Francesco Greco è il nuovo capo della Procura di Milano

241
Francesco Greco è il nuovo capo della Procura di Milano. Lo ha nominato a maggioranza il Consiglio superiore della magistratura nel corso del plenum straordinario di questo pomeriggio. 
La procura di Milano non ha mai voluto un “papa straniero”. E anche questa volta ha prevalso il rispetto della tradizione: negli ultimi 30 anni è sempre stato un “interno” a venire promosso alla guida della procura probabilmente più importante d’Italia, sicuramente la prima per numero di pm e aggiunti. E in questa prospettiva Francesco Greco è senza dubbio un profilo adatto. A testimoniarlo non sono solo le indagini che lo hanno visto protagonista negli ultimi 8 anni in veste di procuratore aggiunto a capo del dipartimento reati finzanziari: dai casi delle maxi-evasioni fiscali di Apple e Google, allo scandalo bancario che ha travolto gli ex vertici di Mps, fino alla vicenda del presunto aggiotaggio nell’opa lanciata dalla giapponese Hitachi sul Ansaldo Sts, società controllata da Finmeccanica e attiva nel settore del sistemi segnalamento ferroviario. 
È la sua intera carriera da magistrato, un percorso quasi quarantennale, che lo lega – al di là di una breve parentesi da uditore a Roma – indissolubilmente alla Procura di Milano, dove ha scalato tutti i gradini del cursus honorum delle toghe. Nato a Napoli nel 1951, si trasferisce presto nella Capitale. L’approdo in magistratura è del 1977. Il suo nome inizia ad acquisire una certa notorietà a metà degli anni Ottanta, quando conduce un’inchiesta sulla maxi corruzione della Icomec che porterà, nel 1992, all’arresto dell’ex segretario socialdemocratico Pietro Longo. Ma il 1992 è anche l’anno di Mani Pulite, lo scandalo che travolgerà a colpi di avvisi di garanzia e raffiche di arresti la classe politica della Prima Repubblica. Quando l’allora procuratore capo di Milano, Francesco Saverio Borrelli, ha bisogno di un magistrato specializzato in materia di reati economico-finanziari, scommette su di lui: così Greco entra nel famoso “pool” insieme ad Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo e ai più giovani Paolo Ielo ed Elio Ramondini. Negli anni di Tangentopoli, il suo nome è legato soprattutto al maxi processo Enimont che, da Arnaldo Forlani a Bettino Craxi, vede sfilare sul banco degli imputati i maggiori esponenti politici della Prima Repubblica. È la stessa inchiesta che, a luglio 1993, spinge Raul Gardini a premere il grilletto. Nella seconda metà degli anni Novanta è ancora lui il protagonista di altre due indagini “simbolo” dello scontro tra potere politico e magistratura: la vicenda All Iberian e il caso sul consolidato Fininvest, che coinvolgono in prima persona un astro nascente della politica Silvio Berlusconi. Due processi finiti su un binario morto: il primo falcidiato dalla prescrizione, il secondo per effetto delle nuove norme che depenalizzano il reato di falso in bilancio. Nel nuovo millennio, è sempre Greco a condurre le indagini di primo piano in materia di reati finanziario: nel dicembre 2003 si occupa del crac Parmalat, lo scandalo dei bond spazzatura e del un buco da 14 miliardi nelle casse del gruppo di Collecchio: nel giro di pochi giorni, il patron Calisto Tanzi finisce a San Vittore: sarà condannato a 10 anni. Nel 2005 è il titolare delle inchieste sulla stagione delle scalate bancarie ad Antonveneta e a Bnl e sui cosiddetti “furbetti del quartierino” che volevano mettere le mani su Rcs. 
Un’altra bufera giudiziaria che travolge direttamente il potentissimo governatore di Bankitalia, Antonio Fazio: la pubblicazione dell’intercettazione con il banchiere Giampiero Fiorani, “ti darei un bacio in fronte”, lo obbliga alle dimissioni. Costringendo il mondo politico a rivedere la governace della banca centrale imponendo per la carica di governatore, fino a quel momento a vita, un limite di mandato di 6 anni non rinnovabili. Promosso procuratore aggiunto, si schiera a favore di Edmondo Bruti Liberati nella “guerra” tra l’ex procuratore e l’aggiunto Alfredo Robledo. Ma a differenza di una “pasionaria” come Ilda Boccassini, lo ha fa senza esporsi troppo, restando nell’ombra. Greco non vanta però solo meriti di magistrato: negli ultimi anni, il suo nome circola puntualmente in occasione della nomina dei più prestigiosi incarichi istituzionali in campo economico-finanziario. A fine 2005 si parla di lui come possibile successore di Fazio sulla poltrona più alta di Palazzo Koch, nel 2010 è tra i papabili per la presidenza della Consob (incarico poi assegnato a Giuseppe Vegas), nel 2014 sembra in pole position per la successione ad Attilio Befera alla direzione dell’Agenzia delle Entrate. Invece, è sempre rimasto su inchieste e fascicoli. Colpa della sua collocazione politica? Antonio Giangrande, nel suo libro “Tangentopoli: da Craxi a Berlusconi. Le mani sporche di mani pulite”, cita il pensiero del giornalista Angelo Pergolini che parla di Greco come di “un cane sciolto molto di sinistra”. Non è un mistero che ai tempi dell’università il neo procuratore capo di Milano simpatizzasse con ambienti della sinistra extraparlamentare. Solo un ricordo? 
È un fatto che ancora oggi, nel suo ufficio al quarto piano della Palazzo di Giustizia di Milano, dietro la sua scrivania, appesa alla parete, c’è una foto che lo ritrae in mezzo a una nuvola di fumo, mentre tira una boccata di sigaretta, nella tipica divisa da sessantottino: eskimo, barba lunga, chioma incolta.Oggi è esponente di Area, il gruppo che rappresenta le correnti di sinistra della magistratura. Greco tuttavia sembra piacere tanto a destra quanto a sinistra. L’ex ministro Giulio Tremonti lo ha voluto all’Aspen Institute, l’attuale premier Matteo Renzi lo ha scelto come consulente fiscale del suo governo. E oggi è riuscito a catalizzare su di sé la maggioranza dei voti del plenum di Palazzo dei Marescialli.