Fuga dei cervelli: la parola al più giovane preside di facoltà al mondo

389

Secondo gli ultimi dati Istat, riferiti a luglio 2018, il tasso di disoccupazione giovanile si attesta al 30,8%, con una diminuzione del numero di occupati, rispetto a giugno, di circa 28mila unità. All’incirca un giovane su tre, quindi, non ha un lavoro e questa condizione ha portato all’aumento del numero di inattivi (a luglio pari al 34,3%), ossia di coloro che hanno smesso di cercare un’occupazione perché demotivati e scoraggiati.
Nel contempo continua a crescere anche il numero di giovani italiani che abbandonano la terra natia per iniziare, in pochi casi per migliorare, la propria attività lavorativa. L’Istat nel rapporto “Migrazioni internazionali e interne della popolazione residente”, registra un aumento del +9% rispetto al 2015, di giovani diplomati, laureati e dottori di ricerca che, non riuscendo a realizzare le proprie aspettative lavorative nel nostro Belpaese, sono costretti a “fuggire” all’estero, portando con sé il carico di conoscenza appresa in Italia.
Dopo aver affrontato il problema della “fuga dei cervelli” con il Filosofo Aldo Masullo, torniamo a parlarne con Pasquale Borea, classe 1981, salernitano, laureato in giurisprudenza alla Sapienza di Roma, dottore di ricerca all’Università di Salerno, docente universitario precario in Italia, che nel 2014, a soli 35 anni, diventa il più giovane Preside di Facoltà al mondo. In un ateneo italiano? No, alla Royal University for Women del Bahrain.
Ripercorreremo con il Prof. Borea le tappe principali che lo hanno portato dall’Italia al Medio Oriente e analizzeremo con lui le possibili soluzioni a questa moderna diaspora di capitale umano e culturale.

Professore Borea, lei è docente di Diritto Internazionale e nel 2014, a soli 35 anni, è stato eletto Preside di Facoltà alla Royal University for Women del Bahrain, diventando così il più giovane Preside di Facoltà al mondo. Ci racconta i passi fondamentali che l’hanno portata dalla sua terra natia, Salerno, al Bahrain?
La mia formazione accademica post lauream, seguita da varie esperienze professionali come avvocato e consulente di istituzioni governative, si è arricchita di un dottorato di ricerca a seguito del quale ho cominciato ad avere esperienze di docenza e ricerca all’estero, in particolare in Sud America prima ed in Germania poi. Grazie ad una borsa di studio vinta, sono approdato al Max Planck Institute di Heidelberg per una research fellowship. È stata un’esperienza fondamentale in una delle più prestigiose istituzioni per il diritto internazionale a livello mondiale. Da lì ho cominciato ad inviare curricula ed a partecipare a bandi per posizioni accademiche in varie università. Occupandomi di diritto internazionale ed avendo curato sin dai tempi del liceo la formazione linguistica in inglese, francese e spagnolo, era in qualche modo naturale per me guardare all’estero e non limitarmi all’Italia. Dopo aver partecipato a varie selezioni, ho vinto quella presso la Royal University for Women in Bahrain. Sono stato assunto come professore associato in una facoltà di legge in corso di istituzione. Dopo un anno ci si è trovati nella necessità di eleggere un nuovo Preside che si occupasse di rivedere l’offerta formativa, di strutturare i piani di studio, la strategia di ricerca e la facoltà in generale secondo standards internazionali. Mi hanno dato ampia fiducia, basata su uno schema molto semplice: o raggiungi gli obiettivi oppure vai a casa. Non è stato per nulla semplice: ho dovuto fare un lavoro immenso, continuando a formarmi, tutti i giorni, con umiltà e determinazione, ma se guardo indietro sono estremamente soddisfatto del lavoro fatto e grato per la fiducia che mi è stata data inizialmente.

Parliamo della sua esperienza alla Royal University for Women, unico Ateneo femminile del Paese. Innanzitutto è l’unico docente straniero?
C’è da fare una precisazione. Le università in Bahrain non hanno separazione di genere, nel senso che non c’è alcun ostacolo alle classi miste. La RUW nasce con una mission ben precisa che è la promozione della leadership femminile nella società del Bahrain e, più in generale, dei paesi dell’area, con il fine di ridurre il divario di genere nelle professioni e nel mondo del lavoro in generale. Una mission nobilissima che ispira il nostro lavoro tutti i giorni e che produce i suoi frutti. Molte delle mie laureate occupano oggi posizioni nell’avvocatura, magistratura, diplomazia, istituzioni governative ed organizzazioni internazionali, che contribuiscono concretamente a ridurre il gap di genere. No, non sono l’unico docente straniero: ci sono 18 nazionalità rappresentate nel corpo docente. Questo, insieme ad altri fattori, contribuisce a fare dell’ateneo una vera università internazionale, il cui comune denominatore è, naturalmente, la conoscenza della lingua inglese e, conseguentemente, l’insegnamento dei corsi in inglese.

