Francesco Thérèse: La videoarte? E’ una fuga dalla gabbia narrativa in cui sono imprigionati i film

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in foto Francesco Thérèse, ph credit e courtesy Walter Profilo

L’Occhio di Leone, ideato dall’artista Giuseppe Leone, è un osservatorio sull’arte visiva che, attraverso gli scritti di critici ed operatori culturali, vuole offrire una lettura di quel che accade nel mondo dell’arte, in Italia e all’estero, avanzando proposte e svolgendo indagini e analisi di rilievo nazionale e internazionale.

di Azzurra Immediato

“Il mio piccolo desiderio è vivere nel momento in cui ‘sperimentale’ sarà un’etichetta adatta ai classici film da botteghino, mentre la normalità sarà la ricerca di linguaggi sempre più diversi, perché sempre più personali; perché autoriali”. Il sogno di Francesco Thérèse, artista, autore e regista di base a Roma, pluripremiato per i suoi lavori, dovrebbe ricevere un ulteriore riconoscimento per questa riflessione. No, non sono ironica e non sono qui per alimentare banalità considerate da certo pubblico come pensieri radical chic – la cui significazione posticipiamo ad altri luoghi e momenti – tuttavia, in un momento, fin troppo lungo, in cui alla cultura non viene riconosciuto il ruolo educativo, formativo che riveste da millenni, in un periodo in cui a causa del Covid19 cinema e teatri sono chiusi e muti rispetto al dibattito sociale in corso da un anno, ecco che quanto afferma Francesco Thérèse assume un ruolo attoriale di grande rilievo, una sorta di urlo silente che, però, dovrebbe esser capace di aprirci gli occhi, non già e non più verso un qualsivoglia schermo, bensì verso ciò che attraverso un medium artistico ed autoriale, artisti e registi, tentano di farci comprendere. Il ragionamento di Thérèse, tuttavia, approfondisce alcuni concetti inusitati, su cui riflettere con attenzione…

Francesco, cos’è per te la Videoarte?
Indubbiamente la via di fuga dalla gabbia narrativa dove sono imprigionati i film. L’assunto per cui un’opera filmica debba rispondere agli stessi presupposti ed avere gli stessi parametri della vita reale, è per me un enorme abbaglio e comunque un atto coercitivo verso il potenziale artistico del Cinema. La video arte per me va a colmare questa lacuna culturale, permettendo allo spettatore di abituarsi a linguaggi diversi. Il mio piccolo desiderio, che probabilmente non si avvererà mai, è vivere nel momento in cui “sperimentale” sarà un’etichetta adatta ai classici film da botteghino, mentre la normalità sarà la ricerca di linguaggi sempre più diversi, perché sempre più personali; perché autoriali.

Nella tua carriera, il concetto di Videoarte si missa con le dinamiche della cinematografia e della fotografia, come accaduto, ad esempio per il progetto, pluripremiato e protagonista della scorsa Roma Art Week, IN|there – in cui hai scelto fotografie di Natalino Russo per la costruzione filmica – In che modo immagine e video possono dialogare al fine di costruire dinamiche che abbiano a che fare con un racconto del reale non astratto bensì poetico?
La prima considerazione che voglio fare è che la video arte è per me un medium molto più vicino alla pittura, che al Cinema. Scherzando, ma non troppo, direi che il Cinema stesso per me ha una forte componente pittorica, prima ancora che filmica. Prima di parlare di come possano coesistere linguaggi diversi, credo sia importante rimarcare la netta differenza fra “reale” ed “oggettivo”. Il grande fraintendimento di cui ho parlato anche sopra, nasce proprio da questo: ciò che è oggettivo, è largamente condiviso e risponde a dei codici in cui ci riconosciamo. Ciò che è reale, appartiene ai codici personali di chi giudica, dell’artista. Essere fedeli alla propria visione del reale, e non andare a cercare un’oggettività, permette, se si hanno le qualità, di trascendere nel poetico. Personalmente quando lavoro su un’ispirazione, che successivamente prende la forma di un progetto, il mio unico interesse è quello di essere spontaneo come è stato l’Homo Sapiens disegnando sulle pareti delle grotte di Lascaux e profondo come le opere di Rothko nel suo periodo classico. È lì che si genera la mia realtà. Ritengo che solo la libertà di questo approccio abbia permesso di far coesistere coerentemente le bellissime fotografie di Natalino Russo con la poesia che ho scritto, usando frasi estrapolate dalle comunicazioni fra astronauti e centro di comando, che a loro volta sono l’aspetto più importante del mio lavoro precedente, BLUE.

