Una gestione vittoriosa tiene sempre conto delle emozioni del pubblico

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in foto La Madonna col Bambino in una ghirlanda di fiori (olio su tavola, 1616 – 18), di Peter Paul Rubens (1577 – 1640) e Jan Brueghel il Vecchio (1568 – 1625)

Di nuovo una sola opera in mostra al Museo Diocesano. Di nuovo l’attesa di un grande successo di pubblico. Perbacco, parliamo di Rubens e Breughel non certo di animēshon di largo consumo. Il prodotto della fusione tra la sensualità di Rubens e la morbidezza di quell’altro gigante della pittura che fu Brueghel, oggi, nella sua postazione, “solingo, solitario sta” direbbe il poeta. Contornato da tanti cartelloni a fondo nero pieni di spiegazioni. Tutto scritto, bianco su nero. Tempo di permanenza alla mostra? Poco, troppo poco perché l’opera rimanga negli occhi e nel cuore dei tanti turisti che poco sapevano delle collaborazioni tra i due artisti prima di entrare al museo, e poco ricorderanno all’uscita, dopo la visita. Quale allora il segno inconfondibile di Rubens, riscontrabile ad esempio ne “Il ritorno dalla guerra”? Oppure quello di Brueghel? Come donare all’osservatore quella piccola nozione da utilizzare al cospetto di altre opere dei
due maestri? il visitatore della mostra, oggi, non può intuirli, non riesce emotivamente a scoprirli ed emozionarsi. Didascalie, cartelloni: puntualissima informazione. Mai un brivido, un fremito. Oh si, adesso si parla di visite emozionali, basate su percorsi emotivi. Certo. Illuminazione, trovate ad effetto, ricostruzioni storiche. Un minestrone o poco più.
L’emozione, quella vera che ti prende l’anima e rende una visita indimenticabile è però un’altra cosa. Non è scontato che pochi effetti la provochino. Proprio no. Cominciamo dapprima a conoscere profondamente l’opera e l’operato dei suoi autori, il resto verrà.
Troppo facile il collegamento al Wikipedia di turno. Trasmettere agli altri l’emozione prodotta da un’opera d’arte scaturisce da una conoscenza che non si trasmette solo con una colonna sonora o giochi d’illuminazione, o ancora con didascalie piene d’informazioni.
Siamo di fronte ad una cornice di fiori dipinta da Brueghel ed a due figure (Madonna con Bambino) frutto del pennello di Rubens. Abbiamo il meglio, quanto manca all’emozione? Quanto serve ancora perché la morbidezza quasi tangibile dei petali dipinti accarezzi il nostro animo? Qual è, oltre al colore, ia caratteristica principale dei fiori? Il profumo.
Percepite, oggi come oggi, un profumo di fiori davanti a questo dipinto? Vi siete risposti.
Andiamo oltre: la figura della Madonna col Bambino. Esiste un modo per rappresentare emotivamente il legame tra mamma e figlio? Può la musica donare quest’emozione? Le risposte le forniscono le opere stesse, nella loro collocazione storica, nell’interpretazione.
Inutile dibattersi come anguille infuriate per spiegare quanto impossibile sia generare ricchezza e lavoro dai beni culturali se non si superano alcuni vetusti standard espositivi.
Sic stantibus rebus è effettivamente poco probabile che un bene culturale qualsiasi possa davvero generare ricchezza e lavoro, rivoluzionando però i termini della gestione le ormai trite considerazioni dei soloni ancorati ai vecchi principi non hanno più ragione di essere.
Un futuro economicamente sorridente attraverso i beni culturali è possibile, anzi è certezza. La conditio sine qua non è però la capacità di ribaltare la gestione dell’offerta al pubblico. Operazioni matematiche, statistica, l’analisi costi-benefici ed i teoremi degli economisti più esperti sono importanti, ma la partita la gioca un fattore imponderabile:
l’animo umano. Perché il principale agente è l’emotività. Ed essa può stravolgere qualsiasi calcolo economico. Nel settore dei beni culturali lo scambio avviene tra il pubblico fruitore e l’ente proponente, quindi venditore. L’ente deve guadagnare, il pubblico vuole ricevere, emozionarsi, identificarsi: vuole vivere un esperienza. Tutto funziona se le parti sono soddisfatte. Anche l’economia. Il mezzo è l’interpretazione. Se il pubblico sarà ingolosito dall’offerta anche il proponente-venditore guadagnerà, e l’indotto potrà su questo felice rapporto costruire la sua economia. Non è difficile, basta mettersi dall’altra parte dello specchio.