Fuga in massa delle multinazionali
Mancati investimenti per 1 miliardo

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Chiunque uscirà vincitore dalle urne del prossimo 31 maggio dovrà fronteggiare un’emorragia che rischia di trasformarsi in un vero e proprio dissanguamento: la fuga delle multinazionali dal suolo regionale. La decisione Chiunque uscirà vincitore dalle urne del prossimo 31 maggio dovrà fronteggiare un’emorragia che rischia di trasformarsi in un vero e proprio dissanguamento: la fuga delle multinazionali dal suolo regionale. La decisione della Whirlpool di chiudere lo stabilimento di Carinaro è solo l’ultima di una lunga serie e non sarà per nulla facile frenare il deflusso con gli strumenti della sola politica. Anche se, in qualche circostanza (vedi box), la Regione è riuscita a cambiare scelte già prese come nei casi di Fiat, Fincantieri, filiere di aerospazio e automotive, Philip Morris. Ma quante e quali sono lemultinazionali che negli anni della crisi hanno detto addio allaCampania, dirottando altrove risorse vitali per lo sviluppo del territorio? E quanto ci ha perso la regione? Secondo fonti sindacali e industriali del Denaro dal 2008 ad oggi l’esodo di grandi imprese ha prodottomancati investimenti per 1 miliardo di euro e la perdita di 50mila posti di lavoro (16mila nell’ultimo triennio). L’americana Whirlpool, che a Carinaro in provincia di Caserta lascia senza occupazione 815 operai, sta per spostare tutta la sua produzione europea di elettrodomestici inPolonia. Il motivo? Come spiega la Miszerak&Associati, società di consulenza che segue laWhirlpool nell’Est Europa, “in Polonia la tassazione è al 19 per cento, molto più vantaggiosa che in Italia. Qui la società possiede già cinque stabilimenti e pensiamo che a breve ne aprirà altri”. Il territorio casertano, che per una strana ironia della sorte è conosciuto comeTerra di Lavoro, è il più colpito dall’esodo di massa. Un caso unico quello della Dsmdi Capua. La multinazionale olandese del settore farmaceutico, al centro di un casodopo lamorte di tre operai in una cisterna nel 2010, annuncia prima un piano di ridimensionamento dell’organico, con il taglio di circa 90 addetti su 200, poi decide di dismettere il sito casertano. La stessa strada, a breve, potrebbe essere seguita da Jabil, il colosso americano che produce circuiti elettrici e che a Marcianise dà lavoro a circa 600 persone. Il gruppo di recente rileva lo stabilimento, e i 580dipendenti, dellaEricsson, la società svedese delle telecomunicazioni che sta spostando la produzione in Paesi a basso regime fiscale e in aree dove sono maggiori gli investimenti pubblici per lo sviluppo della banda ultralarga, il core business attuale degli scandinavi. I sindacati ricordano che Jabil, qualche anno fa, decide di chiudere la fabbrica diCassina de’ Pecchi (Milano) dopo averla rilevata dalla Nokia. Non un precedente incoraggiante. Un crac finanziario, invece, è alla base della dismissione della Finmek(exIxfineItaltel) di Santa Maria Capua Vetere, un colossodelle telecomunicazioni che negli anni ‘90 impiega 7mila persone inTerra di Lavoro.Di quel personale restano, prima del crollo, mille dipendenti presso il polo campano.Tutti divisi tra cassa integrazione e licenziamento. La crisi, a volte, è una scusa. Come nel caso della americana Johnson Controls, 170posti di lavoro spazzati via aRoccaD’Evandro. “Colpa del calo di commesse”, la spiegazione del management dell’industria attiva nell’indotto dell’automotive. Peccato che laFiat, uno dei principali clienti di Jc, sia in una fase di grande ripresa. Caso clamoroso quello di Pignataro Maggiore, che perde la Nuroll (packaging) – i nuovi proprietari turchi non hanno interesse a investire in Italia – la tedescaRieter (macchinari tessili) che sposta la produzione dove conviene di più e la milanese Prysmian, di cui si dice che potrebbe ridurre da tre a unogli stabilimenti campani.Germania e Inghilterra sono i Paesi scelti daUnilever, la casamadre di Algida, per i nuovi stabilimenti. Risultato: nessuno spazioper proseguire l’avventura a Caivano e addio posto per 160 persone. Stannoper andare via anche i francesi di Auchan(grande distribuzione), che vogliono chiudere a Pompei, dove il fatturato è in caduta libera. Se ne va pure Autogrill, lamultinazionale della ristorazione che fa capo ai Benetton. Chiude il punto ristoro all’aeroporto di Capodichino e vola in Canada e Usa, dove sigla un contratto per l’apertura di 40 store negli scali di Houston e Montreal. Fatturato previsto 790 milioni di dollari. Un caso a parte è quello di Fendi, che chiude la boutique di via Luca Giordano al Vomero perché la proprietà del locale non ne ha voluto sapere di ridurre i costi del fitto. Il capoluogo è sempre più luogo di partenza. Lo dimostra la vicenda di Cosco, l’alleanza tra le compagnie cinesi di shipping che lascia il porto di Napoli nel 2014 perché non si dà esecuzione ai lavori di dragaggiodei fondali e le navi di nuova generazione non possono approdare. Sposta la produzione in Francia il gruppo Itron(contatori per il gas) e chiude lo stabilimento napoletano lasciando per strada 46 lavoratori. Stesso discorso per laFidion, exMontefibre, di Acerra, che in periodo di crisi decide di dismettere la storica fabbrica campana specializzata nella produzione di poliestere: 100 i posti in fumo. AddioArzano per laMicron,multinazionale dell’alta tecnologia che licenzia oltre 50 dipendenti, tutti di alto livelloprofessionale, per spostare la produzione in altre aree d’Italia dove evidentemente circolano contibuti pubblici che qui inCampania sono esauriti. I costi logistici troppo alti e una tassazione eccessiva sono alla base dello storico addio dellaIdeal Standard, multinazionale statunitense che produce igienici e rubinetti e licenzia 400 salernitani. A ruota della Ideal Standard eccoIdeal Clima(condizionatori) e Essentra (filtri per sigarette), altre duemultinazionali che ritengono poco conveniente restare inCampania. Sempre in città si registra, negli ultimi mesi, la chiusura della Coin (grande distribuzione), che a causa di costi troppo alti – un fittoda oltre20mila euro al mese – e un giro d’affari in decremento costante adotta la drastica decisione. Non va meglio in provincia, dove i francesi dellaAlcatel Lucent smantellano il polo di eccellenza delle tlc di Battipaglia e licenziano 100 persone. Spietati gli americani di Cooper Standard, produttori di pneumatici a Battipaglia. “Se non arrivanonuove commesse di chiude”, dicono agli operai nelle scorse settimane. È il preludio della dismissione.Ne sanno qualcosa ad Airola, provincia di Benevento, dove al termine dell’esperienza di Benfil arrivaTessival e tutto sembra risolto. L’industria tessile, invece, un paio d’anni fa decide di dismettere la fabbrica campana. Costi troppo alti. Per non parlare della Sir Press di Nusco, provincia di Avellino, che dopo aver investito per rilanciare l’area ex Almec nel 2014 decide che è più conveniente guardare altrove. Sempre in Irpinia vanno via laMondial Groupe laTnt, il colosso olandese delle spedizioni, che taglia 30 posti.