Fra vigneti terrazzati e bottiglie nel lago cresce enoturismo in Svizzera

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Roma, 18 apr. (Labitalia) – Non solo formaggio e cioccolato. Il turismo gastronomico, in Svizzera, si sviluppa sempre di più intorno al vino. E l’enoturismo è una delle nuove frontiere nella zona della riviera di Montreux, da sempre vocata all’accoglienza, soprattutto per il turismo stagionale e congressuale, legato al benessere e alla salute e per gli eventi culturali e musicali (il Montreux Jazz Festival ha oltre 50 anni), che nel 2017 ha superato i 750mila pernottamenti, secondo i dati forniti dall’Ufficio turistico di Montreux-Vevey (www.montreuxriviera.com).

Una zona che vanta anche 800 ettari di vigneti terrazzati a picco sul lago di Léman e che da oltre dieci anni sono iscritti nel patrimonio dell’Unesco. Sono i vigneti di Lavaux, nel cantone di Vaud, fra le più importanti aree vitivinicole della Svizzera. Un territorio appeso fra le acque lacustri e le Alpi, dove la viticoltura si pratica fin dal XII secolo, quando i monaci costruirono i muri in pietra a sostenere le terrazze vitate.

E dove, ancora oggi, 200 vignaioli (i ‘vignerons’) praticano una vera e propria viticoltura eroica, in cui tutto il lavoro in vigna è affidato alle mani. A loro è dedicata la Festa che nella città di Vevey organizza, una volta per generazione, la Confrérie che da secoli li rappresenta. Un paesaggio unico e una fonte di attrazione per i turisti, che sempre più numerosi si perdono nei 40 chilometri di vigne, interrotte da 14 villaggi, da girare a piedi, in bicicletta o nei trenini tipici.

Tanto che pochi mesi fa ad aggiudicarsi il primo premio svizzero per l’enoturismo è stato il Castello di Chillon, che sorge su un isolotto nel lago poco fuori Montreux, e che, con i suoi 405mila visitatori del 2017 (+10,3% rispetto al 2016), per il 76% stranieri, è il monumento storico più visitato della Confederazione elvetica. Ma è anche una cantina vitivinicola e proprio sull’enoturismo ha costruito e rinnovato la propria offerta. Al Castello, infatti, si può accompagnare la visita guidata a degustazioni esclusive in sale affrescate, contribuire all’imbottigliamento nella corte alla maniera antica e presto anche proseguire il percorso in vigna e partecipare alla vendemmia. Ed è a tema enogastronomico anche la mostra in programma quest’anno, a settembre, dal titolo: ‘L’eau à la bouche. Boire et manger au Moyen Âge’.

Un patrimonio, culturale e vinicolo, quello del Castello di Chillon, ereditato dal Medioevo. A pochi passi da questa fortezza millenaria si trovano i vigneti a bordo lago, ultimo avamposto della Doc Lavaux, come spiega Claire Halmos, responsabile della vigne e del vino al Castello di Chillon: “Si possono fare ottime cose anche con piccole vigne e i migliori ingredienti sono il lavoro in équipe e la passione per l’accoglienza e la condivisione con il pubblico”.

L’uva di queste vigne è interamente vinificata al Castello, dove poi il mosto viene fatto riposare nelle barriques custodite nei sotterranei, proprio affianco alle antiche cantine dove fu prigioniero l’eroe del celebre poema di Lord Byron ambientato nel Castello. Ma il Castello di Chillon, con il suo partner Badoux-Vins, ha lanciato lo scorso anno anche un sistema innovativo per la maturazione del vino: l’immersione delle bottiglie nelle acque del lago, dove riposano per tre anni a 30 metri di profondità, in condizioni ottimali per temperatura, umidità, luce.

Tecniche innovative e sapienza antica, dunque, per questi vigneti che custodiscono vitigni internazionali come il Merlot ma anche autoctoni e conosciuti solo agli intenditori come lo Chasselas. Una capacità produttiva limitata, che non supera gli 8 milioni di litri per tutta l’area di Lavaux e che in un’annata di qualità come il 2017 si è fermata a 6 milioni. E destinata a un consumo prevalentemente locale: infatti solo il 5% è esportato. Come spiega Blaise Duboux, 17ma generazione di viticoltori a Lavaux e consigliere della Confrérie des vignerons di Vevey: “Il vitigno principe della nostra regione è lo Chasselas, un’uva bianca molto speciale, che non ha un aroma tipico ma piuttosto è rivelatrice di un terroir. La nostra è una viticoltura eroica, che possiamo paragonare in Italia alle Cinque Terre, un altro territorio riconosciuto come patrimonio dell’Unesco. La viticoltura è fatta interamente a mano, non c’è possibilità di meccanizzazione, veramente è un lavoro eroico”.

E sono proprio i vignaioli di Lavaux, pressoché gli unici abitanti dei paesini che spuntano tra le vigne, che stanno attrezzando le loro cantine e le loro case per accogliere gli enoturisti. “Ora si sta sviluppando anche nella nostra zona l’enoturismo, che da noi – sottolinea – è qualcosa di nuovo, mentre in Italia esiste da tanti anni: questa capacità non solo di sviluppare la qualità ma anche di essere accoglienti verso la gente che vuole assaggiare il nostro vino. Abbiamo cominciato due anni fa e lo facciamo con tanta volontà”.

Passione latina e rigore svizzero, con lontane origini piemontesi, Blaise è un produttore biodinamico ma soprattutto un ‘filosofo del vino’: “Essere biodinamico vuol dire essere di aiuto e non di ostacolo alla natura: dalla botte alla bottiglia si produce un’energia che poi si esprime quando si stappa. Questa energia e questo sapere vogliamo condividere in questo posto molto speciale”.