di Annamaria Spina
Che cosa permette al mondo di attraversare il tempo senza perdere se stesso?
Tutto ciò che esiste tende lentamente a consumarsi… un capitale non mantenuto si deprezza, un’infrastruttura non curata collassa, una fiducia non nutrita si dissolve, una relazione non coltivata si spegne. Non c’è necessariamente un evento traumatico o un crollo improvviso… molto più spesso ciò che esiste si logora poco alla volta, semplicemente perché viene meno ciò che lo sostiene.
Possediamo molte parole per descrivere le singole azioni che contrastano questo processo: nutrire, curare, custodire, coltivare, mantenere, amare. Possediamo i gesti, le pratiche, i comportamenti… ma non possediamo una parola capace di racchiuderli tutti. Esistono le azioni, non esiste il principio.
Eppure ciò che mantiene vive le cose sembra seguire una logica comune. Una forza che agisce nelle relazioni, nelle famiglie, nelle imprese, nelle comunità e in tutto ciò che riesce a resistere al tempo senza perdere la propria identità. Da qui nasce una domanda… come chiamare tutto questo?
Serve quindi un termine che unisca nutrire, alimentare, curare, mantenere, coltivare, rispettare e amare come gesto operativo, custodire nel tempo ma, soprattutto, esprimere il fatto che senza questa azione continua ciò che esiste tende lentamente a dissolversi.
Nel latino esiste una radice straordinaria… “fovere”. Essa significa contemporaneamente riscaldare, sostenere, proteggere, accudire, favorire la crescita, tenere in vita con cura. È una parola che non separa il nutrire dal proteggere, né il sostenere dal far crescere, li contiene insieme e proprio da questa intuizione nasce il passaggio concettuale… prende forma una parola che non esisteva: Fovenza.
Fovenza è la condizione continua che rende possibile la permanenza di ciò che esiste, è l’insieme delle azioni, delle attenzioni e delle energie continue che mantengono in essere una realtà, nutrendola, proteggendola, custodendola e impedendone il decadimento naturale. Tutto ciò che definiamo valore non esiste in forma statica… esiste soltanto se viene continuamente sostenuto.
Il capitale non si conserva… si fovena, la fiducia non si possiede… si fovena, le istituzioni non durano… vengono fovenate, le relazioni non restano… vengono mantenute mediante Fovenza. L’economia tradizionale calcola ciò che è stato prodotto, un’economia della Fovenza misura invece ciò che viene continuamente reso possibile… non il risultato, ma la condizione che rende possibile il risultato.
È proprio in questo punto che il titolo di questo articolo trova il suo significato più intenso. L’arte di consegnare il mondo non è il gesto di lasciarlo andare… è il gesto di mantenerlo vivo abbastanza a lungo perché possa essere ricevuto da qualcun altro. Consegnare non significa trasferire un oggetto, significa garantire la continuità di un sistema fragile attraverso il tempo e questo è possibile soltanto attraverso la Fovenza.
Non esiste nulla che si mantenga da solo, tutto ciò che esiste, per esistere davvero, deve essere continuamente sostenuto. A questo punto qualcuno potrebbe obiettare che esiste già una parola capace di racchiudere tutto questo… l’amore. È un’obiezione comprensibile ma è proprio da questo punto che emerge la necessità della Fovenza.
L’amore può essere l’origine della cura ma non ne garantisce la continuità, è un sentimento e, come tutti i sentimenti, conosce intensità, stanchezza, entusiasmo, delusione, silenzio. La Fovenza, invece, non dipende dallo stato emotivo di chi la esercita… è una scelta, una responsabilità, un principio operativo. Esiste anche quando l’entusiasmo si affievolisce, perché ciò che la guida non è l’emozione del momento ma il valore riconosciuto di ciò che si è deciso di sostenere.
Pensiamo a una terapia intensiva, ogni paziente è collegato a macchinari che, istante dopo istante, regolano l’ossigeno, la pressione, la temperatura, l’idratazione, i farmaci. Non basta aver salvato quella persona una volta… la vita dipende da migliaia di piccoli interventi continui, se anche uno solo di questi venisse interrotto per un tempo sufficiente, l’intero sistema inizierebbe a collassare.
Nessuno definirebbe tutto questo semplicemente amore, sarebbe una parola troppo piccola e nemmeno cura sarebbe sufficiente, perché la cura rappresenta soltanto una parte del processo. Ciò che mantiene in vita quel paziente è un insieme coordinato di nutrimento, protezione, controllo, manutenzione, responsabilità, attenzione, competenza e continuità… è precisamente tutto questo che chiamo Fovenza.
Perché questa parola diventa necessaria? Perché nessun verbo esistente riesce a contenere, da solo, l’intero processo che rende possibile la permanenza della vita. La Fovenza è il principio che li comprende tutti e li rende inseparabili ed è esattamente lo stesso principio che governa l’economia.
Un’impresa non fallisce il giorno in cui non è più amata… fallisce il giorno in cui viene meno la Fovenza. Quando nessuno investe più nelle persone, nella manutenzione, nell’innovazione, nella fiducia, nella reputazione, nella qualità. Il declino non nasce quasi mai da un singolo errore ma dall’interruzione di quella rete continua di azioni che tenevano vivo il sistema.
La nostra lingua possiede molti verbi per descrivere i singoli gesti, ma non possiede un sostantivo capace di descrivere il principio universale che li unisce. La Fovenza è il nome che ho scelto di dare alla forza continua che impedisce alla vita, al valore e all’economia di scivolare verso il proprio naturale decadimento.
E se il vero nome della continuità fosse proprio questo?




































