Giovani e meno, più palcoscenici per mostrare il talento

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Intervistati da un’emittente televisiva nazionale per lanciare un nuovo talent show, quattro famosi cantanti italiani – due uomini e due donne – hanno risposto alle molte domande previste dal programma con brio e spiritosaggine. Del talent saranno giudici e dovranno pertanto decidere chi promuovere e chi no tra i tanti partecipanti che si presenteranno alle prove con la legittima speranza di passare la selezione.
Forse traditi dalla velocità del format basato sul classico “botta e risposta”, i quattro personaggi hanno fatto due affermazioni che vale la pena di ricordare: 1) in Italia non si fa strada se non si è raccomandati, 2) nessuno di loro ha avuto santi in paradiso e ciascuno si è conquistato il successo faticando duro. Il che appare quantomeno sorprendente perché una cosa smentisce clamorosamente l’altra.
Detto poi da chi si accinge a condizionare la carriera artistica di tanti giovani, lo scombinato disposto suona in modo preoccupante: se in Italia il principio della raccomandazione è davvero così solido chi garantisce che il talent non sarà viziato da segnalazioni indebite e preferenze? Insomma, sembra proprio che i grandi professionisti dello spettacolo siano scivolati sulla più classica delle bucce di banana.
Inutile aggiungere che non c’è stato tempo e modo nel corso della trasmissione di far venire alla luce la contraddizione mentre il resto del confronto scorreva via leggero e divertente. Ma il macigno resta ben visibile ad ingombrare il campo: che senso ha promuovere contest, concorsi di qualsiasi tipo, se si alimenta la convinzione generale che siano truccati con i vincitori già scelti in partenza?
La verità, probabilmente, sta nel fatto che i quattro componenti della giuria – pronti a giurare di essersi affermati nella professione con le sole proprie forze – non hanno pensato a sufficienza (o non hanno pensato affatto) al contenuto e alle conseguenze delle proprie dichiarazioni inchinandosi al pensiero dominante e rafforzando così una convinzione che genera veri e propri disastri.
Nessuno vuol negare che l’istituto della raccomandazione sia in vita e che svolga un ruolo distorsivo in qualsiasi genere di competizione: il cattivo costume esiste e resiste, per carità. Ma non si può certo dire che assorba tutte le possibili soluzioni fino a negare spazio all’impegno, alla capacità, all’ingegno. Se vogliamo darci la possibilità di alimentare la speranza dobbiamo rifuggire dai luoghi comuni.
Mai come oggi, infatti, il merito può farsi valere. Più la realtà diventa complessa e difficile da decifrare e affrontare, più si avverte il bisogno di affidarsi a persone che sanno il fatto loro, preparate e ben formate. Ci può sempre essere (e sempre ci sarà) il caso dell’arruolamento per appartenenza ma l’avanzamento avverrà sempre più di frequente per le competenze che si sarà in grado di dimostrare.
Ciò che serve, allora, è offrire la possibilità di mettersi in gioco. Più palcoscenici – in politica, in azienda, nelle associazioni, nelle professioni, in tutti i possibili mestieri – su cui potersi misurare mostrando il talento naturale e quello acquisito. E chiedere di essere valutati per quello, il talento, senza temere di essere scalzati da chi può esibire solo e soltanto una buona conoscenza.