Giannola: Rilancio, Area Med strategica

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In collaborazione con ilsudonline.it La Svimez è da sempre il punto di riferimento più importante per lo studio del Sud. È all’associazione Sviluppo Mezzogiorno che il Governo si In collaborazione con ilsudonline.it La Svimez è da sempre il punto di riferimento più importante per lo studio del Sud. È all’associazione Sviluppo Mezzogiorno che il Governo si rivolge permettere a fuoco le strategie di sviluppo del Sud nel convegno dello scorso 18 dicembre, intitolato “Verso Sud. Per una strategia di sviluppo”. Introdotto da Maria Carmela Lanzetta, ministro degli Affari regionali e concluso dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Graziano Del Rio, l’incontro è incentrato su un’ampia e documentata relazione del presidente dell’associazione, l’economista Adriano Giannola. Professor Giannola, quali sono le leve strategiche che Svimez propone al Governo per una strategia di sviluppo del Sud? Una strategia pienamente incardinata nell’orientamento dell’Italia a cogliere emettere a frutto le grandi potenzialità insite nella sua posizione mediterranea. Logistica, Energia, Riqualificazione e rigenerazione urbana e politica industriale attiva sono le tematiche che danno corpo a questa ipotesi. Vogliamo analizzare il rapporto tra Area Med e Mezzogiorno? La logistica anzitutto va intesa come strumento di competitività del sistema paese che sarà tanto più forte e positiva quanto più si riuscirà a rendere conveniente l’accesso all’Europa “da sud”. E’ il cosiddetto Southern range, contrapposto al “Northern range”. Può spiegare la differenza? Attualmente Olanda e Germania rappresentano l’ingresso in Europa fornendo l’approdo alla stragrandemaggioranza delle navi che transitano per il Mediterraneo. Nonostante cinque giorni di navigazione gli approdi del Northern range sono competitivi anche per destinazioni finali come Milano o Bologna o persino per l’Europa del Sud. Il Mezzogiorno quale alternativa può offrire? Per agire e competere è essenziale un’attenta infrastrutturazione e nel frattempo aggiungere la capacità di attrazione che può esercitare una Zona Economica Speciale. Ne esistono in Italia? Curiosamente sono assenti in Italia mentre sono ben presenti a Rotterdam e ad Amburgo oltre che a Barcellona, Tangeri. Il che fa il paio con il fatto che la Camera di Commercio per il Mediterraneo ha sede a Milano. Passiamo all’energia. Come può riposizionarsi il Mezzogiorno in questo campo? L’energia è un’altra area d’intervento urgente e necessaria specie per lo sviluppo di quelle fonti verdi rinnovabili che possono essere prodotte sostanzialmente solo al Sud. Penso al solare, all’eolico, al geotermico. L’obiettivo è ridurre i costi della bolletta energetica alle imprese. Si ridurrebbe la nostra dipendenza da fonti importate, attualmente dell’ 85 per cento contro una media europea attorno al 50 per cento. Terza opzione, la rigenerazione urbana. E’ un terzo asse strategico, specie delle metropoli meridionali che da decenni perdono popolazione in diretta proporzione alle sempre più deboli capacità di sviluppare funzioni e servizi. Insomma, i vari assi strategici sono connessi e integrati. Si tengono l’un l’altro? Esatto. Ma c’è di più. Quando si parla di rigenerazione urbana, date le caratteristiche e la ricchezza delle realtà urbane meridionali, bisogna tener conto che essa porta con sé la valorizzazione dei giacimenti culturali attualmente in forte degrado. Ancora: avrebbe inoltre un effetto immediato di rilancio dell’edilizia che è in crisi strutturale. Che dire della ormai storica mancanza di politiche industriali attive per il Mezzogiorno? Tutte queste azioni sono di per sé “politica industriale attiva” che, nello specifico del manifatturiero (oggi a rischio di smantellamento) dovrebbe puntare su politiche selettive connesse alle altre direttrici strategiche mirate e orientate e inserire le imprese del Sud in Filiere Produttive. Quali sono le “asimmetrie sistematiche” tra Mezzogiorno e Paesi nuovi entranti dell’Est Europa? Partendo dal generale, i fondi europei sono risorse italiane che vanno all’Europa che le riassegna consegnandole alle Regioni. Un inutile giro che trasforma anche il rapporto istituzionale in burocratico asfissiante e che soprattutto aggiunge vincoli ai già tanti esistenti. Più nello specifico? La cosiddetta politica di coesione e convergenza dell’Ue nel promuovere una astratta “convergenza” alimenta una competizione tra territori, specie tra quelli più deboli, oggetto appunto di questa politica. Qual è la conseguenza di queste distorsioni, stando ai numeri? Ormai oltre il 60 per cento dei fondi europei è appannaggio di paesi “nuovi”: quelli entrati nell’Unione nel 2004, cioè molti paesi dell’Est. Alcuni di essi non hanno vincoli quali il patto di stabilità, addirittura non essendo ancora dell’area euro possono praticare limitate manovre del cambio. Hanno inoltre regimi fiscali meno “pesanti” del nostro. E questo cosa comporta per il Mezzogiorno? In assenza di politiche di armonizzazione, la concorrenza è a dir poco sleale nei confronti delle regioni della convergenza italiana (il Mezzogiorno). Certo le nostre regioni hanno una gestione inefficiente dei fondi europei.