Giovani, il 73,3% di chi vive da solo è di sesso femminile

56

Essere madre e lavoratrice oggi in Italia risulta ancora molto difficile. Nonostante questo, le ragazze italiane tendono a diventare indipendenti prima dei loro coetanei uomini. Infatti, tra i giovani di età compresa fra i 18 e i 29 anni che hanno scelto di andare a vivere soli, il 73,3% è composto da donne. Il dato emerge da una ricerca dell’Iref (Istituto ricerche educative e formative) dal titolo ‘Il ri(s)catto del presente’, realizzato dalle Acli su un campione di 2.500 ragazzi di età compresa tra i 18 e i 29 anni ed è stato presentato oggi a Napoli, dove si sta svolgendo la 50.ma edizione del convegno nazionale degli studi delle Acli. Per le donne esistono una serie di condizioni che rendono faticoso riuscire a coniugare la maternità e la famiglia con il lavoro. Una delle conseguenze è una maggiore propensione delle ragazze ad accettare compromessi pur di trovare o mantenere un lavoro. Il 42,1% delle donne residenti in Italia accetterebbe anche di lavorare in nero (contro il 33,9% dei ragazzi), il 29,8% di andare a lavorare in un’altra regione o nazione (35,4% per gli uomini), mentre solo il 18,8% non si perderebbe d’animo e continuerebbe a cercare un lavoro simile a quello desiderato o perso (dato vicino a quello dei maschi, pari al 18%). Dimensione totalmente diversa quella di chi già lavora all’estero: qui infatti soltanto il 19,1% delle donne accetterebbe un lavoro in nero, mentre sarebbero molto più disposte (64,6%) a continuare a muoversi e cambiare nazione. La determinazione delle donne a rendersi indipendenti e mantenere un lavoro si rispecchia anche nelle possibili rinunce che farebbero pur di non venire licenziate: il 31% direbbe addio ai giorni festivi, mentre il 18,5% alle ferie e il 13,1% a una parte dello stipendio. Da notare come il 26,9%, però, si farebbe licenziare pur di mantenere intatti i propri diritti. “In questi giorni – afferma Roberto Rossini, presidente delle Acli – stiamo avanzando alcune proposte normative per il lavoro dei giovani. Una di queste riguarda proprio il riconoscimento del valore sociale della maternità e del lavoro di cura. I dati ci dicono che le biografie lavorative delle donne risultano molto frammentate e che molto più di prima sembrano richiedere sostegno nelle fasi centrali della vita lavorativa. Per questo, proponiamo un contributo del sistema previdenziale alla maternità, che metterebbe la donna nelle condizioni di non essere incentivata a ridurre o lasciare il proprio lavoro. Lo Stato si prenda cura delle donne nel momento contingente in cui vivono le difficoltà connesse con la maternità”.