Da quali Paesi vengono i suoi colleghi?
Italia, Francia, Germania, Stati Uniti, Iraq, Tunisia, India, Palestina, Egitto, Sud Africa, Sudan, Gran Bretagna, Turchia, solo per citarne alcuni. Le riunioni del Senato Accademico somigliano un po’ a sessioni delle Nazioni Unite.

Le iscrizioni sono a numero programmato o libero? E cosa suggerisce sull’argomento al sistema universitario italiano?
Il sistema è strutturalmente diverso e difficilmente comparabile con quello italiano. C’è inoltre da tenere in considerazione i numeri. Tutto il Bahrain conta 1 milione di abitanti. Detto questo, il Ministero fissa annualmente delle quote massime di studenti che le singole Università possono registrare. Dunque tecnicamente non c’è un numero chiuso strutturato come quello italiano. Tuttavia le Università e le singole Facoltà fissano i cosiddetti “entry requirements” che devono essere posseduti dalle matricole per potersi iscrivere. Nel nostro caso, ad esempio, è richiesta una certificazione internazionale di lingua inglese (IELTS o TOEFL) con un punteggio minimo al di sotto del quale non è consentita l’iscrizione.
Quanto al sistema italiano, credo che il sistema del numero chiuso, così come l’accesso libero, nel modo in cui sono attualmente concepiti, non portino benefici. Il meccanismo non discende da una pianificazione accurata, non ha alla base una visione. Ha creato un paradosso, con un eccesso di offerta di laureati in discipline ad accesso libero ed una carenza di laureati in discipline a numero chiuso. Faccio un esempio: sembra che fra qualche anno non ci sarà un numero sufficiente di medici per rimpiazzare i pensionamenti, mentre il numero dei laureati in legge è esponenzialmente cresciuto e si è creata una sacca consistente di disoccupazione qualificata che non trova sbocchi nel mondo del lavoro, se non a condizioni umilianti. Al contempo ci sono figure professionali che non si trovano o che quando si trovano vengono pagate a peso d’oro, anche più dei lavoratori altamente qualificati. Così non si va da nessuna parte.

Dopo aver fatto questa importante esperienza, pensa di rientrare in Università italiane o in altre europee?
Per il momento, ho ancora tanti obiettivi da realizzare qui. Per quanto riguarda la presidenza della Facoltà sto lavorando all’apertura di un Master in collaborazione con un ateneo inglese e c’è in cantiere a medio periodo anche l’attivazione di un Dottorato di Ricerca. Dal punto di vista della Ricerca ci sono progetti con finanziamenti importanti a breve e medio periodo, ci sono le giovani laureate da far crescere e da coinvolgere nelle attività accademiche di ricerca e di docenza, le cooperazioni internazionali con molte Facoltà di diritto europee, americane ed asiatiche. Non ho preclusioni di sorta né piani prestabiliti. Andrò dove la mia “corsa” mi porta. L’Italia è il mio paese e lo amo profondamente. Mi piacerebbe tanto poter contribuire alla missione accademica di atenei italiani, soprattutto per quel che riguarda il contributo a corsi e programmi in lingua inglese. Ci sarebbe tanto da fare, tuttavia al momento non ho proposte concrete e non vedo, nell’attuale sistema accademico italiano, condizioni agevoli al rientro. Da queste parti si dice “Inshallah”, se Dio vorrà.

Non ama definirsi “cervello in fuga”, ma preferisce “cervello in corsa”. Ci spiega la differenza?
Non è una mia definizione. È stata coniata qualche anno fa da un amico fraterno. Mi sono reso conto che, in effetti, aveva ragione. Si fugge da qualcosa di negativo e la fuga spesso comporta la voglia di non tornare indietro. Non è così per me e non credo sia così per i tanti colleghi sparsi per il mondo. La mia formazione è stata prevalentemente offerta da istituzioni accademiche italiane, per lo più pubbliche, ed è stata una formazione di livello piuttosto alto. Ho avuto tanti maestri ai quali sono grato. Il problema è che il “sistema Italia”, così come è concepito, soprattutto per quel che riguarda l’ambito accademico, raramente fornisce sbocchi e ancora più raramente li fornisce a chi è giovane. Dunque la corsa, poiché l’alternativa è l’inerzia. Io non mi sono fermato. Ma non si può dire che io sia “fuggito”. Ho soltanto ampliato la mia visione e trovato spazi dove poter “correre” e continuare a formarmi, a crescere professionalmente, ad avere esperienze che il “sistema Italia” non mi ha consentito di fare. Dopo 6 anni sono una persona professionalmente più ricca e questa ricchezza sarà un valore aggiunto nella mia “corsa” in qualsiasi direzione essa vada.

