Giornata mondiale della Poesia. Paolo Gambi: “Chi non risponde alla chiamata dell’arte è destinato all’inferno”

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In foto Paolo Gambi

di Rosina Musella

Oggi, 21 marzo, si celebra la Giornata mondiale della poesia e, per l’occasione, abbiamo fatto una chiacchierata con Paolo Gambi, un ‘artigiano della parola’ dalla vita poliedrica: nel 1979 nasce a Ravenna, dove si laurea in Giurisprudenza e muove i suoi primi passi nel giornalismo; tra Italia e estero arricchisce il suo bagaglio di esperienze, collaborando col Financial Times, conseguendo un master in Neurosemantica e una seconda laurea in Psicologia, inserendosi nel mondo della crescita personale. A trent’anni la ‘chiamata dell’arte’, come gli piace definirla, lo richiama però verso la sua vera casa: la poesia. Da quel momento Gambi si lancia in un lavoro di studio e ricerca che continua tutt’ora e nel 2019 pubblica la raccolta “L’enigma del paguro, La memoria della magnolia, L’approdo del salmone”, portando avanti il suo lavoro di diffusione della poesia sui social, che culminerà nella pubblicazione di due antologie poetiche che raccolgono scritti di autori emergenti: “…E tu puoi contribuire con un verso” e “Parole nella rete”, quest’ultima pubblicata il 7 marzo scorso.
I nostri microfoni lo hanno raggiunto per parlare di questo progetto e di come rispondere alla chiamata dell’arte.

Come si è avvicinato alla poesia?
Da ragazzino scrivevo racconti e crescendo mi sono dedicato al giornalismo e alla saggistica, senza però essere veramente felice. Intorno ai trent’anni ho intrapreso un percorso di crescita personale che ha generato la prima crepa e in quel momento ho iniziato a scrivere romanzi. Ho davvero capito di dover rispondere alla chiamata della poesia, però, quando morì mia madre e scoprii dentro di me un abisso che per essere navigato aveva bisogno di parole mistiche che portano luce dall’oltre: quelle della poesia.

C’è un’età giusta per iniziare a fare poesia?
Non possiamo controllare quando l’arte ci chiamerà, lo fa al momento opportuno e noi rispondiamo quando abbiamo gli strumenti per farlo. L’età non conta in questo caso, perché essa è l’incasellamento numerico di una persona all’interno di un tempo che scorre, mentre la poesia abroga il numero e innalza la parola come simbolo di rapporto con la realtà, abbandonando l’idea di un tempo che scorre. Questo a vantaggio di un tempo eterno, che non scorre, ed è in esso che chi fa arte è immerso.

A cosa porterebbe non rispondere?
Ovviamente all’inferno, perché quella che ci viene offerta è la strada per il paradiso. Se una persona non risponde alla chiamata dell’arte sarà infelice, perché l’arte è ciò che ci permette di abbracciare le nostre dimensioni razionali, emozionali e spirituali e non rispondere a questa chiamata significa negare se stessi.

I suoi percorsi passati entrano nelle sue poesie?
Certamente. Tutte le nostre esperienze hanno a che fare con la poesia, perché essa abbraccia l’umano e l’oltre. Qualunque errore, inserito all’interno del mosaico dell’esistenza, ha la sua importanza perché anche il mosaico dorato più bello, senza tessere scure attorno, non risalterebbe.
I nostri problemi con i cosiddetti “errori” nascono perché giudichiamo il mondo sulla base della razionalità umana, che è invece lo strumento da abbattere. Essa è sempre e comunque parziale, quindi per comprendere il reale e la perfezione dobbiamo superarne i limiti e le arti sono lo strumento più immediato per farlo perché, come le religioni, provano a tradurre il mistero in un linguaggio intellegibile agli umani.

Che rapporto ha con i social?
Attualmente essi, più di ogni altro strumento, raggiungono le masse e sono la sperimentazione di quello che potrebbe essere il futuro, quindi è indispensabile che le arti vi instaurino un rapporto. Io sono alla ricerca del contenitore online più adatto alla poesia e sperimento un po’ dappertutto. In generale, ritengo che siano uno strumento potentissimo, ma bisogna educare alla bellezza chi li usa, perché altrimenti si incorre nel pericolo di innalzare a poesia qualsiasi frase scritta su Instagram.

Come sono nate le antologie poetiche “…E tu puoi contribuire con un verso” e “Parole nella rete”?
Durante il primo lockdown, sentendo il bisogno di trovare uno spazio per la bellezza, ho dato vita a delle dirette a cui poteva partecipare chiunque leggendo una poesia propria e una di un autore già noto. Col tempo i partecipanti sono aumentati e dopo gli incontri è nata l’esigenza di raccogliere questi scritti in un libro che li strappasse dalla liquidità dei social, diventando un memoriale. Con le successive restrizioni le dirette sono tornate e similmente è nata la seconda raccolta. Questo è un esempio della potenza dei social; senza di essi non sarebbero nate queste antologie poetiche, che invece hanno visto la luce unendo persone di diverse estrazioni sociali, culturali, geografiche ed ideologiche.

Qual è il suo mantra?
Dostoevskij scrisse “La bellezza salverà il mondo” pensando ad un futuro in cui ciò sarebbe avvenuto. Nel corso della mia vita, però, mi sono reso conto che la bellezza salva il mondo in ogni istante, e così è nato il mio ‘mantra’: “La bellezza sta già salvando il mondo, ma ciascuno di noi deve fare la propria parte”. Ognuno di noi ha il diritto e il dovere di contribuire alla bellezza del mondo in ogni istante, con ciò che in quel momento può fare. Questa è l’essenza dell’essere umano felice e, se ci lasciamo guidare dalla bussola della bellezza, creeremo sempre qualcosa di buono.