presidente della Società Geologica Italiana e docente del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Torino. Questo lavoro rientra nel progetto CARG di cartografia geologica del ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), con il quale, insieme alla Regione Piemonte, si è stipulata una convenzione per aggiornare la cartografia geologica del foglio 172 dell’area di Pinerolo, ad oltre 100 anni dall’ultima cartografia ufficiale.

Il professore a questo riguardo ci ha spiegato: “ Il nostro lavoro è iniziato con l’aggiornamento della cartografia fino a quando un bel giorno è arrivata la telefonata dei colleghi di Perugia che ci informavano dell’inaspettato e clamoroso ritrovamento in 11 campioni di alcune forme fossili di pollini, spore e  fitoclasti (frammenti legnosi) del Carbonifero superiore e Permiano (da 323 a 251 Milioni di anni) oltre che acritarchi e chitinozoi (microfitoplancton marino) molto più antichi .  Un rinvenimento avvenuto in rocce ricche di grafite  caratterizzate nell’avere un colore molto scuro e che sono state sottoposte nel tempo ad elevatissime pressioni subendo un fortissimo metamorfismo, legato alla subduzione ad altissime profondità  (circa 100 Km), oltre la base della crosta terrestre. Le rocce di origine continentale del Massiccio Dora-Maira , diventato  famoso in tutto il Mondo dopo la scoperta negli anni 80 della coesite( un minerale raro, considerato una forma di quarzo che si crea in condizioni metamorfiche di alta-pressione o in seguito a impatti meteoritici), erano considerate incapaci di subdurre a profondità elevate rispetto a quelle della litosfera oceanica, ritenuta molto più compatta di quella continentale.  E’ il primo ritrovamento al mondo di fossili in queste condizioni di pressione e temperatura- ha proseguito Carosi – considerando anche che altre forme fossili come ad esempio i molluschi, che sono i più frequenti tra i rinvenimenti, in queste condizioni si dissolvono scomparendo totalmente;  mentre queste forme vegetali rinvenute, formate da polimeri organici, sono estremamente resistenti, riuscendo a non subire sia i fenomeni di ricristallizzazione  che di deformazione, ed in certi casi protetti anche da altri minerali preservandoli quasi integralmente.  Si tratta di campioni con grandezza di circa 5-10 micron che si sono potuti osservare al microscopio elettronico tagliando i campioni di rocce in sezioni sottilissime , quasi trasparenti, che hanno confermato l’eccezionalità dello loro stato di conservazione”.

La maggior parte dei fossili  vengono rinvenuti in rocce di tipo sedimentario ma in questo caso la difficoltà è stata proprio dovuta alle peculiarità che si riscontrano in quelle  metamorfiche, come ci conferma il professore: “Considerando che purtroppo al microscopio ottico non si vede nulla  sono state adottate particolari  tecniche innovative di separazione iniziando prima con un processo di macinazione della roccia per poi trattarla con acidi e far sparire tutta la parte inorganica in modo tale da ottenere un liquido di colore scuro composto di residuo organico.  Di seguito – ha continuato Carosi – queste particelle organiche sospese in un liquido nerastro, quasi da sembrare acqua sporca, sono state sottoposte al processo di sedimentazione e fatte asciugare. Si sono così ottenuti  sia frammenti che particelle quasi intatte, trattate poi con acqua ossigenata (sostanza schiarente)  per dare la possibilità ai ricercatori di  osservarle ed analizzarle dettagliatamente in tutte le loro caratteristiche. Queste tecniche di separazione hanno dato certamente la svolta decisiva rispetto al passato per ottenere tali risultati di ricerca, considerando l’altissima temperatura e profondità nonché pressione, in cui avviene il processo di fossilizzazione di questi organismi”.

Certamente dopo questa straordinaria scoperta i ricercatori di tutto il mondo avranno a disposizione uno strumento in più da poter utilizzare come ha puntualizzato il professore Carosi : “Il formidabile ritrovamento avvenuto nelle Alpi Italiane apre delle prospettive per la ricerca in rocce e terreni metamorfici che contraddistinguono la parte continentale interna di tantissime catene montuose di tutto il mondo, oltre ad aprire spiragli per eventuali ed inaspettati ritrovamenti  di tracce di vita passata in altri pianeti avendo ora a disposizione tecniche e strumenti di ultima generazione, applicate per la prima volta al mondo, in questa tipologia di rocce”.