La sua brillante carriera all’estero è difficilmente paragonabile alle prospettive che le erano state offerte in Italia. Quali secondo lei le motivazioni o le colpe?
Ritengo sia inopportuno parlare di “colpe”, credo sia ora di uscire dalla retorica del “piagnisteo” sterile dell’Italia che perde cervelli nell’ambito dell’accademia e della ricerca, dell’Italia che spende miliardi per la formazione di risorse che poi emigrano, dell’Italia del baronato accademico e del sistema dei concorsi che non funziona. Occorre analizzare il fenomeno come un dato di fatto le cui cause e motivazioni sono più che note, senza piangersi addosso. È un problema di sistema che va risolto con coraggio e pragmatismo, chiedendosi più che altro come rispondere a determinate esigenze: il sistema Italia è pronto ad investire di più nella ricerca e nell’Università? E soprattutto, può farlo, dati i vincoli di bilancio? Ci può essere un sistema migliore per procedere alla assunzione, alla progressione in carriera ed alla valutazione dei docenti? C’è la volontà di aprire il sistema italiano ad una internazionalizzazione concreta? Questi e molti altri quesiti dovrebbero indirizzare una riforma strutturale che non sta certamente a me delineare. C’è anche un discorso diverso da fare: quale sarebbe la reazione in Italia se una persona di 35 anni ricoprisse l’incarico di Preside di una facoltà? Ci sarebbe certamente una sorta di pregiudiziale di inaffidabilità, di carenza di esperienza, per molti aspetti immotivata, che all’estero non c’è. Nominare un giovane in posizioni di governance accademica viene visto come un valore aggiunto, rispetto a competenze e qualità che non devono mancare, in termini di energia, di creatività, di innovazione, perfino in una società tradizionalmente (fino a qualche tempo fa) gerontocratica come quella araba. In Italia qualcosa si muove, in altri ambiti, penso ad esempio alla politica in cui l’età anagrafica si è notevolmente abbassata, ma non nell’accademia o in altri settori in cui il sistema non tende a svecchiare o lo sta facendo in modo estremamente lento. Qui l’esperienza conta, e molto, ma conta anche l’efficienza e la capacità di “forward thinking” più spiccata nelle giovani generazioni.

Valutazione e merito sono ormai parole chiave anche in Italia. Sulla base della sua esperienza, intravede già risultati concreti?
Sono stati fatti dei passi in avanti, tuttavia c’è ancora tanto da migliorare e da ripensare, nella logica dei concorsi, nei parametri di valutazione, nel sistema delle citazioni ad esempio. È un sistema ancora troppo autoreferenziale, ancora non immune dal controllo di gruppi di potere. Un sistema di valutazione altamente meritocratico dovrebbe consentire la valutazione fatta da valutatori totalmente esterni al sistema e consentire di premiare chi vale e licenziare chi non produce qualità. Se un docente strutturato assunto 20 anni fa pubblica pochissimo, va poco a lezione, non innova, non internazionalizza, non fa vivere agli studenti una esperienza formativa valida viene licenziato? Tuttavia mi rendo conto che una ricetta del genere sarebbe molto difficile da applicare alle università, specialmente pubbliche, italiane. Qui in Bahrain, come in molte altre realtà all’estero, i contratti a tempo determinato sono la regola, se vali vieni riconfermato, altrimenti sei fuori. E nessuno parla di precariato. L’Italia sarebbe pronta ad un sistema del genere? Qualche tempo fa, nel raccontare la mia storia un giornalista mi ha definito uno che, “precario” in Italia, è diventato Preside di facoltà in Bahrain. Mi fa sorridere, tecnicamente sono ancora più precario di prima. I miei contratti sono a tempo determinato e rinnovati solo alla verifica del raggiungimento degli obbiettivi e della valutazione. L’antitesi della logica del posto fisso, ahimè ancora tanto presente in Italia.

