Il giardino di Babuk: gatti, leggende e misteri di un tesoro che non ti aspetti

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Mentre la vita brulica frenetica lungo Via Foria, mentre i rumori riempiono l’aria e il traffico congestiona le vie e le vite, una traversa apparentemente anonima cela un segreto prezioso e davvero inaspettato. Ci inerpichiamo per Via Piazzi e raggiungiamo il civico 55, un portone malconcio che mai avremmo notato, quasi dubitiamo che l’indirizzo sia esatto. Attraversato il cortile raggiungiamo un cancello e davanti a noi si schiude il giardino di Babuk.
Fu la famiglia Caracciolo Del Sole a volere quest’oasi di pace, di natura e bellezza. E gatti. Il giardino deve il suo nome proprio ad un gatto, il cui erede ancora si aggira, elegante e silenzioso, tra la vegetazione, ma non è l’unico, i gatti sono un po’ ovunque, nel giardino, sugli alberi, tra i cespugli, nei quadri che arredano la veranda in cui ci accoglie il nostro ospite, il professore Gennaro Oliviero.
Il professore, con garbo e passione autentica, ci affascina coi racconti di questi luoghi: la strada che prese il nome dal religioso che ultimò la realizzazione dell’Osservatorio astronomico, la famiglia Caracciolo, proprietaria di questi e altri siti nella zona, che volle questo giardino, le vicende storiche di una città complessa e meravigliosa come Napoli. Con lui attraversiamo il giardino, esteso su una superficie di circa 1000 mq, che pur trascurato nella stagione invernale, non perde in fascino e bellezza. Piante di limone, banani, fiori, una fontana oggi spenta che immaginiamo zampillare e le testuggini nascoste nel fogliame che aspettano di superare gli ultimi freddi per riappropriarsene. In un angolo, lungo i muri tufacei che delimitano il giardino, un piccolo incavo è decorato da un affresco risalente alla fine del 600 come evidenziato in un’iscrizione.
Ma il giardino non finisce di stupire e un tesoro nel tesoro si nasconde al suo interno: l’ipogeo risalente molto probabilmente alla metà del XVII secolo . Insieme al professore Oliviero percorriamo i gradini che conducono ad una cavità naturale ampissima, fatta di locali scavati nel tufo, cunicoli, caverne, un tempo adibiti a cisterna. In seguito la cavità perse la sua originaria funzione, verosimilmente dopo 1884, quando, a seguito all’epidemia di colera si decretò la graduale dismissione delle cisterne sostituendone la funzione di approvvigionamento idrico con l’adozione dell’acquedotto in pressione del Serino tuttora in uso. La storia di questa cavità non si può ricostruire con assoluta certezza. Negli anni della guerra essa fu ricovero per sfuggire ai bombardamenti, come testimoniato dalla memoria popolare e da graffiti rinvenuti lungo le pareti, oltre che da un caratteristico impianto elettrico degli anni’40 realizzato con isolatori in porcellana. La storia di questo luogo è tuttavia ben più antica, durante la nostra discesa scorgiamo lungo le pareti simboli esoterici, religiosi, crocifissi, pesci, salamandre incise nel tufo che raccontano di usi diversi e misteriosi di questo luogo.
Un viaggio nel viaggio, epoche, storie, leggende, si sovrappongono in questo luogo magico, specchio di una magnifica città che non smette mai di stupire.