Francesco Santagata, tra “suggestioni sonore” e “svolazzi improvvisi”

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di Rosina Musella

Una passione nata strimpellando la chitarra del padre si è trasformata poi, per Francesco Santagata, nel suo lavoro: compositore di musiche per il teatro, membro del collettivo NaDir e di “Dal Pian Terreno”, gruppo ibrido tra la musica e l’acrobazia; ha pubblicato nel 2016 l’album “Falsi Risvegli” e “Lontano Lontano Soundtrack” il 30 maggio scorso.
Impegnatissimo per i lavori che, quest’estate, lo porteranno in giro per l’Italia, si è raccontato ai nostri lettori ripercorrendo la sua storia musicale e parlandoci di “Lontano Lontano Soundtrack”, ultimo lavoro che l’ha visto protagonista, al fianco di Francesco Luongo, nella riscrittura di celebri brani di Luigi Tenco.

Come si è avvicinato alla musica?
«Tutto nasce dal rapporto con mio padre, assiduo ascoltatore di rock progressivo degli anni ‘70 e ‘80. Ha una passione smodata per la musica e l’ha trasmessa ai suoi figli. Seguii un ottimo corso di chitarra, nel mio paese di origine, in provincia di Caserta, tenuto prima da Antonio Schember, e in seguito da Pasquale Ruocco. Mi sono poi avvicinato a tutti altri generi, grazie allo Zoo di aversa, uno studio di registrazione/sala prove, tenuta da Salvatore e Fausto dei “Bastian Contrario”, due musicisti fantastici.»

Le sue musiche vengono definite “suggestioni sonore”, perché?
«Nel mio modo di comporre, il suono ha un ruolo fondamentale. Un tempo partivo dalla parte armonica e melodica, quindi più strettamente compositiva. Invece, negli ultimi anni, la componente principale da cui parto per comporre è il suono. Quindi “suggestioni sonore” perché le sonorità sono una parte importante degli spettacoli, soprattutto in “Celeste”, privo di materiale di scena e dove, quindi, la componente sonora riempie questa assenza.»

Ha sempre composto?
«Già quando iniziai da autodidatta ho sempre cercato di creare qualcosa da zero, partendo dai suoni che avevo. All’inizio era una composizione abbastanza rigida, buttavo a terra una melodia e nelle varie esibizioni dal vivo restavo legato a quello che avevo scritto. Adesso, invece, mi lascio ampi margini di indeterminazione. Ovviamente, alla base c’è un lavoro di scelta compositiva molto forte che è la parte sostanziale, ma mi lascio spazi per “svolazzi improvvisi”, in cui restituisco al pubblico ciò che mi arriva dagli attori.»

Dopo un album da solista, com’è stato collaborare con Francesco Luongo per Lontano Lontano Soundtrack?
«Facendo musica per il teatro, lavoro su commissione, con tempistiche stabilite e spesso una strumentazione minima. All’inizio, credevo potesse essere limitante, invece, da quando sto lavorando in questa maniera sono diventato estremamente più produttivo. C’è un detto che riassume benissimo questa cosa: le scarpe strette fanno inventare nuove danze. Credo che avere delle possibilità limitate sia proprio ciò che mi dia più stimoli. Nello specifico, con Francesco è stato molto interessante perché inizialmente la sua voce non si prestava molto all’idea che avevo in testa, ma in qualche modo questo è stato uno stimolo per entrambi per trovare la linea giusta, che ha dato vita ad un’idea che è sia quello che avevamo in mente entrambi, sia un qualcosa in più.»

Lontano Lontano nasce come lavoro teatrale, perché realizzarne un album?
«Ci siamo resi conto che il lavoro musicale riusciva a restituire l’atmosfera dello spettacolo anche al di fuori di esso. Dal vivo, per questo spettacolo, ho una loop-station con cui mando in registrazione le frequenze che sovraincido. Questo tipo di lavoro ha influenzato molto la composizione, perché con la loop-station si fa un lavoro più verticale che orizzontale, mentre le canzoni di Tenco sono strutturate in maniera orizzontale. Ho dovuto trovare una soluzione per mantenere l’approccio di Tenco, volendo, però, sopraincidere sonorità. Ovviamente, avendo accesso ad uno studio di registrazione, è stato possibile ampliarne le possibilità dal punto di vista sonoro, ma per me l’approccio minimale del lavoro già fatto era fondamentale, quindi ho deciso di tenermici vicino.»

Perché il Nufaco?
«Il Nufaco è una card che sfrutta la tecnologia NFC del cellulare: poggiando questa carta sul cellulare, si apre la pagina browser con la playlist dei brani. “Perché?” è una bella domanda. All’inizio, volevamo fare un classico CD. Poi mi sono reso conto che, pur essendo un musicista, io non posseggo un lettore CD a casa. Allora ho pensato al mezzo più utilizzato da tutti, il cellulare. Per me lo strumento di riproduzione musicale deve avere tre caratteristiche: contenere l’opera, restituire l’immaginario legato a quell’opera, proprio da un punto di vista visivo – ovviamente il Nufaco ha una singola immagine, non come il vinile che aveva un intero libretto –  e deve essere un oggetto della contemporaneità. Il CD ne fa ancora parte, ma non volevo che venisse acquistato per sostenerci e poi rimanesse su un mobile a prendere polvere. Volevo, inoltre, che fosse alla portata di tutti e permettesse di abbattere i costi, facendo arrivare il nostro lavoro a quante più persone possibili. Il Nufaco permette di farlo, così abbiamo deciso di utilizzarlo.»

C’è in cantiere qualche altra riscrittura?
«Questa cosa delle riscritture, nella mia carriera, è iniziata con lo spettacolo “Le cinque rose di Jennifer” di Annibale Uccello, riscritto da Domenico Ingenito. All’epoca mi divertii molto a distruggere brani della cultura pop italiana, soprattutto quelli che non mi piacevano. Anche “Celeste” è un misto di inedito e riarrangiamento, lì si lavorava su canzoni degli anni ‘40 che, originariamente, avevano strumentazione classica; ho preso quelle canzonette, le ho suonate con una strumentazione moderna e le ho distrutte dal punto di vista sonoro, perché ho cercato di restituirle come se trasmesse attraverso una radio degli anni ‘40. Stiamo lavorando ad un seguito di Lontano Lontano, ma non ne posso ancora parlare. Però, sarò sincero, per quanto la riscrittura sia interessante, ora ho voglia di fare altro.»

E il nuovo album da solista?
«Questo nuovo lavoro sarà una sorta di studio di quello che sono stato negli ultimi anni. La mia musica ha una componente di base molto eterea e, il nuovo album, riprende questo da “Falsi Risvegli”. Mentre, però, quello fu un disco caotico, questo nuovo lavoro avrà un flusso unitario tra i vari brani, poiché mi piacciono molto i concept album, in cui non è ben a fuoco il passaggio da un pezzo all’altro. Ho lavorato molto sulla parte jazz e la parte elettronica, sarà un lavoro su ciò che non è effettivamente a fuoco. Anche perché, nell’ultimo anno, ho scoperto di avere un problema alla vista che mi ha un po’ costretto a non mettere molto a fuoco la realtà.»