Giovani di Confindustria, Scudieri: Il Mezzogiorno ha una marcia in più, la nostra è una missione

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E’ l’unico imprenditore campano invitato a portare la propria testimonianza sul palco di Capri, in occasione del 32° Convegno dei Giovani Imprenditori di Confindustria. È Paolo Scudieri, classe 1960, alla guida di Adler- Hp Pelzer, il Gruppo internazionale fondato nel 1956 dal padre Achille che progetta, sviluppa e industrializza componenti e sistemi per l’industria del trasporto. Oggi Adler, con sede a Ottaviano (Napoli), conta 64 stabilimenti in 23 Paesi, 7 siti di ricerca e Sviluppo, 13mila dipendenti, ed è fornitore dei principali produttori mondiali nei settori dell’automotive e dell’aeronautica, quali Ferrari, Porsche, Audi, Roll Royce, Agusta, Alenia, Boing, Bombardier.
 
Presidente Scudieri, l’anno scorso di questi tempi, più o meno, riceveva il premio “L’Imprenditore dell’Anno 2016″ di Ernst&Young “per il coraggio e la perseveranza con cui è riuscito a trasformare un business di famiglia in un eccellente gruppo globale”. Quanto è difficile per un’azienda italiana, e in particolare campana, imporsi a livello internazionale?
Le imprese meridionali si caratterizzano per un’inferiore apertura internazionale e propensione all’export rispetto al dato nazionale. E’ più complicato fare impresa qui e comporta necessariamente più lavoro, ma la nostra è una missione. Da meridionale dico che abbiamo grandi potenzialità. Il Sud ha due vantaggi: ha più aree a disposizione per chi vuole fare impresa e un numero enorme di giovani disponibili e formati. Ci sono però troppe resistenze anche culturali. Il Sud deve imparare ad essere pragmatico. Oggi, invece, non ha ancora un obiettivo chiaro. 
 
Quali sono gli ostacoli da affrontare e quale il valore aggiunto nel portare all’estero il Made in Italy?
L’Italia è il paese dell’artigianato, con un sistema economico fortemente incentrato sulla piccola e micro impresa, che rappresenta il 98% del totale. L’export è stato il fattore principale che ha permesso all’industria italiana di resistere alla crisi e di intravedere spiragli di ripresa. E tutto questo è stato possibile grazie all’alta qualità delle nostre produzioni. Oggi occorre utilizzare le tecnologie digitali per valorizzare questo tessuto imprenditoriale, in modo che il “saper fare” italiano diventi cultura dell’innovazione e della personalizzazione.
 
L’Italia cresce ma lo fa a ritmo più lento rispetto ad altri Paesi stranieri. E in questo contesto il Mezzogiorno arranca in maniera più marcata. Cosa manca al territorio per diventare competitivo?
I valori espressi nel Mezzogiorno ed in Campania in termini di ricchezza pro-capite, di occupazione e di skill formativi sono indubbiamente troppo deboli per non creare ostacoli significativi alla crescita diffusa e competitiva di un territorio. L’unica via per creare sviluppo è attrarre imprese, anche grazie all’aiuto del Governo centrale. Innanzitutto è fondamentale una burocrazia non dico efficiente, ma per lo meno normale, svincolata da tutte quelle procedure ostative che scoraggiano anche i più volenterosi. Noi imprenditori, però, abbiamo un ruolo indispensabile. Dobbiamo certamente investire nei luoghi dove è più facile farlo, ma dobbiamo anche contribuire senza polemiche a migliorare i territori in cui viviamo, se pur difficili.
 
Si parla tanto oggi di Industria 4.0. Pensa che il Paese stia correndo sulla strada giusta e soprattutto ritiene che l’imprenditoria del Mezzogiorno sia capace e pronta a raccogliere questa sfida?
Il 2016 è stato per l’Italia l’anno d’irruzione nel dibattito di Industria 4.0, indispensabile per l’innovazione di alcuni dei prodotti più competitivi del nostro sistema. Il bilancio ad un anno dal varo del Piano Nazionale è positivo per quanto riguarda il PIL, l’indice di produzione industriale, la fiducia delle imprese, l’export, i tassi di occupazione e gli investimenti esteri nel Paese. Il Mezzogiorno può affrontare la sfida e cogliere le opportunità dell’Industria 4.0 per aumentare la competitività, la produttività e l’occupazione. Si tratta di un’occasione importante anche per valorizzare le eccellenze tecnologiche del nostro Paese.
 
Negli anni lei ha diversificato i suoi investimenti ma rimane fortissimo il suo impegno nel campo dell’Automotive che negli ultimi anni ha registrato un netto rilancio. La stessa Regione Campania l’ha inquadrato come uno dei settori chiave su cui puntare, una delle 4 A dell’economia regionale. Come giudica il lavoro delle istituzioni su questo settore e più in generale nel sostegno alle imprese che devono affrontare la sfida della globalizzazione?
Il settore auto, con il suo indotto, fa scuola. Sul territorio campano ci sono oltre 80 imprese di primo livello che lavorano per le grandi case internazionali e che danno lavoro a 12mila addetti, generano ricavi per 4,5 miliardi, producono 900 milioni di valore aggiunto e 400 milioni di export. All’Automotive si aggiungono le filiere dell’Aerospaziale, dell’Agroalimentare e dell’Abbigliamento, che assumono una rilevanza sia per il peso economico sull’economia interna sia per il contributo al sistema economico nazionale ed internazionale.Ma affinchè tali settori mantengano il loro trend di crescita, è necessario che le istituzioni garantiscano, oltre agli investimenti, qualità e disponibilità delle infrastrutture immateriali e delle infrastrutture materiali funzionali alle imprese (ed ai cittadini).
 
Tra le 4A c’è anche l’agroalimentare, settore in cui lei è impegnato con un importante progetto, quello di Eccellenze campane. Il made in Italy può trainare il rilancio del Mezzogiorno?
Il Made In Italy agroalimentare sta raggiungendo vette mai toccate. L’esportazione, infatti, cresce in media dell’8%. E’ un settore, quindi, sul quale investire e puntare e il Sud Italia abbonda di prodotti eccellenti. Mi hanno spesso definito “un imprenditore dell’automotive, prestato all’agroalimentare”. Con il Polo del Gusto di via Brin sono fortemente impegnato nella valorizzazione e promozione del territorio, per tutelare le nostre produzioni regionali famose in tutto il mondo.