Giancarlo Dell’Antonia: L’arte è una forma di esperienza poetica della vita

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in foto: Paesaggio scollegato. 2016, Fotografia (GDA|Archivio 2005), processo digitale, cera, grafite, stampa su tavola. Courtesy. Artista, Galleria Romberg Arte Contemporanea

L’Occhio di Leone, ideato dall’artista Giuseppe Leone, è un osservatorio sull’arte visiva che, attraverso gli scritti di critici ed operatori culturali, vuole offrire una lettura di quel che accade nel mondo dell’arte, in Italia e all’estero, avanzando proposte e svolgendo indagini e analisi di rilievo nazionale e internazionale.

di Azzurra Immediato

Costruire, decostruire, avanzare, sostare, persino arretrare; azioni che si compiono in maniera ragionata o del tutto inconscia nello spazio, reale e mondano o ideale e progettato, tale da offrire una prospettiva inattesa, che si compone e scompone, ripetutamente, sino a dar origine ad una nuova forma, familiare eppure carica di nuova suggestione. “Mentre cammino si spostano i luoghi” titolava un progetto – e sua afferente mostra a cura di Guido e Daniela Giudici – di Giancarlo Dell’Antonia, artista visuale e progettista grafico veneto. Due universi che si fondono in maniera pluridisciplinare, missando media e percezioni, tanto da tradurre il mondo circostante in quanto Daniele Capra, a tal proposito, aveva definito come le ‘riflessioni filosofiche di un uomo cui il paesaggio sembra sfuggire a tal punto che la città si dimostra irriconoscibile (in realtà, più che una vera e propria serie, si tratta di un contenitore di osservazioni, una sorta di taccuino concettuale che raccoglie continui pensieri)’. La sua indagine rimanda alle interazioni ed applicazioni dell’immagine digitale, non già e non solo quale mero processo tecnologico, bensì in virtù di ciò che esso genera, in merito alle dinamiche di velocità d’elaborazione, di memorizzazione dati e della relativa percezione che è offerta al nostro sguardo. Tale meccanismo, frutto di un volontario cortocircuito ontologico, si muove tra scomposizione e riconfigurazione agendo mediante stampa, pittura digitale e fotografia. È così che grafica, geometria urbana, superfetazione compositiva, fotografia e sintesi tecnologica si uniscono per giungere alla decodificazione – o insperata codificazione – delle dinamiche invisibili che ogni giorno attraversiamo, ciecamente.
Abbiamo incontrato Giancarlo Dell’Antonia per L’Occhio di Leone e posto qualche domanda in merito al suo rapporto con l’Arte.

in foto Giancarlo Dell’Antonia, ph. Galifi

Giancarlo, cos’è per te l’Arte?
Per me l’Arte, come la vita, è vedere, osservare, camminare, pensare, spostarmi in una dimensione incognita; una forma di esperienza poetica della vita stessa. L’Arte è un dialogo, una conversazione su più fronti che implica la messa in discussione della forma e della configurazione prestabilita del mondo, delle cose che ci circondano, del pensiero. L’Arte si avvicina a qualche cosa di convincente che però sfugge, qualche cosa di importante e di vitale che ci appartiene ma che non ne abbiamo la piena comprensione. In questi ultimi anni l’Arte è sempre più connessa all’emozione piuttosto che al sentimento e all’immaginazione, la visione più che il vedere.
“La natura stessa delle tele-tecnologie dello schermo si oppone alla messa in memoria, e dunque alla condivisione della riflessione…” scrive Virilio in Un paysage d’événements. Éditions Galilée.
La visione deve sollecitare le emozioni che per loro natura sono transitorie, creando una sorta di anestesia totale depotenziando l’immaginario, l’utopia propria dell’Arte. Immersi in flusso continuo di visioni non siamo più capaci di vedere, per me l’Arte non deve rimanere intrappolata in questa furia delle immagini della visione addomesticata, ma deve recuperare la capacità del guardare del vedere la realtà con il tempo biologico di riflessione che è proprio dell’essere umano.