Siamo a settembre, mese nel quale i neodiplomati scelgono se e come proseguire il proprio percorso di studi. Cosa consiglierebbe, soprattutto a quanti sono ancora incerti e indecisi?
Di pensare a come si vedono fra 10 anni, a come e cosa vorranno essere fra 20 anni e ad essere pronti, se necessario, a reinventarsi. Viviamo ormai in un mondo globalizzato in cui il cambiamento è così veloce che gran parte dei lavori che oggi esistono fra 20 anni non saranno più richiesti dal mercato. Occorre pensare al futuro, investire in sapere tecnologico e linguistico, in generale in cultura. Bisogna essere consapevoli delle proprie radici ed aperti alla diversità culturale. Bisogna soprattutto essere pronti al sacrificio ed a lavorare duro. La competizione è feroce e non limitata al contesto italiano o europeo. La fase in cui vive oggi un ragazzo di 18 anni è fra le più critiche della storia dell’uomo. Ci vuole tanto coraggio e tanta umiltà. Sarà che ormai non sono più tanto “giovane” visto che mi avvio verso gli “anta”, ma continuo a pensare che i giovani di oggi abbiano bisogno di più viaggi, più libri, meno social media e vita virtuale, più valori. La sfida del sistema educativo è proprio questa: agevolare la consapevolezza dei ragazzi che ci sono cose che contano molto più di altre e che sarà quel bagaglio di esperienze, sapere, valori, cultura e sacrifici a fare la differenza.

Secondo gli ultimi dati Istat, riferiti a luglio 2018, all’incirca un giovane su tre è disoccupato e questa condizione ha portato all’aumento del numero di inattivi, ossia di persone che hanno smesso di cercare un lavoro perché demotivati e scoraggiati. Cosa consiglierebbe a costoro, in molti casi suoi coetanei?
Di rimboccarsi le maniche, di guardare al mondo, di imparare almeno una lingua straniera, di usare la tecnologia per trovare occasioni di lavoro e di avere coraggio, anche se una scelta può sembrare folle. Molto spesso le opportunità ci sono, certo non sono più nel cortile di casa. Bisogna maturare la consapevolezza che in molti casi si può contare solo su se stessi, che lo Stato, la famiglia, le conoscenze non sono più in condizione di regalare nulla o di agevolare un percorso. Ovviamente questo comporta enormi sacrifici, mancanze, rinunzie. Lei sa a quanti pranzi di Natale ho partecipato via Skype negli ultimi anni? Quanti matrimoni di amici fraterni ho mancato? Ci sono molte situazioni drammatiche di disoccupazione e di carenza di opportunità nonché situazioni nelle quali dinamiche familiari o sociali non consentono troppa mobilità per cercare lavoro. Ma ci sono anche tante situazioni in cui c’è resistenza al sacrificio e paura di uscire dalla propria comfort zone. Queste vanno superate.

Infine, secondo lei quale potrebbe essere una ricetta vincente per rendere più efficiente il sistema universitario italiano?
Non sta a me dirlo, dovrebbe chiederselo chi ha le redini del governo del paese. L’efficienza del sistema universitario italiano dipenderà dalla lungimiranza delle riforme, necessarie, che verranno delineate ed attuate. Quello che posso dire sulla base delle mie esperienze in un contesto accademico internazionale è la mia opinione, non una ricetta perfetta o necessariamente vincente. Ci sono delle riforme strutturali necessarie che riguardano l’assunzione dei docenti a cui ho fatto riferimento in precedenza. Credo inoltre che le Università italiane non stiano facendo abbastanza per intercettare la marea di potenziali studenti stranieri. In molti ancora pensano che per internazionalizzare basti un convegno all’anno. Ci sono resistenze ad avviare corsi di laurea in inglese. Non si è capito che il bacino di potenziali studenti, docenti e ricercatori da coinvolgere in attività accademiche strutturali e non sporadiche non si limita all’Italia. Va ampliato l’orizzonte, il mondo è cambiato. Perché uno studente italiano o ungherese dovrebbe iscriversi in Italia quando può iscriversi in Inghilterra o in Francia? O perché un docente o un ricercatore dovrebbe scegliere di lavorare in Italia piuttosto che in Spagna o negli Stati Uniti? Perché una università araba dovrebbe scegliere un ateneo italiano per avviare una cooperazione internazionale in didattica e ricerca? Sono ancora pochi gli atenei che si pongono tali quesiti ed ancora meno quelli che effettivamente forniscono risposte.
La competizione è globale ed occorre trovare gli strumenti per adeguarsi e dimostrare in pieno l’eccellenza dell’accademia italiana.

in foto Pasquale Borea
in foto Pasquale Borea