Fuga dalla Pubblica Amministrazione, più 45% di dimissioni

Il posto fisso non attrae più. 16 mila uscite volontarie l’anno contro le 11mila del 2017, a parlarne sono i dati del Rapporto Ifel. Gli anni del turn over tanto atteso sono ormai lontani, la riforma delle assunzioni nel pubblico impiego è operativa dal 2022, i fondi Pnrr hanno richiesto linfa professionale e dunque più immissioni nel mondo del lavoro degli Enti Locali, eppure, l’organico della PA riamane esangue: oggi nei soli municipi italiani lavorano il 27% in meno rispetto ai picchi del 2007. Si svuota la Pubblica Amministrazione, lavorare per lo Stato non conviene ed è in atto la grande fuga dei  dipendenti con un vuoto al Sud. I concorsi pubblici hanno perso fascino, si protraggono per mesi, in alcuni casi per anni. La retribuzione della PA italiana si ferma a mille euro sotto la media Ue. Poca mobilità tra le regioni, in pochi lasciano il Nord per il Sud, lo smart working non è realtà in molte amministrazioni e questo è un vero ostacolo per i dipendenti. I giovani non ne sono più attratti, secondo i dati Eurostat e Istat, che hanno condotto un’indagine Flp per la Federazione lavoratori pubblici e Funzioni pubbliche, la quota di dipendenti tra i 18 e i 34 anni nelle amministrazioni centrali è ferma al 2,5% e l’Italia è penultima dopo la Grecia e i Paesi Ocse. In più della metà dei comuni italiani non sono assunti giovani, contando una fascia di popolazione impiegata compresa tra i 50 e i 59 anni. E come se non bastasse i dipendenti fuggono dal pubblico impiego. Si assiste a dimissioni record, secondo i dati dell’Inps, nel 2023, sono stati 92.878 a lasciare l’impiego pubblico, con un incremento del 33% rispetto al 2019. Le dimissioni si registrano maggiormente nel settore sanitario, dove la situazione è alquanto critica. Attrae e crea concorrenza alla vecchia e cara Pubblica Amministrazione il settore privato, e la fuga dal pubblico negli ultimi tempi interessa anche gli enti locali come Comuni e Regioni sempre meno competitivi rispetto agli enti centrali come Inps e Inail, che offrono migliori possibilità di carriera e stipendi più alti. Così la macchina pubblica si trova fiacca e da dieci anni si assiste ai tagli del personale, con una riduzione di 220 mila unità. La questione moneta resta un nodo principale, lo stipendio troppo leggero e poco rapportato al carico di lavoro, alle responsabilità dei dipendenti e al costo della vita, scoraggiano e allontano i dipendenti. Nei Comuni i soldi sono meno, e il personale, quando può, fugge con le mobilità verso posti maggiormente pagati. Ma un’altra delle cause principali è il mancato rinnovo dei contratti. Il governo ha proposto un aumento che ha trovato l’ostacolo di qualche sigla sindacale, che  rifiutando l’offerta, ha chiesto maggiori risorse, e le trattative per i comparti sanità e funzioni locali sono ferme. Il “posto fisso” , come lo chiamava Checco Zalone in un suo celebre film, non è più considerato sacro, al contrario, sempre più persone scelgono di abbandonarlo per trovare condizioni lavorative migliori nel settore privato o in altri enti locali più competitivi. La PA sembra ferma ad un vecchio cliché: il vecchio dipendente pubblico si limitava ad amministrare i fondi, oggi il dipendente è cambiato, è maggiormente formato, si tratta nella stragrande maggioranza dei casi di un professionista, e dunque, di un project manager, un programmatore, e quel denaro che maneggia viene messo in circolo gestendo reti di rapporti. E’ un sistema di pensiero che deve cambiare, vanno comprese le professionalità, le responsabilità che ne deriscono, altrimenti otterremo e resteremo nell’inefficienza burocratica e assisteremo alla fuga dal pubblico impiego. Occorre un intervento strutturale che attragga, che comprenda stipendi dignitosi e comparati al carico di lavoro e alle condizioni contrattuali, altrimenti ci ritroveremo una crisi profonda del settore pubblico, con pesanti ricadute sullo Stato e soprattutto sui cittadini.