La tua ricerca artistica si focalizza sulla commistione ideale e reale di punti di vista tesi all’osservazione del mondo e dello spazio. Luoghi e loro morfologie si trasformano dinanzi ai tuoi occhi generando surreali ridefinizioni. Qual è il tuo approccio rispetto a quanto ci circonda e da cosa sono mosse le tue scelte formali?
Il mio lavoro, da molti anni, è contraddistinto dall’uso di più media, ed è concepito come un’indagine analitica che si è sempre più focalizzata sulla rappresentazione dello spazio. La mia ricerca è una riflessione sull’ambiguità della percezione e sull’illusione della veridicità tecnocratica. Parto da un paesaggio noto, conosciuto e amato, fissato nella mia memoria con elementi che normalmente sfuggono ai sensori elettronici ma che, semplicemente, fanno parte della vita quotidiana. Lavoro sulle due percezioni del reale e del virtuale, mappando un territorio e definendone i termini, i riferimenti con l’uso della fotografia e del disegno. Da qui alcuni titoli delle mie serie: “Mentre cammino si spostano i luoghi”, “Paesaggio scollegato”, “Prospettiva incerta”, “Attraversare il luogo”.
Nei paesaggi cerco la poesia della rappresentazione contemporanea del luogo dando all’immagine un’espressione poetica per rallentare questa dromologia della visione attuale, cercando di dare dignità a quei luoghi apparentemente poco significativi ma utili ad un vedere. La linea è l’elemento estremo del disegno e composto da più punti “cartografici”, segni di grafite che mi servono per fissare la mia percezione sensibile all’interno dell’immagine meccanica di cui lo scatto, l’archiviazione e la riproduzione fotografica sono figlie, in dialogo con l’aspetto manuale del disegno. Nelle ultime opere la mia reazione alla logica della super-visione dei mezzi elettronici è di ritornare alla pittura e al disegno, alla stesura lenta del colore, alle campiture piatte con il segno disegnato e sostenere una visione meditata dell’IO paesaggio, una visione che mi aiuta a ridare un ordine e un senso concreto al qui e ora. In questo periodo sto affrontando dei lavori tridimensionali con l’uso della fotografia, della grafite e dell’acrilico su tavola per dare profondità e tangibilità allo spaesamento in cui mi trovo costantemente nel decifrare ciò che mi circonda, sviluppato con una tecnica di matrice fortemente digitale ma che prende forma con un processo manuale.
Concludo dicendo che il mio lavoro, dagli anni ‘90 in poi, si è sempre confrontato con la tecnologia con una forte componente digitale (serie dei “Ritratti di sintesi” poi con le “CityFlower” ecc.) fino ad arrivare ai lavori più recenti dove la matrice tecnologica è diventata parte integrante del processo creativo ma non espressamente dichiarata, proprio per cercare di integrare il mondo digitale della visione della vita con il mondo naturale del vedere, attraverso gli strumenti che sono propri di un artista visivo.

Il Covid19 ha segnato un intero anno delle nostre vite, modificando precedenti certezze o qualsiasi modus operandi. Secondo te, gli artisti cosa si aspettano dai mediatori culturali, dai galleristi, critici, curatori e giornalisti, quando qualcosa sarà cambiato e cosa ti saresti aspettato, invece, in questo lungo periodo sospeso ed incerto?
A dire il vero la mia vita non è cambiata molto, continuo ad andare in studio tutti i giorni per portare avanti il mio lavoro di ricerca, non ho sentito particolare pressione e non mi sono fatto prendere da una visione negativa.
C’è da dire che sono una persona che non frequenta molto le inaugurazioni o gli avvenimenti particolari, forse per questo non ho sentito il peso delle restrizioni di questo periodo. Per quello che riguarda i professionisti che lavorano nel mondo dell’arte contemporanea, nel nostro paese ce ne sono di altamente qualificati, bravi, preparati, da loro mi aspetterei un’attenzione maggiore per tutte quelle situazioni periferiche ai grandi centri vincolati da perimetri inconsapevoli.

Nel tuo prossimo futuro, che progetti ci sono?

Questi ultimi due/tre anni per me sono stati molto intensi. Ho lavorato per la preparazione di tre personali con cataloghi, adesso sono molto concentrato in nuovi progetti: una collettiva ad ottobre alla MIAPHOTO Fair di Milano, al Superstudio in seguito al premio sulla Post Fotografia; una personale; una collettiva in Veneto; un lavoro editoriale sulle ultime opere con relativa cartella di stampe in tiratura.

L’esperienza di Giancarlo Dell’Antonia e della sua ricerca artistica impongono, benevolmente, di ripensare la nostra relazione con lo spazio che abitiamo, fisicamente, mentalmente e filosoficamente. Tutto è manipolabile? O è il nostro sguardo interiore che necessita di essere nuovamente educato a concepire quel che accade al di là di noi? È necessario, dunque, accogliere la forma dell’ignoto come direzione di un ripensamento fondante l’intero status del nostro vivere, attraversando ‘luoghi e paesaggi’ in modo stupente, mettendo sempre in discussione le prestabilite gabbie in cui abbiamo scelto di insistere nel nostro cammino per scoprire quanto la forma ideale cui sempre tendiamo è celata da un invisibile lirismo che l’artista indica, mostra, sottolinea.

in foto: Attraversare il luogo / PN 21. 2020, Fotografia (2018 GDA Archivio), processo digitale, acrilico, grafite, cera su tavola. Courtesy. Artista, Galleria Consarc (CH)