Il 2020, segnato drammaticamente dal Covid19, ti ha ugualmente dato modo di portare avanti una riflessione ampia condivisa in diversi festival ed altri luoghi di ricerca. In che maniera hai agito e reagito alla situazione che, intorno a noi, mutava? L’indagine che hai costruito in foggia di cortometraggio sperimentale ti ha dato modo di guardare il mondo da una prospettiva differente? In che direzione il tuo sguardo si è mosso?
Il primo vero input che ha dato vita al processo creativo per BLUE, riguardava una constatazione molto semplice: come l’essere umano avesse la netta tendenza a guardare solo al proprio ombelico. Mi ha allarmato sempre di più osservare la totale assenza di capacità a guardarsi da fuori, per vedersi con più nitidezza e guardare l’altro, lo xenos, con più empatia. Questi sono stati ragionamenti figli di un tempo che ha preceduto l’inizio dell’era Covid. BLUE voleva essere un inno all’essere umano in quanto tale: non un cittadino di un determinato Paese, ma una persona. BLUE voleva essere la testimonianza degli enormi traguardi che si possono raggiungere dialogando fra culture diverse, raggiungendo addirittura il Cosmo. Per questo ho scelto di mettere in scena momenti di vita quotidiana qualunque, in cui ci si può riconoscere facilmente, arricchendoli con dialoghi presi dalle conversazioni fra astronauti e centro di comando. BLUE oggi lo considero il lato ottimista di una medaglia che dall’altra parte ha la pandemia, che allo stesso modo è stata trasversale: ha attraversato i confini ed i muri che abbiamo eretto, è entrata nella nostra intimità e ci ha colpiti nei luoghi in cui ci sentivamo felici e sereni. Noi tutti; la popolazione mondiale, senza fare distinzioni. Senza guardare al nostro passaporto. BLUE e la pandemia offrono la stessa lettura del nostro presente: i nostri destini sono connessi. Quello che di buono succede dall’altra parte del Mondo, giova anche noi. Così il contrario. Viviamo in un reale effetto farfalla.

“Prima di parlare di come possano coesistere linguaggi diversi, credo sia importante rimarcare la netta differenza fra “reale” ed “oggettivo”. Il grande fraintendimento di cui ho parlato anche sopra, nasce proprio da questo: ciò che è oggettivo, è largamente condiviso e risponde a dei codici in cui ci riconosciamo. Ciò che è reale, appartiene ai codici personali di chi giudica, dell’artista. Essere fedeli alla propria visione del reale, e non andare a cercare un’oggettività, permette, se si hanno le qualità, di trascendere nel poetico” afferma Thérèse cui segue una seconda presa di coscienza fondamentale: “i nostri destini sono connessi” nel bene e nel male; l’arte conosce ed indaga da sempre tale relazione, secondo un atteggiamento etico tale da immergersi negli abissi o tendere agli apici delle idee e dell’immaginazione, senza mai dimenticare una tangibilità nel qui e ora, dimensione da cui prende sempre avvio il ragionamento e in cui si genera l’epifania creativa. Ancora una volta, Francesco Thérèse mostra quanto una semplice domanda, una semplice volontà di dialogo si trasformi in una più profonda e ampia, anzi, necessaria ed imprescindibile azione di pensiero. Così come Thérèse agisce innescando una commistione filosofica oltre che grammaticale, allo stesso modo le idee sottese attraversano in modo trasversale, appunto, tempo e spazio. Generare consapevolezza come Egli fa con il suo lavoro, carpire ed intercettare ciò che accade a noi ed intorno a noi non è un esercizio progettuale, quanto, piuttosto, un modo per osservar(ci) e superare confini immaginati come invalicabili; lo sta dimostrando oggi la storia aerospaziale, lo ha già dimostrato l’arte. In tal maniera, le opere di Francesco Thérèse ed i suoi progetti in fieri consentono di riappropriarci di una libertà ontologica che appare perduta e che, al contrario, è al di là di quanto, ciecamente, guardiamo.

in foto frame da BLUE, © Francesco Thérèse, courtesy
in foto frame da BLUE, © Francesco Thérèse, courtesy
in foto frame da IN _there, © Francesco Thérèse, courtesy